La revisione: I miserabili, di Victor Hugo

314590a9ae05da6dc46f7e0562b75537_origNel 1804, monsignore Myriel era parroco di Brignolles. Era già vecchio e viveva del tutto ritirato. All’epoca dell’incoronazione, una piccola faccenda della sua parrocchia, non si sa più bene quale, lo condusse a Parigi. Tra le varie persone potenti, andò a sollecitare per conto dei suoi parrocchiani, il Cardinale Fescha. Un giorno in cui  l’imperatore era venuto a far visita a suo zio, il rispettabile curato, che aspettava in anticamera, si trovò sul passaggio di sua maestà. Napoleone, vistosi guardato con una certa curiosità da quel vecchio, si voltò e disse bruscamente:

“Chi è questo buon uomo che mi guarda?”

“Sire – disse monsignore Myriel – voi guardate un buon uomo, e io guardo un grand’uomo. Entrambi possiamo trarne profitto”.

L’imperatore, quella sera stessa, chiese al Cardinale il nome di quel parroco, e qualche tempo dopo monsignore Myriel fu del tutto sorpreso di venire a sapere di essere stato nominato Vescovo di Digne.

Del resto, che cosa c’era di vero nei racconti che si facevano sulla prima parte della vita di monsignore Myriel? Nessuno lo sapeva. Poche famiglie avevano conosciuto i Myriel prima della rivoluzione. Monsignore Myriel dovette subire la sorte del nuovo arrivato in una piccola cittadina dove sono molte le bocche che parlano e poche le teste che pensano. Dovette subirla nonostante fosse vescovo e proprio in quanto vescovo. Ma, dopo tutto, le dicerie alle quali si mescolava il suo nome forse non erano che delle dicerie; rumore, parole, chiacchiere; meno di chiacchiere, delle palabres, come si dice nell’energica lingua del sud. In tutti i casi, dopo nove anni di episcopato e di residenza a Digne, tutte queste maldicenze, argomenti di conversazione che occupano in un primo momento le piccole cittadine e le piccole persone, erano cadute in un profondo oblio. Nessuno avrebbe osato parlarne, nessuno avrebbe nemmeno osato ricordarsene. Monsignore Myriel era arrivato a Digne accompagnato da una vecchia zitella, Mademoiselle Baptistine, che era sua sorella e aveva dieci anni meno di lui.

 (Traduzione di Stefania Batti)

Il richiamo della foresta, di Jack London

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Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando, dallo stretto di Puget a San Diego, per lui e per ogni cane di grossa taglia, con muscoli forti e una pelliccia calda e spessa. Infatti, da quando le compagnie di navigazione e di trasporto avevano diffuso la notizia che, a forza di girovagare nelle tenebre dell’Artico, si era trovato un prezioso metallo giallo, migliaia di uomini si precipitavano senza sosta nelle regioni del Nord. Uomini che avevano bisogno di cani robusti e dal pelo lungo, che fossero resistenti alla fatica e protetti dal gran freddo.

Buck viveva nella valle assolata di Santa Clara, in una grande casa chiamata “la tenuta del giudice Miller”. Era un po’ lontana dalla strada, mezzo nascosta fra gli alberi, attraverso i quali si poteva intravedere la veranda fresca e spaziosa che correva intorno ai quattro lati dell’edificio. Vi si giungeva percorrendo viali ghiaiosi serpeggianti attraverso vasti prati e sotto l’intrico dei rami di alti pioppi. Il retro era ancora più spazioso; vi erano grandi stalle cui accudivano una dozzina di mozzi e stallieri, file di casette per la servitù coperte da rampicanti, una schiera interminabile e ordinata di dipendenze, lunghi pergolati, pascoli verdi, frutteti e aiuole di fragole. C’erano anche l’impianto di pompe del pozzo artesiano e la grande vasca di cemento, dove i figli del giudice Miller si tuffavano al mattino e prendevano il fresco nelle ore calde del pomeriggio.

(Traduzione di Laura Felici)

David Martinez, Zara

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I principali tratti distintivi di Ortega sono i più di 7.000 punti vendita aperti dal gruppo tessile Inditex, presente in 88 paesi, e i suoi quasi 153.000 impiegati. Oltre a Zara, il gruppo possiede altri brand: Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho, Zara Home e Uterqüe.

La multinazionale tessile comprende anche un centinaio di società vincolate alle diverse attività, che formano il commercio del design, la fabbricazione e la distribuzione tessile. Inditex ha avuto un utile netto di 2.875 milioni di euro nel suo ultimo esercizio fiscale fino a marzo 2016, un nuovo record e un 15% in più rispetto all’anno precedente, mentre le sue vendite hanno superato per la prima volta i 20.000 milioni con una crescita del 15,4%, arrivando a 20.900 milioni.

L’attuale presidente e consigliere delegato del gruppo, Pablo Isla, ha guadagnato 12,7 milioni di euro in denaro liquido, il che suppone un aumento del 53,4%. Il risultato operativo lordo (ebitda) è risalito rapidamente al 15%, fino a 4.699 milioni, e nel 2015 ha creato 15.800 posti di lavoro, dei quali 4.120 in Spagna, e ha chiuso il bilancio d’esercizio con un organico totale di 152.854 impiegati. Con queste cifre, Inditex supera il suo diretto rivale nella conquista del centro della moda mondiale, H&M, le cui vendite hanno sfiorato i 19.500 milioni, con un utile di 2.250 milioni.

Amancio Ortega, col 59,294% delle azioni, si intascherà circa 1.108 milioni nel 2016 in termini di dividendo, contro i 961 milioni del bilancio precedente. In aprile gli impiegati del gruppo riceveranno un bonus di 37.4 milioni come compenso per il loro contributo alla crescita dell’impresa.

Il gruppo Inditex ha chiuso l’ultimo bilancio stabilendosi in 88 mercati attraverso 7.013 negozi, dopo aver contabilizzato 330 aperture nette (inaugurazioni meno chiusure). Per quest’anno, prevede di investire 1.500 milioni e si è posto come obiettivo di contabilizzare fra le 400 e le 460 aperture lorde e assorbire tra i 100 e i 120 piccoli negozi, seguendo la sua strategia per ottimizzare la propria rete commerciale.

(Traduzione di Serena Rossi)

 

Sicilia – Lonely Planet: Tradurre le guide turistiche

Blue Hour Piazza Duomo 5 - Syracuse - Unesco World HeritageSiracusa

L’incantevole Siracusa vi stregherà con il suo fascino… anche se, uscendo dalla stazione dei treni o dei pullman, in questa zona moderna e asettica del centro città, proverete sicuramente una certa sensazione di diffidenza iniziale. Vi basterà infilarvi nel dedalo di viuzze dello storico quartiere di Ortigia o nell’ampio parco archeologico a nord della città per sentirvi immersi nel cuore della storia. Vi ritroverete all’improvviso circondati da vestigia dell’antica Grecia, potrete osservare graziose piante di papiro nella Fonte Aretusa, prima di attraversare una piazza ricoperta di pietra bianca luccicante dove le colonne di un antico tempio si ergono da una cattedrale dalla facciata barocca.

Cucina siciliana

La Sicilia stravolgerà la vostra concezione della cucina italiana. Agrumi, finocchio selvatico, menta, pistacchi, mandorle, pomodori di Pachino, capperi, olive, tonno, sardine, pesce spada e gamberetti sono fra i protagonisti dei piatti tipici dell’isola. Basta gironzolare per Catania per trovare alcune meraviglie come la pasta alla Norma, con le melanzane e la ricotta, o gli arancini, saporite palline di riso farcite.

Concedetevi il couscous al safran (allo zafferano) a Trapani o la pasta con le sarde (pasta con sardine, pinoli, uvetta e finocchio selvatico) a Palermo – ma soprattutto lasciate un po’ di posto per i famosissimi dolci siciliani come i cannoli e la cassata!

Siti storici

Teatro greco, Taormina – Uno scenario da sogno per questo teatro greco del II° secolo a.C. con una vista spettacolare sul mare e sull’Etna.

Segesta – Il tempio dorico degli Elimi, in cima a una collina e sferzato dal vento, costituisce uno dei siti più magici della Sicilia.

Le 21.5 eterne leggi della vendita, di Jeffrey Gitomer

21-5-eterne-leggi-vendita-libroOgni venditore è alla ricerca di metodi per vendere di più. A volte è perché lavora a provvigione o ha un piano vendite prestabilito, altre volte vuole solo cavalcare l’onda e avere ancora più successo.

Fortunatamente per te non esiste un unico modo per vendere di più.

REALTÀ: A volte capita di non riuscire a vendere. Di essere certi che tutto sia stato fatto nel modo giusto, ma alla fine qualcosa, un’unica cosa, è andata storta.

Si potrebbe dare la colpa al prezzo, alla domanda, all’offerta, alla concorrenza o ad altre circostanze, ma la verità è che se non sei riuscito a vendere è perché non hai rispettato una delle leggi della vendita. Qual è stato il motivo?

La differenza tra il valore e il prezzo?

Le tue tecniche di presentazione?

La mancanza di prove?

Forse non sei riuscito a conquistare la fiducia del cliente?

Qualunque cosa sia successa, non sei riuscito a vendere.

 

FACCIAMO UN PASSO INDIETRO: Alla metà degli anni ’70, ho affrontato dei concorrenti spietati nel cuore di New York. E ho vinto. In modo etico.

Più avanti, nel corso della vita, mi sono reso conto che gran parte dei miei primi successi si basava sulla mia abilità di comunicazione. La concorrenza non aveva la mia passione né la mia convinzione, né era abbastanza abile da trasmettere al cliente quella passione e quella convinzione.

Ti prego di non pensare che ogni vendita che ho tentato sia andata a buon fine. Neanche per sogno. Ma posso dire che ogni volta che ho fallito, ho imparato e ne ho scritto.

Nel giro di qualche anno, ho iniziato a insegnare agli altri le mie idee e strategie di vendita. Mi sono accorto di essere in grado di trasmettere la mia passione in un modo che agli altri piaceva molto. Provavano a seguire i miei consigli e avevano successo. Ben presto sempre più persone hanno voluto saperne di più sulle mie idee.

L’evoluzione della mia consapevolezza e della mia visione divenne chiara quando mi resi conto appieno che alla base delle mie passioni c’era l’amore:

  • Una volta capito che amavo vendere, volevo essere il migliore nel campo.
  • Una volta capito che amavo scrivere di vendite, volevo essere il migliore nel campo.
  • Una volta capito che amavo parlare di vendite, volevo essere il migliore nel campo.

(Traduzione di Thais Siciliano)

Juan Luis Arsuaga/Manuel Martín-Loeches, Il marchio indelebile

La teoria della selezione sessuale ha avuto un minor successo rispetto a quella della selezione naturale da quando Darwin la propose fino ai giorni nostri. Ma la selezione naturale o “sopravvivenza del più adatto” (espressione non coniata da Darwin ma da Herbert Spencer) aveva inquietanti risonanze politiche nell’Inghilterra vittoriana, e un lontano cugino di Darwin individuò le opportune ripercussioni sulla sua società e sul suo tempo.

Se la selezione naturale è la forza che ha plasmato l’essere umano e lo ha elevato sopra gli altri esseri viventi, sarebbe giusto rafforzare e potenziare questo “impulso ascendente” così che esso ci porti – come specie – ancora più in alto. In che modo? Favorendo la riproduzione dei più forti, dei più dotati per fisico e intelletto (inclusi coloro col più alto senso morale), invece di contrastare “l’azione benefattrice” della selezione naturale, dato che – come sembra stia avvenendo – permette che le persone deboli e cagionevoli, i corrotti dal vizio e gli ottusi si riproducano. Questa è l’idea basilare del movimento chiamato eugenetica fondato da sir Francis Galton Darwin.

Galton, tredici anni più giovane di Darwin, era anch’egli nipote del famoso Erasmus Darwin, ma da parte della sua seconda moglie. Fu un brillante scienziato che si distinse in diversi ambiti, come la statistica, la meteorologia, la geografia, l’antropologia, la genetica, la psicometria. L’uso delle impronte digitali per l’identificazione degli individui fu una sua idea, come anche i concetti di “correlazione” e “regressione”, nozioni molto usate in statistica. Il movimento eugenetico che creò Galton, basato secondo lui sul darwinismo e la “lotta per la sopravvivenza”, proseguì dopo la sua morte. Tuttavia è strano che la maggior parte dei biologi evoluzionistici smise di usare il concetto di selezione naturale del cugino Charles Darwin per spiegare l’origine delle specie.

(Traduzione di Serena Rossi)

 

Come sistemare casa e vivere organizzati, di Sabine Polifonte-Ranguin

casa-ordine-pulizia-consigliLo stress è un’angoscia mentale che può accumularsi col tempo e avere delle gravi conseguenze sulla vostra salute e sul vostro benessere. Potrete evitare molti litigi con la vostra famiglia con una giusta organizzazione tra le vostre mura domestiche, perché tutti conosceranno le regole da rispettare, le responsabilità degli uni e degli altri e saranno a conoscenza della pianificazione familiare.

Anche se vivete soli, potete soffrire di stress come diretta conseguenza della vostra mancanza di organizzazione. Basta che vediate disordine nella vostra casa o nel vostro appartamento tutti i giorni quando varcate la porta o che dimentichiate di continuo delle cose importanti per scatenarlo. Ogni cambiamento, anche se piccolo, può avere un impatto positivo su di voi. Pensate alla tranquillità che potreste provare rientrando a casa sapendo che tutto è sotto controllo! La serenità d’animo è una grande fonte di motivazione. E se la vostra famiglia se la cavasse anche senza di voi? Non sognate di potervi rilassare a fine giornata perché c’è qualcuno a darvi una mano?

(Traduzione di Marta Venditti)

Arnold Ehret, Digiuno razionale

LE_POINT_DE_VUE11n4000Ogni fase dello sviluppo della scienza medica, comprese quelle che risalgono all’inizio della civiltà, intende allo stesso modo la natura causale delle malattie, quella che tutte hanno in comune, ossia il fatto che le malattie entrino nel corpo umano tramite cause esterne, e di conseguenza, seguendo una legge necessaria o quantomeno inevitabile, disturbino l’esistenza del corpo, gli infliggano dolore e infine lo distruggano. Neppure la scienza medica moderna, per quanto si finga illuminata, ha abbandonato del tutto questa traccia di interpretazione demoniaca. Anzi, la conquista più moderna, la batteriologia, esulta di fronte a ogni nuovo bacillo scoperto e lo aggiunge all’esercito di esseri il cui compito riconosciuto è di mettere in pericolo la vita umana.

Da un punto di vista filosofico, questa interpretazione si differenzia dalla superstizione medievale e dal periodo del feticismo solo per il nome. Un tempo si parlava di «spirito malvagio», e l’immaginazione arrivava a credere che fosse presente in «personaggi satanici»; ora lo stesso pericoloso mostro è un essere microscopico ma visibile la cui esistenza è stata dimostrata con assoluta certezza.

C’è qualcosa di vero nel concetto di «invasione esterna» quando si parla di malattia o di ereditarietà, ma non nel senso che l’invasore è uno spirito (demone) ostile alla vita, o un essere microscopico (bacillo); al contrario, ogni malattia, senza eccezioni, ereditaria o meno, è provocata – lasciando da parte alcune cause igieniche – solo ed esclusivamente dagli alimenti biologicamente sbagliati, «innaturali», e da ogni grammo in eccesso che ingeriamo.

(Traduzione di Thais Siciliano)

Intervista a Manuela Faimali: un buon traduttore è prima di tutto un avido lettore

(intervista di Rossella Monaco)

manCiao Manuela, prima di tutto vuoi presentarti ai nostri corsisti? Come hai cominciato a tradurre, e quali autori da te tradotti ami di più?

Ciao a tutti, sono una traduttrice editoriale e mi occupo di narrativa, non-fiction e cataloghi d’arte. La mia prima esperienza sul campo è stata nel 2008. All’epoca frequentavo un corso di laurea specialistica in traduzione, e ho avuto l’occasione di tradurre un romanzo a quattro mani durante uno stage formativo. È stato allora che mi sono convinta di avere intrapreso la strada giusta. Poi ho sostenuto una prova per una casa editrice in cerca di nuovi traduttori, e ne è nata una collaborazione che continua ancora oggi. Tra gli autori che ho tradotto in questi anni, alcuni mi hanno arricchita in modo particolare. Penso a Paul Kalanithi, alla delicatezza struggente della sua voce nell’autobiografia postuma Quando il respiro si fa aria (edita da Mondadori). Penso alla potenza narrativa di Louise Doughty, di cui finora ho avuto il piacere di tradurre tre romanzi per Bollati Boringhieri, e alla prosa sublime di Claire Messud.

Quali doti dovrebbe avere secondo te un buon traduttore?

Credo che per tradurre, almeno in ambito letterario, servano passione, creatività, pazienza e dedizione. Passione e creatività sono la linfa vitale di questo mestiere, e il suo pregio più grande. Ma un traduttore lavora per settimane o mesi sullo stesso testo, leggendo e rileggendo le stesse frasi, e deve tenere alta la concentrazione fino alla fine perché ogni singola parola merita la massima attenzione. Deve saper ascoltare l’opera per coglierne e trasmetterne il tono, gli intenti, le sfumature. Inoltre non può mancare una sana curiosità, quella che lo porta a informarsi sull’autore, a leggerne le opere precedenti quando è possibile, ad approfondire gli argomenti che non conosce, e a cimentarsi anche in generi diversi.


81ID9OWLZ7LDove preferisci lavorare quando traduci?

Riesco a tradurre solo a casa. È importante lavorare in un ambiente in cui ci si sente a proprio agio. C’è chi preferisce stare in mezzo alla gente o avere musica in sottofondo. Io vivo la traduzione come un momento intimo, fatto di tranquillità e silenzio, e altrove mi riuscirebbe senz’altro più difficile.

Come si fa la revisione di una propria traduzione?

Comincio sempre confrontando il testo originale e la mia traduzione parola per parola, in modo scrupoloso. È incredibile quante piccole cose possano sfuggire a una prima lettura, aggettivi, sfumature di significato, a volte intere frasi! A questo punto rileggo il testo altre due o tre volte, e se posso faccio una pausa tra una e l’altra per sgombrare la mente. È una fase cruciale per dare alla traduzione la sua veste definitiva, e tempo permettendo sarebbe molto utile rileggerla ad alta voce, in modo da coglierne il suono e il ritmo.

9788833928029_0_0_1586_80Che rapporto hai avuto fino a oggi con le redazioni con cui hai collaborato?

Finora ho sempre incontrato persone disponibili e professionali con cui ho instaurato rapporti di fiducia duraturi. Un’editor in particolare mi ha sostenuta fin dall’inizio e ancora oggi riesce a tirare fuori il meglio di me. A volte ho anche la possibilità di dialogare direttamente con i revisori, e trovo che sia un utile momento di scambio e di crescita.

Quali le difficoltà più grandi anche a livello pratico per chi svolge questo mestiere?

La prima difficoltà che ho incontrato è stata quella di ottenere un flusso di lavoro costante e tariffe dignitose. Chi vive di sole traduzioni, come me, deve coltivare una serie di collaborazioni per evitare i tempi morti e l’ansia che ne consegue. Agli inizi può sembrare problematico ma con il tempo, le esperienze e il passaparola è possibile costruirsi una buona rete di contatti e avere una certa stabilità. Un altro aspetto insidioso è dedicare a una traduzione il tempo e l’impegno necessari. Troppo spesso le scadenze sono serrate e non permettono al traduttore di approfondire, informarsi, leggere quanto vorrebbe. È fondamentale gestirsi bene, trovando e assecondando i propri ritmi di lavoro. Io ad esempio sono molto più produttiva al mattino e alla sera, nel pomeriggio ho un calo fisiologico e preferisco staccare quando mi accorgo che sto perdendo la concentrazione.

69123q-GAQ7NFRFQual è la cosa che ami di più di questo lavoro? E quella che ami di meno?

La cosa che più mi affascina è che non c’è un giorno uguale all’altro. Non ho mai la sensazione di fare un lavoro ripetitivo, ogni passaggio da tradurre comporta sfide diverse, ogni opera mi proietta in un universo totalmente nuovo. La traduzione in sé è un mestiere solitario, e questo in certi momenti può pesare, ma allo stesso tempo si instaura un dialogo costante con l’opera e il suo autore, e non c’è compagnia più stimolante.

Nel tradurre narrativa, quanto il traduttore dovrebbe conoscere le tecniche e i passaggi che hanno portato alla creazione dell’opera? In che percentuale dovrebbe farsi “scrittore”?

Un buon traduttore è prima di tutto un avido lettore, perché per tradurre (in ambito letterario in particolare) serve una conoscenza approfondita di tecniche ed espedienti narrativi e stilistici. In fase di “scrittura”, la sua libertà creativa è limitata dalla necessità di rispettare le intenzioni dell’autore, anche di fronte a una prosa in cui non si riconosce o a scelte che non condivide. Non è sempre facile, e il margine d’azione varia enormemente da un caso all’altro, ma sta alla sensibilità del traduttore capire quando porsi un freno per non snaturare l’originale.

9788869050640_0_0_1488_80Leggi sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre?

No, di solito leggo solo qualche capitolo per farmi un’idea. È una scelta dettata soprattutto da ragioni di tempo, ma è anche un modo per non lasciarmi influenzare in fase di traduzione e mantenere vivo l’interesse fino alla fine. I testi presentano spesso rimandi, simmetrie, ripetizioni, e in questo senso aiuterebbe leggerli subito per intero, ma in fondo ho a disposizione l’intero processo di revisione per aggiustare il tiro e sistemare quello che non quadra.

Su cosa stai lavorando in questo momento?

Al momento sono alle prese con due opere autobiografiche, entrambe al femminile ma con uno stile e un approccio totalmente diversi. Amo tradurre autobiografie, ho come la sensazione di instaurare un legame più autentico, più intimo con l’autore, una sorta di immaginario scambio di confidenze che dà ancora più intensità all’atto del tradurre.

Ramiro Montoya, Il sangue del sole

A ritmo di mitici metalli

Braudel basa la sua affermazione su questi ritmi e variazioni: l’oro che arrivava in Europa prima del XV secolo veniva ricercatooltremare, proveniva dal Sudan e viaggiava verso il Mediterraneo. Nei primi anni del XVI secolo il tragitto voltò verso l’Oceano Indiano e fu deviato in buona parte dai portoghesi, che stabilirono una tratta verso Siviglia, da dove il metallo fluì verso l’Europa per via atlantica, specialmente verso Anversa. Successivamente, fino alla metà del XVII secolo, imboccò la rotta che porta da Barcellona a Genova.

Lucidatura-monete-dopo-coniaturaL’argento si produceva nelle miniere del vecchio continente. Dal 1451, in Sassonia si utilizzò il processo di amalgamazione del piombo che permetteva di separare l’argento dal rame. Il piombo si estraeva nelle miniere in Germania, Tirolo, Austria, Ungheria, Boemia, Alsazia e Sassonia, dove nacquero poi le industrie di coniatura.

Nella seconda metà del XV secolo si risveglia in Europa un forte interesse per la ricerca dell’oro in Africa, principalmente a nord nel Maghreb, nella curva del Niger, del Mali, della Guinea e nelle carovane che viaggiavano per il Sahara. Imprese commerciali di portoghesi, spagnoli e genovesi mantennero i contatti con queste fonti di risorse e approvvigionarono i mercati di Lisbona, Siviglia e Genova.

Secondo Chaunu (1984), all’arrivo degli spagnoli nel Nuovo Mondo “l’oro era un materiale ornamentale privo di valore sia per le civiltà degli altipiani che per le popolazioni delle isole. Gli indiani, che non gli davano importanza, non si posero il minimo problema di fronte agli spagnoli, per i quali invece sembrava aver tanto valore. Però, di fatto, non lo ritenevano prezioso”. Con questo oro e con l’argento del Nuovo Mondo, la Spagna sarebbe diventata il grande emissario dei metalli monetizzati per irrigare la vita commerciale europea dell’Atlantico e del Mediterraneo.

(Traduzione di Serena Rossi)