Harold J. Morowitz, La nascita di ogni cosa

Traduzione di Luisa Anzolin, Vincenzo Perna e Thais Siciliano

gravitLa formazione di stelle di seconda e terza generazione è molto più complessa della nascita delle stelle di prima generazione. Infatti, una nube protostellare di generazione successiva alla prima contiene, oltre all’idrogeno e all’elio, molte altre varietà di atomi, sia individuali sia riuniti in piccole particelle condensatesi grazie alla gravità o all’attrazione chimica. Queste piccole parti di materia si chiamano planetesimi o polvere cosmica. Siccome provengono da varie zone del cosmo e sono state proiettate da esplosioni in diverse direzioni, i loro vettori di velocità possono formare un angolo retto con la linea che collega i planetesimi al centro di gravità della protostella. Per via della conservazione del momento angolare, alcune particelle cominciano a orbitare attorno alla protostella invece di esserne attratte. Perciò, oltre a formare una stella sferica, il materiale esterno produce un sistema stellare o, nel caso che conosciamo meglio, un sistema solare. Se si sommano tutti i vettori del momento angolare di tutti i detriti particolati, il materiale cosmico orbiterà attorno alla protostella seguendo la forma di un disco il cui piano forma un angolo retto con il vettore totale del momento angolare. La materia orbitante può dare origine a pianeti, asteroidi, dischi galattici o planetesimi, ma la sua orbita ha sempre la forma di un disco. Si può fare un paragone con la pasta per la pizza, che quando viene fatta roteare assume la stessa forma. La legge di Newton implica che le orbite siano ellittiche. Ci sono delle spiegazioni simili per gli anelli di Saturno e le lune di Giove.

 

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Fernando Savater, Etica come amor proprio

Traduzione di David Osorio Lovera e Cristiana Paternò

Darwin_-_Descent_of_Man_(1871)L’indagine che comincio qui ad abbozzare verte sul fondamento razionale di ciò che consideriamo portatore di valore, vale a dire sul fatto che lo reputiamo tale: che cosa fonda e sostiene la preferenza per determinati atteggiamenti, comportamenti, istituzioni? Qual è la ragione della stima che riserviamo loro? Non penso solo al fatto che siamo stimati, ma anche al diritto che abbiamo di attribuire ad essi un valore. I valori a cui mi riferisco fanno parte di quella che potremmo chiamare, in omaggio alla tradizione, “ragion pratica”, sono cioè i valori dell’etica, del diritto e della politica. Quanto alla nozione di “fondamento”, è necessario distinguerla da altre limitrofe, come “principio”, “origine” e “causa”. Un principio etico, per esempio “comportati con gli altri come vorresti che gli altri si comportino con te”, può essere benissimo un concentrato della moralità nel suo complesso, ma non fonda la morale, dato che posso sempre chiedermene il perché, la ragione del suo valore supremo. E non regge come fondamento neppure l’origine del comportamento morale, ciò che Nietzsche chiamava la “genealogia” della morale, come ad esempio è descritta nel quinto capitolo della prima parte dell’Origine dell’uomo di Darwin, poiché una genealogia non fa che descrivere un percorso che, ad un certo punto, potrebbe benissimo interrompersi o invertire la direzione. Qualcosa di simile, poi, possiamo dire della causa o delle cause della moralità (come del diritto e della politica), che sono in grado soltanto di giustificare come si è giunti a ciò che oggi – attribuendolo alla genetica, per esempio, o al determinismo delle condizioni di produzione – ma non di legittimarlo d’ora innanzi e per sempre, come preferibile da un punto di vista razionale. Stabilire che qualcosa è inevitabile, annulla la domanda sulla preferenza, ma non serve a fondare la scelta. Il fondamento che cerco – il cui presupposto è il come se della libertà, di cui ho già parlato in opere precedenti, La tarea del héroe e Invitación a la ética – è la radice intellegibile e invariabile della disposizione attiva a preferire, dalla quale scaturiscono tutti i giudizi di valore presenti o futuri. Questo fondamento non è la libertà, ma dalla libertà è reso possibile e tramite essa acquista significato.

Guida per astronomi principianti, di Vincent Jean Victor

Traduzione di Rossella Monaco

Planetario-sistema-solareDue categorie d’oggetti

Quando si parla di ciò che è visibile nel cielo, si utilizza il termine «oggetti».

È possibile distinguere molteplici oggetti che a loro volta definiscono due tipi di osservazione: le osservazioni planetarie e le osservazioni del profondo cielo. In generale, si parla di planetario e di profondo cielo.

  • Il planetario comprende gli oggetti appartenenti al sistema solare. Si tratta di oggetti molto piccoli rispetto alla scala dell’universo: la loro misura si esprime in chilometri. La distanza che ci separa da questi oggetti non supera i 5 miliardi (5 000 000 000) di chilometri… in pratica, si tratta della vicina periferia per l’astronomo!
  • Il profondo cielo comprende il resto del cielo: le nebulose, le stelle (osservate singolarmente o in ammassi) e le galassie. In questo caso, le distanze e le dimensioni sono gigantesche: gli oggetti più vicini sono di rado a una distanza inferiore a qualche decina d’anni luce, o centinaia di migliaia di miliardi di chilometri (100 000 000 000 000). In altre parole, questi oggetti per essere visibili devono essere molto grandi (diversi miliardi di chilometri di diametro) o molto luminosi (come le stelle, ad esempio).

Il planetario: osservazioni gratificanti

Con “planetario” si considerano principalmente nove astri: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Uranio, Nettuno, la luna e il sole. Qui l’interesse risiede nella varietà dei dettagli percepibili. Gli obiettivi d’osservazione sono pochi, certo, ma possiamo vedere con facilità variazioni sulla loro superficie: le tempeste di polvere su Marte, le fasi di Venere, le strutture nuvolose di Giove, l’inclinazione variabile degli anelli di Saturno, per non parlare delle molteplici fasi della luna, un astro che da solo offre centinaia di serate di osservazioni differenti.

Alberto Villoldo, Padroni del sogno

Traduzione di Thais Siciliano

women-hands-hold-a-money-bags-and-dropping-on-the-top-in-the-public-park-for-loans-to-planned-invest-676071160Anche se ci hanno sempre detto che creare la sicurezza materiale ci farà stare bene, persino coloro che secondo gli standard della nostra società raggiungono il successo spesso si meravigliano di scoprire quanto siano vuoti i loro trionfi. Alcuni dei miei clienti sono multimiliardari e invidiati da tanti per la loro ricchezza, ma molti di loro sentono di non avere nessuno scopo nella vita e non sono affatto felici. Certi non fanno che pensare a quanto sarebbe terribile se perdessero ciò che hanno accumulato, e spesso è per questo che vengono a cercarmi. Vogliono guarire dalla maledizione che la società ha imposto loro, l’obbligo di conquistare qualcosa e di accumulare; vogliono scoprire come fare per avere una vita significativa e costruttiva.

Altri clienti, che non hanno raggiunto i loro obiettivi, tendono a concentrarsi sul futuro e mi dicono: «Cambierò vita e renderò il mondo un posto migliore non appena i miei figli saranno cresciuti/andrò in pensione/troverò un lavoro meno stressante». Aspettano di eliminare tutte le distrazioni prima di poter approfittare dell’occasione di dimostrare quanto possono essere forti e originali, ma per il momento si trovano immersi in un incubo collettivo senza ispirazione né originalità, un incubo insostenibile, che li fa sentire come se si stessero spegnendo lentamente.

Molti di noi sono come un rospo in una pentola d’acqua che si scalda lentamente sul fuoco: in questa celebre metafora l’animale sente che l’acqua si fa sempre più calda, ma anziché dirsi «è meglio che salti fuori prima che diventi bollente e mi faccia del male» si abitua sempre di più alla temperatura e alla fine muore bollito. In questo momento l’acqua comincia a sobbollire intorno a noi: dobbiamo smettere di sperare che le cose un giorno miglioreranno, dobbiamo saltare.

 

Aina S. Erice, José Antonio Marina L’invenzione del regno vegetale. Storie sulle piante e l’intelligenza umana

Traduzione di Serena Rossi

SPACCATOUNA (BREVE?) INTRODUZIONE DEI PERSONAGGI DELLA NOSTRA STORIA.

Non sappiamo quando è nata la prima pianta del mondo, né tantomeno quando nacque il primo essere umano. Ciò che però sappiamo è che l’umano apparve molto, molto tempo dopo il vegetale; per essere più concreti, 430 milioni di anni dopo. Prima che gli antenati diretti delle piante terrestri si decidessero a fare il grande salto e lasciarsi indietro il mezzo acquatico, la terraferma era una roccia nuda. Il mare ribolliva di vita, ma i continenti erano rimasti deserti dalla loro formazione, ambienti eccessivamente inospitali, troppo aridi e poco accoglienti per quegli organismi di lignaggio acquatico. Si crede che furono delle alghe verdi ad avventurarsi oltre le coste, osando così affrontare un’infinità di problemi che le attendevano fuori dall’acqua: foglie che non si tengono più erette al movimento delle correnti, cellule riproduttive che non potranno più organizzare incontri amorosi a nuoto, o nutrienti che non galleggiano più disciolti nell’acqua circostante. La vita sulla terra è dura e secca, oltre ad essere terribilmente luminosa dopo la penombra marina nella quale vivono sommerse la maggior parte delle alghe. Tanti problemi sarebbero sufficienti per scoraggiare chiunque, ma le pioniere non si abbattono. Certamente procedono lentamente, raffinando sempre di più le soluzioni, fino al punto di poter presumere di aver dato origine a cactus e querce. All’inizio rimangono in zone umide, formando tappeti verdi di muschi che non vogliono ancora interrompere il loro legame con l’acqua. Sono piccole e non hanno ancora delle vere e proprie radici, né fusti o foglie; quando diffondono la progenie non la imbarcano nei semi, ma in piccole spore che cavalcano il vento fino a incontrare un posticino umido dove poter crescere in pace.

Gli anni passano, e così i secoli e i millenni, e a un certo punto compaiono le felci, ancora innamorate degli ambienti umidi. Senza dubbio, alcune iniziano ad avventurarsi più in là e creano una nuova strategia di diffusione: inventano il seme.

Intervista a Anna Mioni: per una buona traduzione è necessario saper scrivere bene in italiano

Buongiorno Anna, parliamo un po’ di te. Traduci prevalentemente narrativa o saggistica? Vuoi nominare qualche opera da te tradotta?

Traduco prevalentemente narrativa angloamericana contemporanea, con l’eccezione di qualche libro di saggistica o biografie di settori nei quali sono competente (musica rock, arte contemporanea, cinema, letteratura). Ho tradotto quasi settanta libri in ventun anni di attività. Tra i narratori di cui mi sono occupata di recente ci sono Joyce Maynard, Ling Ma, Tom McCarthy, Nell Zink, Lester Bangs, Jon McGregor, Sam Lipsyte; nell’ambito della saggistica musicale ho tradotto le biografie di Johnny Marr, e con altri colleghi quelle di Phil Collins e di Morrissey (quest’ultima mai uscita in lingue diverse dall’inglese, per volere dell’autore). Da qualche anno ho anche una mia agenzia letteraria internazionale, AC2 Literary Agency, e insegno traduzione in vari corsi di laurea e post laurea di università statali e SSML private.

 

Come ti organizzi nel tuo lavoro? Esiste un modus operandi?

Non esiste un modus operandi uguale per tutti, in una professione che si svolge prevalentemente da soli. L’importante è il risultato finale, quindi ognuno lo raggiunge con il metodo che gli è più consono.

Per quanto riguarda me, cerco di dividere il numero di pagine del libro che devo tradurre per il numero di giorni che ho a disposizione, lasciandomi una settimana buona alla fine per rivedere il lavoro prima di consegnarlo, e tenendomi larga in caso di imprevisti. Cerco di rispettare questa scaletta in modo da consegnare con puntualità. Mentre lavoro consulto dizionari monolingue, bilingue, di slang, dei sinonimi (prevalentemente in formato elettronico) e altre risorse online attendibili e certificate.

 

Come entri in contatto con nuovi committenti?

A volte sono loro a cercarmi, perché hanno acquisito un autore su cui ho già lavorato, o perché hanno sentito parlare bene del mio lavoro. Altre volte sono io a contattarli, agli eventi del settore o in altre occasioni, dando la mia disponibilità nei periodi in cui sono libera. Inoltre ho vari spazi in rete (sito, pagina LinkedIn, eccetera) dove tengo una vetrina del mio lavoro.

 

Qual è la cosa che ami di più di questo lavoro? E quella che ami di meno?

Della traduzione amo di più la varietà: ho scelto questo lavoro anche perché mi stufo facilmente e invece traducendo non ci si annoia mai, è come se si cambiasse lavoro con ogni nuovo libro che traduciamo.

Quella che amo di meno è lo scarso riconoscimento economico. È un lavoro difficilissimo, poche persone in Italia sono in grado di farlo bene, ed essere pagati cifre così basse, che non aumentano con l’anzianità (mentre invece, con gli anni, la competenza aumenta) è quasi offensivo.

 

C’è un autore che sogni di tradurre, o un romanzo in particolare?

Ormai dall’inglese non rimane quasi più nulla che non sia stato tradotto, se non i romanzi che devono ancora essere pubblicati. Sogno di tradurre sempre libri di qualità, e in particolare mi piacerebbe ritradurre qualche classico moderno, specie uno che richieda un lavoro particolare sulla voce e la lingua dell’autore, o su linguaggi specifici.

 

Per chiudere, che consiglio daresti a chi vuole entrare nel mondo della traduzione?

La preparazione offerta dai normali cicli di studi non è sufficiente. L’editoria è un mondo lavorativo che richiede di conoscerlo bene per entrarci. Quindi è necessario prima di tutto documentarsi sugli editori italiani, su cosa pubblicano e cosa traducono; per fare questo si possono frequentare le varie fiere del libro sul territorio nazionale, dove spesso si tengono anche conferenze e dibattiti sulla traduzione che sono utilissimi a chi vuole intraprendere questa carriera. Inoltre è necessario scrivere bene in italiano ed essere dei lettori avidi, sia di libri in italiano che di buone traduzioni: è impensabile proporsi per tradurre narrativa o saggistica se non padroneggiamo bene quel registro linguistico, o non ci piace leggere, o scriviamo male in italiano. Se dopo queste verifiche capiamo di essere adatti, si possono frequentare alcuni dei tanti corsi disponibili tenuti da professionisti che lavorano nell’editoria; alcuni atenei più illuminati stanno riconoscendo le loro competenze, chiamandoli a condividere le loro esperienze pratiche con gli studenti, e quindi ora si può seguire qualche corso di questo tipo anche nelle università statali e non solo in corsi privati.

José Antonio Marina, Trattato di filosofia zoom

Traduzione di Serena Rossi

SOFFERMIAMOCI QUINDI SUL FATTO CHE QUESTO È UN LIBRO DI FILOSOFIA ULTRAMODERNA.

Un tentativo per verificare se l’ingegno può dedicarsi a cercare con grazia la verità, o se il trattato sulla verità deve sempre essere severo e solenne. Si dice che Bernard Shaw commentò: «Non ho letto La pulzella d’Orleans di Schiller, ma credo che, a causa del tono con cui gli ammiratori parlano di lei, non lo leggerò mai».

Una cosa simile succede con la filosofia, ridotta a una vecchietta che racconta le sue antiche storie di famiglia. Hegel le assestò un colpo mortale quando affermò che la filosofia, come la civetta di Minerva, si sveglia all’imbrunire e arriva sempre tardi. Non sono d’accordo. Abbiamo bisogno di una filosofia mattiniera, dal volo alto, e che si diriga avanti.

Ho intitolato questo libro Trattato di filosofia zoom perché il suo metodo consiste nel passare dalle cose piccole alle verità sistematiche o, in senso contrario, utilizzare gli strumenti concettuali di un sistema per mettere a fuoco una minima realtà. L’ingegno ci ha insegnato che qualsiasi minuscolo oggetto si collega con l’infinito mediante l’eccetera.

Ho letto a tutti i miei alunni l’«Ode al carciofo» di Pablo Neruda: « Il Carciofo dal tenero cuore si vestì da guerriero». Lo facevo perché volevo risvegliare in loro l’esperienza poetica, e se l’avessi messa in relazione con l’essere innamorati, alla riva del mare, in primavera, il vedere il sole sorgere mentre una melodia romantica intensifica il potere dell’istante, non si sarebbero palesate molte coincidenze. Dall’altra parte, se fossero riusciti a scoprire la folgorazione poetica in un carciofo, in un pomodoro o in uno spezzatino, sarebbero stati salvi. Mi ha sempre incantato l’intuizione poetica di Teresa del Bambin Gesù, che ritrovava Dio tra pentole e padelle, senza credersi per questo Ferran Adrià. Xavier Zubiri superò se stesso e disse che se la nostra intelligenza fosse sufficientemente potente, potrebbe scoprire in un granello di sabbia il mistero della Santissima Trinità, il che è, senza dubbio, il colmo della microscopia teologica.

La scommessa della decrescita, di Serge Latouche

Feltrinelli Editore

Traduzione di Matteo Schianchi

Sembra ormai chiaro che oggi viviamo nell’epoca della sesta estinzione delle specie. Quotidianamente, infatti, si registra la scomparsa di un numero di specie (tra vegetali e animali) che va da cinquanta a duecento, un dato drammatico superiore da mille a tremila volte quello dell’ecatombe delle ere geologiche passate. Come scrive felicemente Jean-Paul Besset: “Dai tempi dei ghiacci polari una tale frequenza non ha paragoni”. La quinta estinzione, che si è verificata nel Cretaceo 65 milioni di anni fa, aveva visto la fine dei dinosauri e di grandi altri animali, probabilmente a causa dell’impatto della Terra con un asteroide, ma era avvenuta in un arco di tempo ben più lungo rispetto a quello delle catastrofi attuali. Oggi, inoltre, a differenza delle epoche precedenti, l’uomo è direttamente responsabile della “deplezione” in corso della materia vivente e potrebbe addirittura esserne vittima. Se crediamo al rapporto del professor Belpomme sui tumori e alle analisi del rinomato tossicologo Narbonne, la fine dell’umanità dovrebbe avvenire perfino più rapidamente del previsto, verso il 2060, per la sterilità generalizzata dello sperma maschile prodotta dall’effetto di pesticidi e altri Pop o Cmr (i tossicologi definiscono Pop gli inquinanti organici persistenti di cui i Cmr – cancerogeni, mutageni, reprotossici – rappresentano la specie più “innocua”).

Dopo decenni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali – siccità, inondazioni, cicloni – è già in atto. Ai cambiamenti climatici si accompagnano le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) ma anche possibili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi biogenetiche. Ormai è noto a tutti che stiamo andando dritti contro il muro. Restano da calcolare solo la velocità con cui ci stiamo arrivando e il momento dello schianto. Secondo Peter Barrett, direttore del Centro di ricerca sull’Antartico all’università neozelandese di Victoria “proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non fra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo”. Quando i nostri figli avranno sessant’anni, se il mondo esisterà ancora, sarà molto diverso.

Bertrand Russell, Elogio dell’ozio

Traduzione di Elisa Marpicati

Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice «l’ozio è il padre di tutti i vizi». Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. Io penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si è predicato sinora. Tutti conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al sole (ciò accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato una lira al più pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a gran voce, e naturalmente il turista diede la lira al dodicesimo, giacché era un uomo che sapeva il fatto suo. Nei paesi che non godono del clima mediterraneo, tuttavia, oziare è una cosa molto più difficile e bisognerebbe iniziare a tale scopo una vasta campagna di propaganda. Spero che, dopo aver letto queste pagine, l’YMCA si proponga di insegnare ai giovanotti a non fare nulla. Se ciò accadesse davvero, non sarei vissuto invano.

Prima di esporre i miei argomenti in favore dell’ozio, vorrei eliminarne uno che non mi sento di accettare. Quando una persona ha mezzi sufficienti per vivere e tuttavia pensa di assumere un impiego qualsiasi (di insegnante o di segretario, ad esempio), si usa dire che tale persona toglie il pane di bocca agli altri e compie perciò un’azione malvagia. Se tale argomento fosse valido, basterebbe che tutti stessero in ozio perché ogni stomaco fosse pieno di pane. La gente che parla così dimentica che di solito gli uomini spendono quel che guadagnano, e spendendo danno lavoro agli altri.

Eloy Moreno, Il regalo

Traduzione di Silvia Bogliolo

«Hai capito che cosa è successo oggi?»

«Sì, papà».

«Sicura?»

«Ma sì, non sono più così piccola!»

«Allora lo sai che non sono morto, vero?»

«Ah, no? Sei proprio sicuro di non essere morto?» E cominciò a farmi il solletico.

E io a lei. Le afferrai una gamba con una mano, mentre con l’altra tentai di sfilarle il calzino. Ci riuscii e glielo lanciai per terra iniziando a mordicchiare le dita del suo piedino.

«No, questo non vale! Non vale!» protestava ridendo. «Smettila!» e cercava di scappare saltellando su un piede solo.

Continuammo a giocare per qualche minuto, per tutta la stanza: lei saltava sul letto e io cercavo di bloccarla, si nascondeva sotto le lenzuola, mi colpiva con un cuscino, balzava di nuovo a terra… e io la inseguivo, tra scoppi di risa, grida e vita. Alla fine, stanchi, ci fermammo uno davanti all’altra, prendemmo fiato e ci abbracciammo.

«Papà…»

«Sì?»

«Mi racconti una favola?»

«Ma non avevi detto che non eri più così piccola?»

«Perché? Le favole si raccontano solo ai piccoli?»

«No, hai ragione. Te ne racconto una».

«Una? No, due. Oggi ne voglio due».

«Due?»

«Sì, due, tiprego, tiprego, tiprego…»

«Va bene, una favola e una storia. D’accordo?»

«Me lo prometti?»

«Sì, certo».

«Anche se mi addormento?»

«Anche se ti addormenti».

Mi dette un velocissimo bacio sulla guancia e mi abbracciò così forte che riuscì a stringermi non soltanto il corpo ma tutta la vita. Con un balzo si infilò nel letto e si tirò il piumino fino al naso: quel tanto che bastava per far entrare l’aria e per poter continuare a seguirmi con gli occhi, per il momento ancora aperti.

«Bene, questa è una delle favole che quando ero piccolo tuo nonno mi raccontava più spesso».

«Sì, evviva! Una di quelle del nonno!»

«Allora cominciamo. C’erano una volta due fratelli che lavoravano la terra già da molti anni. Era la stessa terra che avevano coltivato i loro genitori e ancora prima i loro nonni. Non erano né ricchi e né poveri, lavoravano nei campi tutti i giorni e ne ricavavano abbastanza da poter vivere comodamente.

«Un giorno, quando aravano già da più di due ore, uno di loro trovò una bottiglia semisepolta, una bottiglia che conteneva un foglio di carta».

«Dai! Come i messaggi nelle bottiglie che poi si buttano in mare» mi interruppe lei.