1984, George Orwell

Traduzione di Stefano Manferlotti, Mondadori

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.

L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l’ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori funzionava raramente e al momento, in ossequio alla campagna economica in preparazione della Settimana dell’Odio, durante le ore diurne l’erogazione della corrente elettrica veniva interrotta. L’appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un’ulcera varicosa alla caviglia destra, procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto a riprendere fiato. Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ritratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso.

Advertisements

Notre-Dame De Paris, di Victor Hugo

Traduzione di Luigi Galeazzo Tenconi, edito da Rizzoli

Trecentoquarantott’anni, sei mesi e diciannove giorni or sono i parigini si svegliarono allo squillo di tutte le campane, che suonavano a distesa nella triplice cerchia della Città Vecchia, dell’Università e della Città.

Eppure, il 6 gennaio 1482 non è affatto un giorno in cui la storia abbia serbato ricordo. Nulla di notevole nell’avvenimento che metteva così in moto, fin dall’alba, campane e abitanti di Parigi. Non si trattava di un assalto di piccardi o di borgognoni, né di un reliquiario portato in processione, né di una sommossa di scolari nella vigna di Laas, né di una entrata del temutissimo signor nostro monsignore il re, e neppure di una bella impiccagione di ladri e di ladre sulla piazza della Giustizia di Parigi. Non si trattava nemmeno dell’improvviso arrivo, cosa tanto frequente nel quindicesimo secolo, di qualche ambasceria infronzolita e impennacchiata. Erano appena due giorni che l’ultima cavalcata del genere, quella degli ambasciatori fiamminghi incaricati di concludere il matrimonio tra il Delfino e Margherita di Fiandra, aveva fatto la sua entrata in Parigi, con grande fastidio del signor cardinale di Borbone, il quale, per compiacere il re, aveva dovuto far buon viso a tutta quella rustica accozzaglia di borgomastri fiamminghi, e far dare in loro onore nel suo palazzo una molto bella moralità, burletta e farsa, mentre una pioggia battente infradiciava i magnifici addobbi del portone.

Il 6 gennaio, ciò che, a dirla con Jehan de Troyes, metteva in subbuglio tutto il popolino di Parigi era la doppia solennità, unificata da tempo immemorabile, della Epifania e della Festa dei Matti.

La polvere del mondo, di Nicolas Bouvier

 

Esaminai la cartina. Si trattava di una piccola città circondata da montagne, nel cuore del territorio bosniaco. Da lì, contava di risalire verso Belgrado, dove l’«Associazione dei pittori serbi» l’aveva invitato a esporre. Dovevo raggiungerlo gli ultimi giorni di luglio, con i bagagli e la vecchia Fiat che avevamo risistemato alla bell’e meglio, per continuare verso la Turchia, l’Iran, l’India, forse più lontano… Avevamo davanti due anni, e denaro per soli quattro mesi. Il programma era abbastanza vago, ma, in questi casi, l’essenziale è partire.

È la contemplazione silenziosa degli atlanti, distesi a pancia in giù sul tappeto, tra i dieci e i tredici anni, a far crescere la voglia di mollare tutto. Sognare regioni come il Banato, il Caspio, il Kashmir, alla musica che vi risuona, agli sguardi che vi si incrociano, alle idee che vi aspettano… Quando il desiderio resiste ai primi attacchi del buon senso, si cercano delle ragioni. E quelle che si trovano sono inutili. La verità è che non sapete dare un nome a ciò che vi spinge. Qualcosa dentro di voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, senza troppa sicurezza, ce ne andremo davvero.

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Si pensa di fare un viaggio, ma presto è il viaggio che vi farà, o vi disferà.

(Traduzione di Nicole Bonacina)

I tuoi soldi, oggi e domani, Javier García Monedero – Laila García Morcillo

La qualità della vita si potrebbe definire come la differenza positiva tra il nostro reddito e le nostre uscite. Impara a incrementare il primo e a ridurre le seconde, e contempla un presente senza paure e un futuro pieno di speranza per te o per la tua famiglia.

Il futuro è continuamente incerto – lavoro, ipoteca, studi, salute, pensione… – e la capacità di rispondere alle nostre necessità è ciò che ci offre la qualità della vita. Purtroppo, esistono molte situazioni che ci colgono alla sprovvista e senza previsioni, e il sistema finanziario e sociale tende a spingere le famiglie dentro una spirale nociva di debiti e uscite quotidiane elevate, che riduce il loro margine di azione.

Noi crediamo che una delle cause di questa mancanza di previsione sia la convinzione che tutte le nostre necessità sono coperte dal cosiddetto «Stato del benessere», quando invece sono queste ultime a stimolare le nostre capacità. La fiducia riposta nello Stato «benefattore», la famiglia o la provvidenza, che si occuperanno dei nostri problemi qualora si presentassero, ci porta a non essere previdenti e a indebitarci.

In questo libro imparerai che un altro modello è possibile: uno basato sulla responsabilità, la previsione, l’indipendenza e la libertà individuale. Quest’ultima si acquisisce costruendo un patrimonio sufficiente mentre sei in grado di generare reddito. Non è difficile. Il mondo è pieno di possibilità che devi solo imparare a usare.

Per questo, la prima domanda che devi porti è: le mie uscite sono maggiori delle mie entrate oppure ho dei conti redditizi?

Definiamo la «qualità della vita» come la distanza esistente fra il tuo reddito e le tue uscite, la porzione del primo che non è destinata alle seconde, ma a migliorare il tuo futuro e liberare il tuo presente. Se le tue uscite sono maggiori delle tue entrate, la prima cosa che devi risolvere è il presente e uguagliare la tua equazione:

entrate = uscite

In effetti vi sono solo due strade possibili: aumentare le tue entrate o ridurre le tue uscite. Se ti trovi in questa situazione è più probabile che abbia già fatto molti passi in questa direzione. Senza dubbio, se non riesci a equilibrare la tua equazione, dovrai adottare un piano più aggressivo.

(Traduzione di Serena Rossi)

 

Randy Mosher, Degustare le birre – II edizione

La birra è un prodotto agricolo, ma ormai quasi tutti i birrifici acquistano gli ingredienti (malti e luppoli) da terzi. C’è una grande differenza col mondo del vino, nel quale uve coltivate a pochi metri di distanza l’una dall’altra possono rivelarsi completamente diverse per ragioni di microclima, tipologia del suolo, esposizione alla luce del sole e altri fattori. Nel vino è fondamentale la mano della natura; nella birra è invece la mano dell’uomo a essere ben visibile, e ritengo che questo sia uno dei suoi aspetti più affascinanti. I casi in cui il terroir (ossia l’insieme delle caratteristiche che derivano da suolo, clima, tipi di piante presenti e altri fattori locali) influisce sulla bevanda di Cerere sono rarissimi, e verranno esaminati più avanti. La tempera è tempera; è la mano che tiene il pennello a fare la differenza. Il vostro obiettivo sarà arrivare a conoscere i birrai attraverso le loro opere d’arte: le birre.

Tutto ha inizio in malteria: qui i chicchi d’orzo più fertili e uniformi subiscono una serie di trattamenti e vengono fatti germinare. Attraverso una sequenza incredibilmente complessa di trasformazioni enzimatiche, i semi predispongono le proprie riserve di amido a supportare una nuova pianta, ignare del fatto che il maltatore abbia altri piani per loro. Le condizioni nelle quali avviene questa germinazione controllata hanno conseguenze enormi sia sulle caratteristiche del malto sia sul sapore della birra che con quel malto verrà brassata. Il processo viene interrotto fornendo calore al momento giusto, ed è in questa fase di tostatura che nascono le note maltate che ritroveremo nella birra, da quelle più delicate di pane e di cereale dei malti caramello, amber e brown ai sentori di caffè dei malti più scuri.

E la birrificazione non è ancora iniziata.

Bisogna ancora formulare la ricetta, pianificare tutti i dettagli della cotta, scegliere il lievito, le temperature di fermentazione, il tipo di carbonazione desiderata, decidere come effettuare la filtrazione, come imbottigliare o infustare e molto altro ancora.

(Traduzione di Simone Orsello e Thais Siciliano)

Manuel Vicent – El Roto, Antitauromachia

CULTURA O BARBARIE

Da quando Ferdinando VII, il traditore, chiuse l’Università e, per compensare, aprì la Scuola di Tauromachia, gli spagnoli si sono divisi in due: quelli che credono che la cultura e lo sviluppo della sensibilità termineranno un giorno con la corrida dei tori, e quelli che pensano che la festa nazionale è, di per sé, una forma di cultura che sintetizza i valori di una razza, un modo gagliardo di essere e di affrontare la vita. Per alcuni la corrida è una pratica derivata da un mito religioso che conserva ancora una parte della sua antica magia, e alla minima discussione certi intellettuali si mettono a rimuginare sul Bue Apis o si mettono nel labirinto di Creta, quella specie di arena dove l’eroe Teseo combatté il Minotauro a suon di veroniche, come se fosse il famoso torero Cagancho. Al contrario altri, senza negare il fondamento e l’importanza del toro nelle cerimonie provenienti dalla mitologia classica, credono che quel rito abbia perso l’estetica e si sia ridotto oggi a uno spettacolo senza senso, pieno di crudeltà, nobilume e arroganza, specchio della miseria sociale e gloria di un solo giorno. Senza estetica, la battaglia è persa.

 

CURATI, CASTIZOS E ILLUSTRI

La polemica taurina ha origini lontane. Senza dover risalire ai padri del cristianesimo che disdegnavano la lotta con le bestie nel circo, fu san Pio V nel 1567 a decidere di proibire esplicitamente per la prima volta le corride e le uccisioni dei tori tramite la famosa bolla Salute Gregis, «essendo tali spettacoli turpi e cruenti fortemente contrari alla carità cristiana», e a questa proibizione seguirono innumerevoli anatemi e scomuniche di vescovi, patriarchi, e primati contro i protagonisti di questo divertimento popolare. Filippo II, un re assolutamente cupo e taurino come non poteva essere altrimenti, riuscì a neutralizzare questi assalti della Chiesa e pose dalla sua parte Gregorio XIII il quale, appena dieci anni dopo, lanciò la bolla contraria, Expone Nobis, per sciogliere le briglie alla lotta, con l’obiettivo di accontentare la plebe.

(Traduzione di Serena Rossi)

Mai soli: i batteri che creano piante, animali e intere civiltà, di Marc-André Selosse

Il nostro viaggio inizia nelle isole del Pacifico, di notte.

La Luna illumina la riva del mare e l’onda, chiara, lascia filtrare la luce. Possiamo intravedere il fondo.

Un piccolo calamaro, l’Euprymna scolopes, va a caccia sotto il bagliore della luna.

La giusta penombra gli permette di scappare dai suoi predatori… ma ha bisogno comunque di un po’ di luce per scovare le sue prede. E per questo, vista da sotto, la sua caccia potrebbe diventare
problematica: le sue prede o i suoi predatori, se più in profondità, potrebbero facilmente individuare l’animale a causa dell’ombra che proietta. Eppure, la notte, il calamaro crea una debole luce sotto di lui, compensando così la sua ombra! Di giorno, invece, resta fermo e nascosto, e il suo ventre non si illumina. Questo calamaro ospita, infatti, dei batteri luminescenti, gli Aliivibrio fischeri, che colonizzano delle piccole ghiandole dove traggono alimentazione dall’animale stesso. Si tratta di batteri che, la notte, trasformano una parte della loro energia cellulare in luce.

In questo stesso modo, quando vivono liberi nell’acqua, si difendono dai loro predatori, dei microbi un po’ più grandi che galleggiano insieme a loro: la loro luminescenza attira piccoli crostacei che si cibano di questi microbi. I nemici dei loro nemici diventano quindi loro alleati! Questi batteri si illuminano solo quando si trovano in gruppi numerosi, perché una singola luce non servirebbe a nulla: solo un’alta densità emette abbastanza luce da attirare i crostacei. Durante la notte, presenti in gran numero nelle ghiandole del calamaro, producono luce.

(Traduzione di Nicole Bonacina)

Alberto Villoldo, Padroni del sogno

Che ce ne rendiamo conto o meno, ognuno di noi costruisce il mondo sognando. Non parlo del comunissimo atto che avviene durante il sonno, ma di un tipo di sogno che facciamo con gli occhi aperti. Quando siamo inconsapevoli di condividere con l’universo il potere di creare la realtà, tale potere ci sfugge dalle mani, e il nostro sogno si trasforma in un incubo. Cominciamo a sentirci vittime di una creazione sconosciuta e spaventosa che non possiamo modificare, e gli eventi sembrano prendere il controllo intrappolandoci. L’unico modo per porre fine a questa orribile realtà è rendersi conto che anch’essa è un sogno, e poi riconoscere la nostra capacità di scrivere una storia migliore, che l’universo ci aiuterà a realizzare.

La natura del cosmo fa sì che qualunque visione abbiamo di noi e del mondo diventi realtà. Non appena impariamo a riconoscere il nostro potere cominciamo ad allenare i muscoli del nostro coraggio, e a quel punto possiamo sognare senza paura, lasciando da parte le convinzioni che ci limitano e gettandoci alle spalle ogni timore. Possiamo cominciare a costruire un sogno davvero originale che metta radici nella nostra anima e porti i suoi frutti nella nostra vita.

Sognare con coraggio ci permette di creare partendo dalla base fondamentale, dal brodo quantistico dell’universo dove tutto esiste in forma latente o potenziale. I fisici sanno che nel mondo quantistico nulla è «reale» finché non viene osservato. I pacchetti di energia conosciuti come «quanti» (ossia particelle di materia e luce) non sono né «qui» né «lì»; in un certo senso sono ovunque nello spazio e nel tempo finché non decidiamo di prenderli in considerazione. Quando lo facciamo, li tiriamo fuori dalla rete delle infinite possibilità e li comprimiamo in un evento nel tempo e nello spazio. Una volta scelto un particolare modo di manifestarsi, i quanti di energia amano legarsi l’uno con l’altro. Non appena lo fanno, la realtà viene fissata: in questo modo la nostra realtà è «qui» anziché in un altro posto qualsiasi.

(Traduzione di Thais Siciliano)

Patricia Perez, Io sì, mi curo

1464696840-patricia02Dopo aver acquisito consapevolezza degli effetti che il cibo poteva avere sulla mia salute, iniziai a pensare che anche qualsiasi prodotto cosmetico assorbito dalla mia pelle poteva fare lo stesso. È vero che non penetra nel corpo in modo così diretto come per bocca, ma sicuramente qualcosa entra nell’organismo, e bisogna sapere cosa è e come ci tocca.

Ho iniziato a leggere gli ingredienti, a fare ricerca, e ho scoperto che esistevano più di seimila componenti chimici, alcuni dei quali controllati, altri non altrettanto. Questo dato mi fece interrogare sul perché applico quotidianamente questo tipo di prodotti sulla pelle o sui capelli. Ho letto una statistica attendibile che dice che noi donne applichiamo una media di dodici prodotti al giorno per la nostra cura personale, e gli uomini sette, anche se tra poco ci supereranno. Così dirai su due piedi: «Che esagerazione!», ma fai un ripasso mentale, e ti accorgerai che è certo. Se facciamo un conto tra sapone, crema giorno, trucchi, lacca, spuma, smalto, crema corpo, crema notte, siero… a quanto arriviamo? Applichiamo tutti questi prodotti sulla pelle, che è un organo del corpo come gli altri, e che influisce sulla nostra salute, a volte positivamente, ma anche negativamente, per questo bisogna stare attenti.

Non bisogna allarmarsi, ma certamente fare attenzione. E bisogna essere coscienziosi, perché, come ti ho raccontato nei miei libri, il nostro corpo non è formato da «parti» indipendenti, è un tutto composto da organi che in un modo o nell’altro sono uniti tra loro; ciò implica che quello che accade a una di queste «parti», a lungo andare influenza tutte le altre. E ciò che applichi sulla pelle influenza anche il resto del corpo. Questo succede perché attraverso la nostra pelle le sostanze penetrano nel corpo e possono arrivare al sangue (e alla linfa) in circa quindici minuti, a seconda, per esempio, della grandezza molecolare degli ingredienti, della temperatura o dello stato della pelle al momento del contatto. Pertanto, che lo vogliamo o no, influiscono sul nostro metabolismo.

(Traduzione di Serena Rossi)

Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir

Traduzione di Roberto Cantini e Mario Andreose, edito da Il Saggiatore

Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna. Unicamente la mediazione altrui può assegnare a un individuo la parte di ciò che è Altro. In quanto creatura che esiste in sé, il bambino non arriverebbe mai a cogliersi come differenziazione sessuale. Tanto nelle femmine che nei maschi, il corpo è prima di tutto l’irradiarsi d’una soggettività, lo strumento indispensabile per conoscere il mondo: si conosce, si afferra l’universo con gli occhi e con le mani, non con gli organi sessuali. I drammi della nascita, dello svezzamento avvengono nello stesso modo per i due sessi; l’uno e l’altro hanno i medesimi interessi, gli stessi piaceri; dapprima, la fonte delle loro esperienze più gradevoli consiste nel succhiare; poi attraverso una fase anale in cui traggono le soddisfazioni più intense dalle funzioni escretorie, che sono analoghe per tutti e due; pure analogo è lo sviluppo genitale; esplorano il proprio corpo con la stessa indifferente curiosità; dal pene e dalla clitoride nascono uguali, dubbi piaceri; e, in quanto la loro sensibilità già tende a obbiettivarsi, è diretta verso la madre; la carne femminile, dolce, liscia, elastica, suscita nel bambino e nella bambina stimoli sessuali, che si traducono in un desiderio di prendere, di afferrare; è aggressiva la maniera con cui la bambina, come il bambino, abbraccia sua madre, la palpa, l’accarezza; provano la stessa gelosia quando nasce un altro bambino e l’esprimono in modi analoghi: collera, malumore, disturbi urinari; ricorrono agli stessi vezzi per conquistare l’affetto degli adulti. Fino ai dodici anni la giovinetta è robusta quanto i suoi fratelli, e mostra identiche capacità intellettuali; non vi sono zone dove le sia vietato di rivaleggiare con loro.