Nemico, amico, amante… di Alice Munro

Traduzione di Susanna Basso

Anni fa, prima che tanti treni su linee secondarie venissero soppressi, una donna dalla fronte alta e lentigginosa e una matassa crespa di capelli rossi, si presentò in stazione per informarsi riguardo alla spedizione di certi mobili.

L’impiegato faceva sempre un po’ lo spiritoso con le donne, specie con quelle bruttine, che sembravano apprezzare.

– Mobili? – disse, come se nessuno avesse mai avuto prima un’idea simile. – Dunque, vediamo. Di che genere di mobili stiamo parlando?

Un tavolo da pranzo con sei sedie. Una camera da letto completa, un divano, un tavolo basso, alcuni tavolini, una lampada a stelo. E anche una cristalliera e una credenza.

– Accidenti. Una casa intera.

– Non direi proprio, – ribatté lei. – Mancano le cose di cucina e ci sono mobili per una sola camera da letto.

Aveva tutti i denti ammucchiati davanti, come se fossero pronti a litigare.

– Le servirà il furgone, – fece lui.

– No, voglio spedirli per ferrovia. Vanno a ovest, nel Saskatchewan.

Gli si rivolgeva a voce alta, come se fosse sordo o scemo, e c’era qualcosa di strano nel modo in cui pronunciava le parole. Un accento. Olandese, pensò lui – c’era parecchio movimento di olandesi in quella zona -, anche se, delle donne olandesi, a questa mancava la stazza o la bella carnagione rosea o i capelli biondi. Poteva essere sotto i quaranta, ma che importanza aveva? Miss bellezza non doveva esserlo stata mai.

L’uomo si fece molto professionale.

– Prima di tutto le ci vorrà il furgone per trasferire la roba qui da dovunque si trovi. E poi, sarà meglio controllare che in questo posto nel Saskatchewan ci passi il treno. Se no, dovrà farla venire a prendere, che so, a Regina.

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Non preoccuparti, la vita è facile, di Agnès Martin-Lugand

Sperling & Kupfer

Traduzione di Margherita Belardetti

COME avevo potuto, per l’ennesima volta, cedere alle insistenze di Félix? Non so per quale miracolo riusciva sempre ad abbindolarmi: trovava un argomento, una motivazione per convincermi ad andarci. Ogni volta mi lasciavo fregare, dicendomi che chissà, forse, sarebbe intervenuto un non so che capace di farmi vacillare. Eppure conoscevo Félix come le mie tasche, e i nostri gusti erano diametralmente opposti. Ragion per cui quando pensava e decideva al posto mio, faceva fatalmente cilecca. Avrei dovuto saperlo, visto che eravamo amici da un’eternità. Ed ecco come, per la sesta volta consecutiva, ho passato un sabato sera con un perfetto imbecille.

La settimana prima mi ero beccata con un fanatico del biologico e della vita sana. Roba da far venire il sospetto che Félix avesse avuto un vuoto di memoria riguardo ai vizi della sua miglior amica. Tutta la serata a sentirmi fare il predicozzo sul mio abuso di tabacco, alcol e cibo spazzatura. Quel mostro in infradito aveva dichiarato con estrema naturalezza che la mia condotta di vita era disastrosa, che sarei diventata sterile e che inconsciamente flirtavo con la morte. Félix evidentemente non gli aveva fornito la scheda tecnica della sua pretendente. Con il mio miglior sorriso gli avevo detto che sì, in effetti, ero molto ferrata sull’argomento «morte» e «aspirazione al suicidio», e me n’ero andata.

Il cretino di turno aveva tutt’altro stile: piuttosto belloccio, buona forchetta, per niente incline alle lezioni. Il suo difetto, non proprio veniale, era che sembrava convinto di attirarmi nel suo letto raccontandomi le sue imprese a fianco dell’amata, che rispondeva al nome di GoPro: «Io e la mia GoPro, quest’estate, abbiamo disceso un torrente ghiacciato… Io e la mia GoPro, quest’inverso, abbiamo partecipato alle gare di sci acrobatico… Io e la mia GoPro ci siamo fatti una doccia… Sai, l’altro giorno ho provato la metropolitana con la mia GoPro…» e così via. La solfa durava da più di un’ora, era incapace di formulare una sola frase senza parlarne. Ormai ero arrivata al punto di chiedermi se andasse pure al cesso, insieme alla sua GoPro.

Raquel Díaz Reguera, Di mamma ce n’è una sola e qui c’è posto per tutte

Traduzione di Anita Taroni

Di mamma ce n’è una sola, ciascuno ha la sua, e qui ci sono tutte. Tutte quelle in cui anche la tua può trasformarsi senza mai smettere di essere quella che conosci da sempre. Occorre precisare, infatti, che una sola categoria, per una mamma, non basta mai: una Mamma Tra le nuvole può tramutarsi in un attimo in una efficientissima Mamma Curandera. O ancora, può capitare in alcuni casi, magari per una frazione di secondo, che una mamma Santa Pazienza si trasformi nella più energica Mamma Strillona per poi sviluppare, nel giro di qualche ora, il senso di protezione tipico della Mamma Chioccia, pronta a cantarne quattro al primo che si azzarda a dire qualcosa alle sue creature.

Diciamo che «di mamma ce n’è una sola» proprio perché ogni mamma ne contiene tante, contemporaneamente o in successione. Per questo esiste il termine SUPERMAMMA: è molto difficile essere (bene) tante cose insieme in un corpo solo, eppure, non si sa come, le mamme ci riescono. Misteri dell’universo.

Questo libro raccoglie le tipologie di madri più rappresentative, quelle che compaiono più di frequente nella vita di ognuno. Dalla combinazione dei diversi esemplari in determinate proporzioni uscirà qualcosa che si avvicina molto a quella mamma unica: la nostra. La mamma ineguagliabile, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, quella che prepara il ragù più buono del mondo al primo tentativo; quella che, se fosse per lei, ci prenderebbe ancora per mano per farci attraversare la strada; quella che ci fa il solletico, che sa qual è il nostro tallone d’Achille e conosce i nostri pensieri ancora prima di noi. La mamma che conosciamo letteralmente da tutta la vita… Insomma, colei che ci ha accompagnato nel nostro primo sogno.

Sono loro, le Mamme. Non si butta niente ad aver inventato l’arte del riciclo prima che diventasse una moda: quelle per cui «tutto si può recuperare», anche più di una volta, e che del concetto «sfruttare al meglio» sono le portabandiera. Alcune di loro sono in grado di ridurre drasticamente le spese per l’abbigliamento dei figli a partire dai quattro anni perché, accorcia di qua e allunga di là, riescono a vestirli da capo a piedi fino alle soglie dell’adolescenza.

Le antiche vie, di Robert Macfarlane

Traduzione di Duccio Sacchi

Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell’erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia.

“Sempre e dovunque l’uomo ha camminato venando la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari o tortuosi” scrive Thomas Clark nel suo intramontabile poema in prosa In Praise of Walking (“Elogio del camminare”). E in effetti, se solo ci facciamo attenzione, vediamo che il paesaggio è ancora fittamente solcato di piste e sentieri, che seguono come un’ombra il moderno reticolo stradale, intersecandolo obliquamente o ad angolo retto: vie di pellegrinaggio, strade verdi, tratturi, fossi, vie dei morti, sentieri lastricati, redole, andane, camminamenti, viottoli, vie cave, ippovie, mulattiere, carreggiabili, strade rialzate, strade militari.

Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare. Non sempre le loro storie sono felici. In Irlanda per centinaia di chilometri si snodano le strade della carestia, costruite negli anni Quaranta dell’Ottocento dalla popolazione affamata per collegare il nulla al nulla in cambio di poco, e di cui le mappe di riferimento dell’Ordnance Survey – l’istituto cartografico nazionale britannico – non hanno serbato traccia. In Olanda ci sono doodwegen  e spookwegen – “strade dei morti” e “strade degli spiriti” – che convergono su cimiteri medievali.

L’attraversaspecchi: fidanzati dell’inverno, di Christelle Dabos

Edizioni e/0

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

Le vecchie dimore hanno un’anima, si sente spesso dire. Su Anima, l’arca in cui gli oggetti prendono vita, le vecchie dimore avevano più che altro la tendenza a sviluppare un carattere orribile

L’Archivio di famiglia, per esempio, era sempre di malumore. Per esprimere il suo malcontento non faceva che scricchiolare, cigolare, sgocciolare e sbuffare. Non gli piacevano le correnti d’aria che d’estate facevano sbattere le porte chiuse male. Non gli piacevano le piogge che d’autunno gli tappavano le grondaie. Non gli piaceva l’umidità che d’inverno penetrava nei muri. Non gli piacevano le erbacce che ogni primavera tornavano a invadergli il cortile.

Ma la cosa che all’edificio dell’Archivio piaceva meno erano i visitatori che non rispettavano gli orari di apertura.

È probabilmente il motivo per cui in quell’alba si settembre l’edificio scricchiolava, cigolava, sgocciolava e sbuffava ancora più del solito: perché sentiva arrivare qualcuno ed era decisamente troppo presto per consultare gli schedari. Per giunta il visitatore non era educatamente in attesa davanti al portone, no, stava penetrando nei luoghi come un ladro, direttamente dal guardaroba dell’Archivio.

Nel bel mezzo della specchiera di un armadio emerse un naso.

Il naso venne avanti, subito seguito da un paio di occhiali, un’arcata sopraccigliare, una fronte, una bocca, un mento, guance, occhi, capelli, collo e orecchie. Sospesa al centro dello specchio fino alle spalle, la faccia guardò a destra e a sinistra. Poi, più in basso, affiorò la piega di un ginocchio portandosi dietro un corpo che si estrasse dal vetro tutto insieme, come se uscisse da una vasca da bagno. La figura sbucata dallo specchio consisteva in un vecchio cappotto logoro, un paio di occhiali grigi e una lunga sciarpa a tre colori.

Sotto quegli strati c’era Ofelia.

Sulle ali del silenzio, Paloma Sánchez-Garnica

Traduzione di Sara Cavarero

I primi accordi di un pianoforte si librarono nel cortile buio, effimeri come scintille. Marta Ribas percepì la melodia e spalancò la finestra, rabbrividendo per il vento ghiacciato che le sferzò il volto. Le note si aggrappavano a quello spazio vuoto e disadorno che sembrava insinuarsi nelle viscere della terra e risalire fino al cielo. La Variazione 18 della Rapsodia su un tema di Paganini proveniva dalla finestra del salone di doña Fermina, probabilmente aperta da Juana per arieggiare la stanza.

Marta chiuse gli occhi e lasciò che la musica le riempisse l’anima, trasportata dai ricordi a quell’ultimo concerto cui aveva assistito in compagnia del marito, durante un viaggio preparato con mesi di anticipo per festeggiare il loro anniversario di nozze. Era il 7 novembre di ormai dodici anni prima, alla Lyric Opera House di Baltimora, quando Rachmaninov aveva eseguito per la prima volta al piano quella Variazione. Per qualche istante riuscì a far sì che la tristezza e il dolore rimanessero sullo sfondo, il suo spirito confortato dal mesto lirismo e dalla forza di quel brano, cullato da un senso di benessere paragonabile alla gioia che avrebbe provato se quel pezzo lo avesse eseguito lei stessa. D’istinto, e senza aprire gli occhi per non spezzare l’incantesimo, appoggiò delicatamente i polpastrelli sul davanzale gelato e seguì la melodia di quei suoni soavi che la estraniavano dal mondo. Per un attimo si sentì libera, immensa, serena e, dopo il crescendo di tutta l’orchestra, di nuovo si fece strada la dolce carezza del pianoforte, a sciogliere le tensioni e sprigionare un’estasi indicibile, se non la si è mai provata, finendo con un perdendosi che dissolse il suono nell’aria.

Un brivido la riportò alla realtà. Stava tremando per il freddo. Guardò verso il cortile vuoto e buio. Il gracchiare stridente e banale della radio di Venancia andò a sovrapporsi alla fragile potenza e all’armonia creata da Rachmaninov. Chiuse la finestra e tornò a sedersi sulla sedia in giunco, stringendo le mani intorno alla tazza ancora calda di caffè annacquato, e si immerse nel proprio silenzio, confortata dalla tregua che il presente le aveva appena regalato, pervasa dalla nostalgia di un passato migliore e dall’angoscia per un futuro senza speranza.

Ragazze elettriche, di Naomi Alderman

Nottetempo

Traduzione di Silvia Bre

Mentre lo fanno, gli uomini chiudono Roxy nell’armadio. Ciò che non sanno è che lei è già stata chiusa in quell’armadio, prima d’allora. Quando fa la cattiva, sua madre la mette lì. Solo per pochi minuti. Finché non si calma. Un po’ alla volta, durante le ore passate lì dentro, ha allentato la serratura, girando le viti con un’unghia o con una graffetta. Avrebbe potuto staccare quella serratura in qualunque momento. Ma non l’ha fatto, perché magari poi la madre avrebbe applicato un chiavistello sul lato esterno. Le basta sapere, stando seduta al buio, che, se davvero volesse, potrebbe uscire. Quella certezza è bella come la libertà.

Ecco perché sono convinti di averla chiusa dentro, al riparo. Lei però salta fuori. È così che vede tutto.

Gli uomini sono arrivati alle nove e mezza. Quella sera Roxy sarebbe dovuta andare dalle cugine; era stato programmato da settimane, ma aveva risposto male alla madre che al Primark non le aveva comprato i collant giusti. Così la madre aveva detto: “Non ci vai, resti a casa”. Come se Roxy ci tenesse ad andare da quelle sfigate delle cugine.

Quando i tizi danno un calcio alla porta e la vedono lì, imbronciata sul divano di fianco a sua madre, uno di loro fa: “Cazzo, c’è la ragazzina”. Sono in due, uno più alto con la faccia da ratto, l’altro più basso, con la mandibola squadrata. Non li conosce.

Il valzer lento delle tartarughe, di Katherine Pancol

Bompiani

Tradotto da Roberta Corradini

“Devo ritirare un pacco”, dichiarò Joséphine Cortès avvicinandosi allo sportello dell’ufficio postale di rue de Longchamp, nel sedicesimo arrondissement di Parigi.

“Francia o estero?”

“Non lo so.”

“Nome?”

“Joséphine Cortès… C.O.R.T.È.S…”

“Ha l’avviso di giacenza?”

Joséphine Cortès porse la cartolina gialla che la avvertiva della mancata consegna del pacco.

“Un documento d’identità?” domandò stancamente l’impiegata, una bionda tinta con l’aria sbattuta che strizzava gli occhi nel vuoto.

Joséphine tirò fuori la carta d’identità e la posò sotto gli occhi dell’addetta allo sportello, che nel frattempo aveva intavolato una conversazione con un collega a proposito di una nuova dieta a base di cavolo rosso e rafano. L’impiegata prese il documento con un gesto brusco, sollevò prima una coscia poi l’altra, e scese dallo sgabello sfregandosi le reni.

Si avviò ciondolando verso un corridoio e sparì. La lancetta dei minuti avanzava sul quadrante bianco dell’orologio appeso al muro. Joséphine rivolse un sorriso imbarazzato alla fila che si allungava dietro di lei.

Non è colpa mia se hanno tenuto il mio pacco in deposito in un posto dove io non vivo più, sembrava dire a mo’ di scusa con la schiena curva. Non è colpa mia se è finito a Courbevoie prima di arrivare qui. E poi, chissà da dove viene? Forse Shirley, dall’Inghilterra? Shirley però sa il mio indirizzo nuovo. Sarebbe proprio da lei mandarmi quel tè lussurioso che compra da Fortnum & Mason, un pudding e dei calzini imbottiti per lavorare senza prendere freddo ai piedi. Shirley dice sempre che non esiste l’amore, esistono i dettagli d’amore. L’amore senza i dettagli secondo lei è come il mare senza il sale, le lumache senza la maionese, il mughetto senza i campanellini. Le mancava Shirley. Era andata a vivere a Londra con suo figlio Gary.

Pastorale americana, Philip Roth

Giulio Einaudi Editore

Traduzione di Vincenzo Mantovani

Lo svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov.

Lo svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori — in gran parte poco istruiti, molto carichi di preoccupazioni — veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L’aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, e priva dell’intento di nuocere agli ebrei, non era tradizionalmente una fonte di soddisfazione nella nostra comunità; i diplomi post-laurea sì. Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese: quasi come i gentili (come esse immaginavano i gentili), le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo, poterono dimenticare la guerra.

Scorre la Senna, di Fred Vargas

Einaudi

Traduzione di Margherita Botto

Appostato su una panchina, di fronte al commissariato del quinto arrondissement di Parigi, il vecchio Vasco sputava noccioli di oliva. Cinque punti se colpiva il basamento del lampione. Aspettava che comparisse un poliziotto biondo, alto, corporatura floscia, che ogni mattina usciva verso le nove e mezzo e, con aria imbronciata, lasciava una moneta sulla panchina. In quel momento il vecchio, di professione sarto, era davvero a secco. Come spiegava a chiunque lo stesse a sentire, la nostra epoca aveva suonato la campana a morto per i virtuosi dell’ago. La confezione su misura aveva i giorni contati.

Il nocciolo passò a due centimetri dal basamento di metallo. Vasco sospirò e bevve a canna qualche sorso di birra da una bottiglia da un litro. Il mese di luglio era caldo e già alle nove ti veniva sete, senza contare le olive.

Stando su quella panchina da più di tre settimane, ogni santo giorno fuorché la domenica, il vecchio Vasco aveva finito per identificare un bel po’ di facce, al commissariato. Era un buon passatempo, meglio del previsto. Allucinante quanto si sbattessero quei tizi. Per fare che, c’era da chiederselo. Fatto sta che si agitavano dalla mattina alla sera, ognuno a modo suo. Tranne il piccoletto bruno, il commissario, che si muoveva sempre molto lentamente, come se fosse sott’acqua. Usciva a fare due passi più volte al giorno. Il vecchio Vasco gli diceva due parole e lo guardava allontanarsi lungo la via, con un’andatura un po’ beccheggiante, le mani sprofondare nelle tasche dei pantaloni stropicciati. Quello era uno che non si stirava gli abiti.

Il poliziotto alto e biondo scese i gradini dell’ingresso verso le dieci, con un dito appoggiato alla fronte. Quella mattina era in ritardo, forse aveva mal di testa o sul commissariato era piombato un grosso caso. Poteva capitare, dopotutto, a furia di sbattersi a quel modo. Vasco lo chiamò con grandi cenni mostrando la sua sigaretta spenta. Ma a quanto pare il tenente Adrien Danglard non aveva fretta di attraversare per accendergliela. Guardava fisso un grande attaccapanni di legno, vicino alla panchina, con appena una giacca bisunta.