Ramiro Montoya, Il sangue del sole

A ritmo di mitici metalli

Braudel basa la sua affermazione su questi ritmi e variazioni: l’oro che arrivava in Europa prima del XV secolo veniva ricercatooltremare, proveniva dal Sudan e viaggiava verso il Mediterraneo. Nei primi anni del XVI secolo il tragitto voltò verso l’Oceano Indiano e fu deviato in buona parte dai portoghesi, che stabilirono una tratta verso Siviglia, da dove il metallo fluì verso l’Europa per via atlantica, specialmente verso Anversa. Successivamente, fino alla metà del XVII secolo, imboccò la rotta che porta da Barcellona a Genova.

Lucidatura-monete-dopo-coniaturaL’argento si produceva nelle miniere del vecchio continente. Dal 1451, in Sassonia si utilizzò il processo di amalgamazione del piombo che permetteva di separare l’argento dal rame. Il piombo si estraeva nelle miniere in Germania, Tirolo, Austria, Ungheria, Boemia, Alsazia e Sassonia, dove nacquero poi le industrie di coniatura.

Nella seconda metà del XV secolo si risveglia in Europa un forte interesse per la ricerca dell’oro in Africa, principalmente a nord nel Maghreb, nella curva del Niger, del Mali, della Guinea e nelle carovane che viaggiavano per il Sahara. Imprese commerciali di portoghesi, spagnoli e genovesi mantennero i contatti con queste fonti di risorse e approvvigionarono i mercati di Lisbona, Siviglia e Genova.

Secondo Chaunu (1984), all’arrivo degli spagnoli nel Nuovo Mondo “l’oro era un materiale ornamentale privo di valore sia per le civiltà degli altipiani che per le popolazioni delle isole. Gli indiani, che non gli davano importanza, non si posero il minimo problema di fronte agli spagnoli, per i quali invece sembrava aver tanto valore. Però, di fatto, non lo ritenevano prezioso”. Con questo oro e con l’argento del Nuovo Mondo, la Spagna sarebbe diventata il grande emissario dei metalli monetizzati per irrigare la vita commerciale europea dell’Atlantico e del Mediterraneo.

(Traduzione di Serena Rossi)

 

L’esistenzialismo è un umanismo, di Sartre: il saggio come testo aperto

jean-paul-sartreVorrei qui difendere l’esistenzialismo da un certo numero di critiche che gli sono state mosse. Lo si è innanzitutto accusato di esortare le persone a persistere in un quietismo della disperazione, poiché, essendo inaccessibili tutte le soluzioni, si dovrebbe considerare che l’azione in questo mondo è totalmente impossibile e sfociare alla fine in una filosofia contemplativa, il che del resto, siccome la contemplazione è un lusso, ci riporta a una filosofia borghese. Sono soprattutto queste le critiche dei comunisti. Siamo stati accusati, d’altra parte, di enfatizzare l’ignominia umana, di mostrare ovunque il sordido, il losco, il viscido, e di trascurare una serie di bellezze ridenti, la parte luminosa della natura umana; per esempio, secondo la signorina Mercier, critica cattolica, abbiamo dimenticato il sorriso del bambino. Gli uni e gli altri ci accusano di aver trascurato la solidarietà umana, di ritenere che l’uomo sia isolato, soprattutto perché, del resto, noi muoviamo, dicono i comunisti, dalla soggettività pura, cioè dall’io penso cartesiano, cioè dal momento in cui l’uomo prende consapevolezza nella sua solitudine, che ci renderebbe in seguito incapaci di tornare alla solidarietà con gli uomini al di fuori dell’io e che l’io non può raggiungere con il cogito.

Quanto ai cristiani, ci accusano di negare la realtà e la serietà dell’azione umana, poiché se sopprimessimo i comandamenti di Dio e i valori scritti nell’eternità, non resterebbe altro che la mera gratuità, potendo ognuno far ciò che vuole, incapace dal proprio punto di vista di condannare i punti di vista e le azioni degli altri. È a queste diverse critiche che cerco di rispondere oggi; è questa la ragione per la quale ho intitolato questa breve relazione: l’esistenzialismo è un umanismo.

(Traduzione di Laura Squassina)

Thich Nhat Hanh, Spegni il fuoco della rabbia

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Per me essere felici significa soffrire di meno. La felicità sarebbe impossibile se non fossimo capaci di trasformare il dolore dentro di noi.

Molti cercano la felicità al di fuori di sé, ma la vera felicità deve venire da dentro. La nostra cultura afferma che si è felici se si hanno soldi, potere e una buona posizione sociale. Se osservate con cura, però, notate che molte persone ricche e famose non sono felici. Anzi, molte di loro si suicidano.

Il Buddha e i monaci e le monache del suo tempo non possedevano nulla all’infuori di tre abiti e una ciotola; eppure erano molto felici perché possedevano qualcosa di estremamente prezioso: la libertà.

Secondo gli insegnamenti del Buddha, la condizione essenziale per la felicità è la libertà; non tanto la libertà politica quanto piuttosto la libertà dalle formazioni mentali della rabbia, della disperazione, della gelosia e dell’illusione. Il Buddha le definisce veleni. Finché questi veleni rimangono nel nostro cuore, non è possibile alcuna felicità.

Cristiani, musulmani, buddhisti, induisti o ebrei, se si vuole essere liberi dalla rabbia si deve praticare. Non si può chiedere al Buddha, a Gesù, a Dio o a Maometto di togliere la rabbia dai nostri cuori per conto nostro. Esistono istruzioni precise sui metodi per trasformare l’avidità, la rabbia e la confusione dentro di noi; se le seguiamo e se impariamo a prenderci cura della nostra sofferenza possiamo aiutare gli altri a fare lo stesso.

Se sei in collera, soffri come se stessi bruciando tra le fiamme dell’inferno; anche quando sei disperato o travolto dalla gelosia sei all’inferno: dovrai andare da un amico che pratica e chiedergli come puoi praticare a tua volta per trasformare la rabbia o la disperazione dentro di te.

(Traduzione di Diana Petech)

Carlos Ruiz Zafón, Il palazzo della Mezzanotte

71jA-X3Xq4LCalcutta, maggio 1916

Poco dopo mezzanotte, un barcone emerse dalla nebbiolina notturna che saliva dalla superficie del fiume Hooghly come il fetore di una maledizione. A prua, sotto il tenue chiarore proiettato da una lucerna agonizzante appesa all’albero, si intravedeva la sagoma di un uomo avvolto in un mantello che remava faticosamente verso la riva lontana. Più in là, a ovest, il profilo di Fort William nel Maidan si ergeva sotto un manto di nubi cineree alla luce di un infinito sudario di lampioni e falò che si estendeva fin dove arrivava la vista. Calcutta. L’uomo si fermò qualche secondo a riprendere fiato e a osservare il profilo della stazione di Jheeter’s Gate, perduta per sempre nelle tenebre che ricoprivano l’altra sponda del fiume. A ogni metro che percorreva addentrandosi nella bruma, la stazione di vetro e acciaio si confondeva con altrettanti edifici ancorati fra splendori dimenticati. I suoi occhi vagarono per quella selva di mausolei di marmo annerito da decenni di abbandono e facciate nude alle quali la furia del monsone aveva strappato la pelle ocra, azzurra e dorata, diluendone i colori come acquerelli che svaniscono in uno stagno.
Soltanto la certezza che gli restavano appena poche ore di vita, forse pochi minuti, gli permise di continuare la marcia, abbandonando nelle viscere di quel luogo maledetto la donna che aveva giurato di proteggere a costo della vita. Quella notte, mentre il tenente Peake iniziava il suo ultimo viaggio verso Calcutta a bordo di un vecchio barcone, ogni secondo della sua esistenza svaniva sotto la pioggia arrivata al riparo dell’oscurità. Mentre lottava per trascinare l’imbarcazione verso la riva, il tenente poteva sentire il pianto dei due bambini nascosti nella sentina. Volse lo sguardo indietro e si accorse che le luci di un altro barcone lampeggiavano appena un centinaio di metri alle sue spalle, guadagnando terreno. Riusciva a immaginare il sorriso del suo inseguitore, che assaporava il gusto della preda, inesorabile.

Riparare i viventi, di Maylis de Kerangal: il ritmo in traduzione

riparare-i-viventi-e1458902251120Il cuore di Simon Limbres. Cosa sia questo cuore umano, dall’istante in cui ha cominciato a battere più forte, alla nascita, quando altri cuori là intorno acceleravano a loro volta salutando l’evento, che cosa sia questo cuore, cosa l’abbia fatto balzare, vomitare, crescere, danzare in un valzer leggero come una piuma, o pesare come un macigno, cosa l’abbia stordito, cosa l’abbia fatto struggere – l’amore; che cosa sia il cuore di Simon Limbres, che cosa abbia filtrato, registrato, archiviato, scatola nera di un corpo di vent’anni, nessuno lo sa davvero, soltanto un’immagine in movimento creata da ultrasuoni potrebbe restituirne l’eco, mostrare la gioia che dilata e la tristezza che contrae, solo il tracciato cartaceo di un elettrocardiogramma srotolato dal principio potrebbe segnarne la forma, descriverne la fatica e lo sforzo, l’emozione che pressa, l’energia prodigata per comprimersi quasi centomila volte al giorno e per far circolare fino a cinque litri di sangue al minuto, sì, solo quella linea potrebbe raccontarlo, delinearle la vita, vita di flussi e riflussi, vita di valvole che si aprono e che si chiudono, vita di pulsazioni, nel momento in cui il cuore di Simon Limbres, quel cuore umano, proprio quello, sfugge alle macchine, nessuno potrebbe sostenere di conoscerlo, e quella notte – notte senza stelle, un freddo da spaccare le pietre sull’estuario e nel Pays de Caux, mentre un’onda lunga senza riflessi rotolava sulle falesie e la piattaforma continentale indietreggiava svelando striature geologiche –, quel cuore rimandava il ritmo regolare di un organo che si riposa, di un muscolo che lentamente si ricarica – polso probabilmente inferiore ai cinquanta battiti al minuto – quando l’allarme di un cellulare è scattato ai piedi di un letto stretto, sul touch screen l’eco di un sonar inscriveva a led luminosi le cifre 05:50, e in quell’istante tutto è precipitato.

(Traduzione di Maria Baiocchi, Alessia Piovanello)

Il richiamo del cuculo, di R. Galbraith

Il brusio si levava dalla strada come un ronzio di mosche. I fotografi erano ammassati contro le transenne presidiate dalla polizia, i lunghi zoom delle macchine fotografiche puntati, i respiri che si condensavano come vapore. La neve cadeva senza tregua su spalle e capelli; dita guantate dovevano continuamente pulire le lenti. Ogni tanto partivano raffiche improvvise di clic, quando i paparazzi, per ingannare l’attesa, fotografavano la tenda di tela bianca nel mezzo della strada, davanti all’ingresso dell’alto palazzo di mattoni rossi e al balcone dell’ultimo piano da cui era caduto il corpo.

201401200701584433_mayfair_londraDietro alla folla dei paparazzi ammassati c’erano furgoni bianchi con enormi parabole satellitari sul tetto e giornalisti che parlavano nei microfoni, alcuni in lingue straniere, mentre i tecnici del suono li ascoltavano nelle cuffie. Tra una registrazione e l’altra, i giornalisti battevano i piedi e si scaldavano le mani con i bicchieri di plastica del caffè che arrivavano dal bar affollato, qualche strada più in là. Tanto per fare qualcosa, i cameraman con il berretto di lana filmavano la schiena dei fotografi, il balcone, la tenda che nascondeva il corpo, poi si spostavano per fare un’inquadratura più ampia, che includesse il caos esploso nella tranquilla strada innevata del quartiere di Mayfair, con la sua schiera di porte nere e lucide, incorniciate da portici di pietra bianca e affiancate da alberelli sagomati ad arte dai giardinieri. L’ingresso del numero 18 era circondato dal nastro di delimitazione della polizia. Nell’atrio si intravedevano gli agenti, alcuni con le tute bianche della Scientifica.

La notizia era arrivata alle televisioni da diverse ore. La folla dei curiosi era già assiepata ai due capi della strada, tenuta a bada dalla polizia; alcuni erano arrivati apposta per guardare, altri si erano soffermati mentre andavano al lavoro. Molti tenevano in alto i cellulari, per riuscire a scattare qualche foto prima di proseguire. Un giovanotto, che non sapeva quale fosse il balcone incriminato, li stava fotografando tutti, uno dopo l’altro, anche se quello centrale era totalmente occupato da tre folti cespugli potati a palloncino e c’era a malapena lo spazio per una persona.

(Traduzione di Alessandra Casella e Angela Ragusa)

Vivere per raccontarla, La linea del meridiano: tradurre testi aperti dallo spagnolo

Testo 1 – Gabriel García Márquez, Vivere per raccontarla 

Mia madre mi chiese di accompagnarla a vendere la casa. Era arrivata quel mattino a Barranquilla dal paese lontano dove viveva la famiglia e non aveva la minima idea su come trovarmi. Domandando qui e là fra i conoscenti, le indicarono di cercarmi nella libreria Mondo o nei caffè lì accanto, dove mi recavo due volte al giorno a chiacchierare con i miei amici scrittori. Chi glielo disse l’avvertì: «Ci stia attenta perché sono dei pazzi scatenati». Arrivò a mezzogiorno in punto. Si fece strada con il suo andare lieve fra i tavoli carichi di libri in mostra, mi si piantò davanti, guardandomi negli occhi con il sorriso malizioso dei suoi giorni migliori, e prima che io potessi reagire, mi disse: «Sono tua madre.» Qualcosa in lei era cambiato e mi impedì di riconoscerla a prima vista. Aveva quarantacinque anni. Sommando i suoi undici parti, aveva passato quasi dieci anni incinta e almeno altrettanti allattando i suoi figli. I capelli le erano incanutiti prima del tempo, gli occhi sembravano più grandi e attoniti dietro le sue prime lenti bifocali, e osservava un lutto stretto e severo per la morte di sua madre, ma conservava la bellezza romana del suo ritratto di nozze, adesso nobilitata da un’aura autunnale. Innanzitutto, ancora prima di abbracciarmi, mi disse col solito stile cerimoniale: «Vengo a chiederti il favore che mi accompagni a vendere la casa.»

Non dovette dirmi quale, né dove, dal momento che per noi ne esisteva una sola al mondo: la vecchia casa dei nonni ad Aracataca, dove avevo avuto la buona sorte di nascere e dove non avevo più abitato dopo gli otto anni. Avevo appena abbandonato la Facoltà di Legge dopo sei semestri, dedicati più che altro a leggere quanto mi finiva tra le mani e a recitare a memoria le poesie irripetibili del Secolo d’Oro spagnolo. Avevo già letto, tradotti e in edizioni imprestate, tutti i libri che mi sarebbero bastati per imparare la tecnica di scrivere romanzi, e avevo pubblicato sei racconti in supplementi di giornali, che avevano riscosso l’entusiasmo dei miei amici e l’attenzione di alcuni critici.

(Traduzione di Angelo Morino)

 

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Testo 2 – Lorenzo Silva, La linea del meridiano 

Non era né il momento né il luogo più indicato, ma come ogni donna che si rispetti, vista l’occasione, la colse al volo. Non appena la guardia Arnau andò verso i bagni della stazione di servizio, il sergente Chamorro si girò e, guardandomi come se volesse fulminarmi, sparò: «Tu mi nascondi qualcosa».

Quando una donna (in questo caso Chamorro) butta in faccia a un uomo (il sottoscritto) un simile sospetto, di solito la muove qualcosa che va ben oltre il desiderio di provocarlo in merito a quanto avrebbe dovuto rivelarle e invece ha preferito tacerle. È l’oscura capacità, raggiunta da milioni di donne fin dal principio dei tempi, di smascherare la colpevolezza non meno cupa alimentata da milioni di uomini a partire da un passato ben più remoto, di cui non si conserva neanche la memoria. Perché un uomo nasconde sempre un segreto, porta sempre qualcosa con sé che preferirebbe non aver mai fatto o detto o sperimentato, e una donna ha immancabilmente quel sesto senso che le permette di fiutarlo, e la sfacciataggine o la temerarietà, comunque la si voglia chiamare, di obbligarlo a confessare. Perché le azioni degli uomini sono talvolta evanescenti come la schiuma del mare, che sale e scende con la stessa facilità e senza un vero motivo, mentre quelle donne, che non per questo sono meno perniciose all’occorrenza, vengono da dentro, dalla pancia, e dipendono da un certo quid cui loro non vengono meno mai, nemmeno sotto minaccia di essere mandate al rogo o davanti a un plotone d’esecuzione. Per questo possono chiedere spiegazioni con tanta fierezza e sempre per questo noi uomini, che non lo capiamo perché sotto sotto cozza contro la nostra ragion pratica, non riusciamo ad accettare di dovergliele dare. Non pretendo certo che quanto ho appena detto abbia il benché minimo valore scientifico. Sono disposto a rimangiarmi tutto, a liquidarlo come uno dei tanti luoghi comuni con cui cerchiamo, invano, di ridimensionare la perplessità di fronte al nostro stesso comportamento e a quello dei nostri simili. Ma mi aiuta a capire perché, pur sapendo che lei sapeva e che così facendo non avrei migliorato le cose, decisi di far finta di niente e risponderle: «Di cosa stai parlando, scusa?»

(Traduzione di Roberta Bovaia)

Dove si infrangono le onde, di Claudie Gallay

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La prima volta che ho visto Lambert, era il giorno della grande tempesta. Il cielo era nero, molto basso, già al largo si sentivano i tuoni.

Era arrivato un po’ prima di me e si era seduto sulla terrazza, un tavolo in pieno vento. Col sole in faccia, faceva delle smorfie., sembrava piangesse.

L’ho guardato, non perché avesse scelto il tavolo peggiore, né per quella smorfia sul viso. L’ho guardato perché fumava come te, gli occhi persi nel nulla, strofinando il pollice sulle labbra. Labbra secche, forse più secche delle tue.

Ho pensato che fosse giornalista, una tempesta con l’equinozio, poteva fare delle belle foto. Dietro la diga, il vento scavava le onde, agitava le correnti, quelle del Raz Blanchard, dei fiumi neri venuti da molto lontano, dei mari più a nord o dei recessi dell’Atlantico.

Morgane è uscita dall’albergo. Ha visto Lambert.

“Lei non è di qui,” gli ha detto chiedendogli cosa voleva.

Aveva l’aria uggiosa dei giorni in cui doveva servire i clienti quando il tempo era cattivo.

“È qui per la tempesta?”

Ha fatto no con la testa.

“Allora è per Prévert? Tutti vengono qui per Prévert…”

“Cerco un letto per la notte,” ha finito col dire.

Ha fatto spallucce.

“Non siamo un albergo.”

“Dove posso trovarne uno?”

“Ce n’è uno al paese, di fronte alla chiesa… o anche a La Rogue. In mezzo ai campi. Il mio capo ha un’amica, un’irlandese, ha una pensione… Vuole il suo numero?”

Ha scosso la testa.

“E mangiare? Si può?”

“Sono le tre…”

“E allora?”

“Alle tre, panino al prosciutto.”

(Traduzione di Anna Maria Lorusso)

Jane Austen e F. Scott Fitzgerald: tradurre narrativa

Testo 1 – Lady Susan di Jane Austen

Lady Susan Vernon a Mr Vernon

Langford, dicembre

 

Mio caro fratello,

non posso più rinunciare al piacere di approfittare del gentile invito che mi avete rivolto l’ultima volta che ci siamo lasciati, a trascorrere qualche settimana a Churchill, e quindi, se voi e Mrs Vernon non avete nulla in contrario a ricevermi subito, posso sperare di incontrare tra pochi giorni una cognata che da tanto tempo desidero conoscere. I miei gentili ospiti, qui, insistono affettuosamente perché prolunghi la permanenza, ma la loro natura allegra e socievole li porta a condurre una vita troppo mondana per la mia attuale situazione e per il mio stato d’animo, e aspetto con impazienza il momento in cui sarò accolta nella vostra bella dimora. Non vedo l’ora di conoscere i vostri cari, piccoli bambini, e conquistare subito un posto nel loro cuore. Avrò, così, occasione di usare tutta la mia forza d’animo, poiché sto per separarmi dalla mia stessa figlia. La lunga malattia del suo caro padre mi ha impedito di dedicarle le attenzioni che il dovere e l’amore avrebbero richiesto, e ho fin troppi motivi di credere che la governante, alle cui cure l’avevo affidata, non sia stata all’altezza del suo compito. Ho deciso, dunque, di iscriverla presso una delle migliori scuole private di Londra, dove potrò accompagnarla personalmente, venendo da voi. Come vedete, sono più che determinata a non farmi negare l’ospitalità a Churchill. E sarebbe per me un grande dispiacere sapere che non siete in condizioni di ricevermi.

La vostra grata e affezionatissima sorella

Susan Vernon

(Traduzione di Daniela Paladini)

Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte

Testo 2 – Tenera è la notte, di F. S. Fitzgerald

Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante. Recentemente è diventato un ritrovo estivo di gente importante e alla moda; dieci anni fa, quando in aprile la clientela inglese andava verso il Nord era quasi deserto. Ora molte villette vi si raggruppano intorno; ma quando questa storia incomincia, soltanto i tetti di una dozzina di vecchie ville marcivano come ninfee in mezzo ai pini ammassati tra l’Hotel des Étrangers di Gausse e Cannes, cinque miglia più in là.

L’albergo e quel luminoso pezzetto di stuoia che era la spiaggia, erano una cosa sola. La mattina presto l’immagine lontana di Cannes, il rosa e crema delle vecchie fortificazioni, le Alpi purpuree che cingevano l’Italia, venivano gettate nell’acqua e giacevano tremolanti nei gorghi e negli anelli spinti alla superficie dalle piante marine attraverso la limpida acqua bassa. Prima delle otto un uomo scendeva sulla spiaggia in un accappatoio azzurro, e dopo molte applicazioni preliminari di acqua fredda sul corpo, e molti brontolii e molti sospiri, si agitava un minuto in mare. Quando se ne era andato, spiaggia e baia restavano in pace per un’ora. Qualche mercantile arrancava verso occidente sull’orizzonte; i fattorini dell’autobus gridavano nel cortile dell’albergo; la rugiada asciugava sui pini. Un’ora dopo, le trombe delle macchine incominciavano a suonare dalla strada tortuosa che costeggiava la bassa catena dei Maures, che divide il litorale della vera e propria Francia provenzale.

(Traduzione di Fernanda Pivano)

Laura Esquivel, Dolce come il cioccolato

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GENNAIO
Focaccine di Natale
INGREDIENTI
1 scatola di sardine
1/2 salsiccia
1 cipolla
origano
1 scatola di peperoncini “serranos”
10 focaccine

PREPARAZIONE
La cipolla deve essere tritata fine fine. Suggerisco di mettersene un pezzetto in testa per evitare la fastidiosa lacrimazione che si produce quando la si taglia. Il brutto di piangere tritando la cipolla non è il semplice fatto di piangere, ma è che, quando cominci, poi ti bruciano gli occhi e non smetti più. Non so se sia già capitato anche a voi, ma a me certamente sì. Una infinità di volte. La mamma diceva che era perché sono sensibile alla cipolla proprio come Tita, la mia prozia.
Raccontano che Tita era così sensibile che, già quando stava nella pancia della mia bisnonna, quando lei tritava cipolle non smetteva più di piangere; il suo pianto era così forte che Nacha, la cuoca di casa, che era mezzo sorda, lo udiva senza sforzo. Un giorno i singhiozzi furono talmente forti da anticipare il parto. E senza che la mia bisnonna potesse dire bah, Tita venne al mondo prematuramente, sul tavolo della cucina, fra gli odori del minestrone che stava cuocendo, del timo, del lauro, del coriandolo, del latte bollito, dell’aglio e, naturalmente, della cipolla. Come potete immaginare, la consueta sculacciata non fu necessaria, perché quando Tita nacque già piangeva, forse perché sapeva che, secondo il suo oroscopo, in questa vita le sarebbe stato negato il matrimonio. Nacha raccontava che Tita era stata letteralmente spinta su questa terra da un impressionante torrente di lacrime che si erano riversate sul tavolo e sul pavimento della cucina. Al pomeriggio, quando ormai lo spavento era passato e l’acqua, grazie all’effetto dei raggi del sole, era evaporata, Nacha spazzò via le ultime lacrime, rimaste sulle mattonelle rosse del pavimento. Con il sale ricavato riempì un sacco da cinque chili che servì a cucinare per parecchio tempo.