César Aira, Come diventai monaca

La mia storia, la storia di “come diventai monaca”, è cominciata molto presto nella mia vita; avevo appena compiuto sei anni. L’inizio è segnato da un vivido ricordo che posso ricostruire fin nei minimi particolari. Prima di quello non c’è niente; poi, tutto è proseguito formando un ricordo unico, vivido, continuo e ininterrotto, compresi i periodi di sonno, finché non ripresi l’abito.

Ci eravamo trasferiti a Rosario. I miei primi sei anni li avevo trascorsi con papà e mamma in un paese della provincia di Buenos Aires di cui non conservo alcun ricordo e dove non ho più fatto ritorno: Coronel Pringles. La grande città (così ci appariva Rosario, venendo da dove venivamo) ci impressionò moltissimo. Mio padre non attese nemmeno un paio di giorni per mantenere una promessa che mi aveva fatto: portarmi a mangiare un gelato. Sarebbe stato il primo per me, dato che a Pringles non esistevano. Lui, che in gioventù aveva conosciuto molte città, mi aveva fatto più di una volta l’elogio di quella leccornia, che ricordava deliziosa e tipica dei giorni di festa anche se non riusciva a spiegarne la bontà a parole. Me lo aveva descritto, molto correttamente, come qualcosa di inimmaginabile per il non iniziato, e tanto era bastato perché il gelato mettesse radici nella mia mente infantile e vi crescesse fino ad assumere le dimensioni di un mito.

A piedi raggiungemmo una gelateria che avevamo individuato il giorno prima. Entrammo. Lui ne chiese uno da cinquanta centesimi, al pistacchio, crema americana e chinotto al whisky, e per me uno da dieci alla fragola. Il colore rosa mi affascinò. Ero già ben predisposta. Adoravo il mio papà. Veneravo tutto quello che poteva venirmi da lui. Ci sedemmo su una panchina sul marciapiede, sotto gli alberi che c’erano allora nel centro di Rosario: banani. Osservai come faceva papà, che in pochi secondi aveva finito la pallina di crema verde. Riempii il cucchiaino con la massima cautela e me lo portai alla bocca.

(Traduzione di Raul Schenardi)

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Chesil Beach, di Ian McEwan

Traduzione di Susanna Basso, Einaudi

Erano giovani, freschi di studi, e tutti e due ancora vergini in quella loro prima notte di nozze, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile. Anche se facile non lo è mai.  Si erano appena seduti a cena nella saletta minuscola al primo piano di una locanda in stile georgiano. Dalla stanza accanto, attraverso la porta aperta, si scorgeva un letto a baldacchino, piuttosto stretto, dalla sopraccoperta candida e tesa con una perfezione pressoché innaturale. Edward tenne per sé il fatto di non avere mai dormito in un albergo, mentre Florence, dopo tutti quei viaggi col padre da piccola, era una veterana. A livello superficiale, erano di ottimo umore. Il matrimonio, nella chiesa di St Mary a Oxford, era andato bene: una cerimonia decorosa, un rinfresco gradevole, i saluti dei compagni di scuola e del college commossi e incoraggianti. I genitori di lei non avevano assunto atteggiamenti paternalistici con quelli di lui, come si era temuto, e la madre di Edward si era comportata dignitosamente, evitando si scordare il motivo dei festeggiamenti. Gli sposi si erano allontanati a bordo di un’utilitaria di proprietà della madre di Florence e, sul fare della sera, erano arrivati nel loro albergo sulla costa del Dorset, con un clima magari non ideale per metà luglio o per la circostanza, ma assolutamente accettabile: non pioveva infatti, anche se non faceva nemmeno abbastanza caldo, secondo Florence, per cenare fuori in giardino come avevano sperato.

Edward era di un altro avviso. Tuttavia, cortese fino all’eccesso, non si era nemmeno sognato di contraddirla proprio quella sera.

 

Il giro del mondo in 80 giorni, di Jules Verne

Traduzione di S. Valenti, editore Feltrinelli

Nell’anno 1872, la casa segnata con il numero 7 di Saville Row, Burlington Gardens – nella quale morì Sheridan nel 1814 – era abitata da Phileas Fogg, uno dei membri più originali e più in vista del Reform Club di Londra, nonostante il suo apparente proposito di non far nulla che potesse attirare l’attenzione altrui.

A uno dei più grandi oratori che onorano l’Inghilterra, succedeva dunque quel Phileas Fogg, personaggio enigmatico, del quale non si sapeva nulla, tranne ch’era un gran galantuomo e uno dei più gentlemen dell’alta società inglese.

Si diceva che somigliasse a Byron – per la sua testa, perché, quanto ai piedi, non aveva il minimo difetto – ma un Byron con baffi e favoriti, un Byron impassibile, che avrebbe potuto vivere mille anni senza invecchiare.

Phileas Fogg, inglese certamente, non era, forse, londinese.

Non era mai stato visto né alla Borsa, né alla Banca, né in alcuno degli uffici commerciali della città. E nemmeno i bacini, né i dock di Londra avevano mai accolto una nave che avesse per armatore Phileas Fogg. Quel gentleman non figurava in nessun Consiglio d’Amministrazione; il suo nome non si era mai udito pronunziare in un collegio d’avvocati, né al Tempio, né a Lincoln’s Inn, né a Gray’s Inn. Mai egli arringò alla Corte del Cancelliere, né al Banco della Regina, né allo Scacchiere, né in Corte ecclesiastica. Non era industriale, né commerciante, né mercante, né agricoltore. Non faceva parte né della Reale Istituzione della Gran Bretagna, né dell’Istituto di Londra, né dell’Istituzione degli Artigiani, né dell’Istituzione Russel, né dell’Istituzione letteraria dell’Ovest, né dell’Istituzione del Diritto, né di quella Istituzione delle Arti e delle Scienze riunite che è posta sotto il diretto patronato di Sua Graziosa Maestà. Non apparteneva, insomma, ad alcuna delle numerose associazioni che pullulano nella capitale dell’Inghilterra, dalla Società dell’Armonica fino alla Società entomologica, fondata principalmente con lo scopo di distruggere gli insetti nocivi.

 

 

Isabel Allende, L’amante giapponese

Traduzione di Elena Liverani

Irina Bazili iniziò a lavorare a Lark House, alla periferia di Berkley, nel 2010, a ventitré anni compiuti e con poche illusioni, perché passava da un impiego all’altro, cambiando di continuo città da quando ne aveva quindici. Non poteva immaginare che in quella residenza per a terza età avrebbe trovato una nicchia perfetta e che nei tre anni successivi sarebbe tornata a essere felice come durante l’infanzia, quando ancora il destino non le si era scompigliato. Lark House, fondata a metà del Novecento per ospitare dignitosamente anziani non abbienti, aveva attratto fin dall’inizio, per ragioni sconosciute, intellettuali progressisti, alternativi convinti e artisti di scarso successo. Con il tempo, per diversi aspetti cambiò, pur continuando a riscuotere rette proporzionate al reddito di ogni residente allo scopo di favorire, in teoria, una qualche diversità economica e razziale. In pratica, erano tutti bianchi appartenenti alla classe media e la diversità si manifestava in sottili differenze tra liberi pensatori, persone in cerca di un cammino spirituale, attivisti sociali ed ecologisti, nichilisti e qualcuno dei pochi hippie rimasti nell’area della Baia di San Francisco.

Nel corso del primo colloquio, il direttore di quella comunità, Hans Voigt, fece capire a Irina che era troppo giovane per un ruolo di così grande responsabilità; tuttavia, siccome dovevano coprire con urgenza quel posto rimasto vacante, lei poteva fungere da tappabuchi mentre cercavano la persona giusta. Irina pensò che si poteva dire la stessa cosa di lui: sembrava un ragazzino dalle guance paffute già affetto da calvizie per il quale dirigere quella struttura era sicuramente un compito superiore alle sue capacità. Con il tempo la ragazza avrebbe constatato che a una certa distanza e non in piena luce l’aspetto di Voigt ingannava, perché in realtà aveva compiuto cinquantaquattro anni e si era dimostrato un eccellente amministratore. Irina gli garantì che la sua mancanza di titoli di studio sarebbe stata compensata dall’esperienza nell’accudimento degli anziani maturata in Moldavia, il suo paese natale.

Il timido sorriso della candidata intenerì il direttore che, dimenticandosi di chiederle una lettera di raccomandazione, passò a enumerare gli obblighi relativi al suo incarico, riassumibili in poche parole: semplificare la vita degli ospiti del secondo e del terzo livello. Quelli del primo livello non erano di sua competenza perché vivevano in modo indipendente, come inquilini in un condominio, e nemmeno quelli del quarto livello, chiamato in modo appropriato Paradiso perché, in attesa di trasferirsi al cielo, trascorrevano sonnecchiando la maggior parte del tempo e richiedevano un altro tipo di servizi.

1984, George Orwell

Traduzione di Stefano Manferlotti, Mondadori

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.

L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l’ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori funzionava raramente e al momento, in ossequio alla campagna economica in preparazione della Settimana dell’Odio, durante le ore diurne l’erogazione della corrente elettrica veniva interrotta. L’appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un’ulcera varicosa alla caviglia destra, procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto a riprendere fiato. Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ritratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso.

Notre-Dame De Paris, di Victor Hugo

Traduzione di Luigi Galeazzo Tenconi, edito da Rizzoli

Trecentoquarantott’anni, sei mesi e diciannove giorni or sono i parigini si svegliarono allo squillo di tutte le campane, che suonavano a distesa nella triplice cerchia della Città Vecchia, dell’Università e della Città.

Eppure, il 6 gennaio 1482 non è affatto un giorno in cui la storia abbia serbato ricordo. Nulla di notevole nell’avvenimento che metteva così in moto, fin dall’alba, campane e abitanti di Parigi. Non si trattava di un assalto di piccardi o di borgognoni, né di un reliquiario portato in processione, né di una sommossa di scolari nella vigna di Laas, né di una entrata del temutissimo signor nostro monsignore il re, e neppure di una bella impiccagione di ladri e di ladre sulla piazza della Giustizia di Parigi. Non si trattava nemmeno dell’improvviso arrivo, cosa tanto frequente nel quindicesimo secolo, di qualche ambasceria infronzolita e impennacchiata. Erano appena due giorni che l’ultima cavalcata del genere, quella degli ambasciatori fiamminghi incaricati di concludere il matrimonio tra il Delfino e Margherita di Fiandra, aveva fatto la sua entrata in Parigi, con grande fastidio del signor cardinale di Borbone, il quale, per compiacere il re, aveva dovuto far buon viso a tutta quella rustica accozzaglia di borgomastri fiamminghi, e far dare in loro onore nel suo palazzo una molto bella moralità, burletta e farsa, mentre una pioggia battente infradiciava i magnifici addobbi del portone.

Il 6 gennaio, ciò che, a dirla con Jehan de Troyes, metteva in subbuglio tutto il popolino di Parigi era la doppia solennità, unificata da tempo immemorabile, della Epifania e della Festa dei Matti.

La polvere del mondo, di Nicolas Bouvier

 

Esaminai la cartina. Si trattava di una piccola città circondata da montagne, nel cuore del territorio bosniaco. Da lì, contava di risalire verso Belgrado, dove l’«Associazione dei pittori serbi» l’aveva invitato a esporre. Dovevo raggiungerlo gli ultimi giorni di luglio, con i bagagli e la vecchia Fiat che avevamo risistemato alla bell’e meglio, per continuare verso la Turchia, l’Iran, l’India, forse più lontano… Avevamo davanti due anni, e denaro per soli quattro mesi. Il programma era abbastanza vago, ma, in questi casi, l’essenziale è partire.

È la contemplazione silenziosa degli atlanti, distesi a pancia in giù sul tappeto, tra i dieci e i tredici anni, a far crescere la voglia di mollare tutto. Sognare regioni come il Banato, il Caspio, il Kashmir, alla musica che vi risuona, agli sguardi che vi si incrociano, alle idee che vi aspettano… Quando il desiderio resiste ai primi attacchi del buon senso, si cercano delle ragioni. E quelle che si trovano sono inutili. La verità è che non sapete dare un nome a ciò che vi spinge. Qualcosa dentro di voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, senza troppa sicurezza, ce ne andremo davvero.

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Si pensa di fare un viaggio, ma presto è il viaggio che vi farà, o vi disferà.

(Traduzione di Nicole Bonacina)

I tuoi soldi, oggi e domani, Javier García Monedero – Laila García Morcillo

La qualità della vita si potrebbe definire come la differenza positiva tra il nostro reddito e le nostre uscite. Impara a incrementare il primo e a ridurre le seconde, e contempla un presente senza paure e un futuro pieno di speranza per te o per la tua famiglia.

Il futuro è continuamente incerto – lavoro, ipoteca, studi, salute, pensione… – e la capacità di rispondere alle nostre necessità è ciò che ci offre la qualità della vita. Purtroppo, esistono molte situazioni che ci colgono alla sprovvista e senza previsioni, e il sistema finanziario e sociale tende a spingere le famiglie dentro una spirale nociva di debiti e uscite quotidiane elevate, che riduce il loro margine di azione.

Noi crediamo che una delle cause di questa mancanza di previsione sia la convinzione che tutte le nostre necessità sono coperte dal cosiddetto «Stato del benessere», quando invece sono queste ultime a stimolare le nostre capacità. La fiducia riposta nello Stato «benefattore», la famiglia o la provvidenza, che si occuperanno dei nostri problemi qualora si presentassero, ci porta a non essere previdenti e a indebitarci.

In questo libro imparerai che un altro modello è possibile: uno basato sulla responsabilità, la previsione, l’indipendenza e la libertà individuale. Quest’ultima si acquisisce costruendo un patrimonio sufficiente mentre sei in grado di generare reddito. Non è difficile. Il mondo è pieno di possibilità che devi solo imparare a usare.

Per questo, la prima domanda che devi porti è: le mie uscite sono maggiori delle mie entrate oppure ho dei conti redditizi?

Definiamo la «qualità della vita» come la distanza esistente fra il tuo reddito e le tue uscite, la porzione del primo che non è destinata alle seconde, ma a migliorare il tuo futuro e liberare il tuo presente. Se le tue uscite sono maggiori delle tue entrate, la prima cosa che devi risolvere è il presente e uguagliare la tua equazione:

entrate = uscite

In effetti vi sono solo due strade possibili: aumentare le tue entrate o ridurre le tue uscite. Se ti trovi in questa situazione è più probabile che abbia già fatto molti passi in questa direzione. Senza dubbio, se non riesci a equilibrare la tua equazione, dovrai adottare un piano più aggressivo.

(Traduzione di Serena Rossi)

 

Randy Mosher, Degustare le birre – II edizione

La birra è un prodotto agricolo, ma ormai quasi tutti i birrifici acquistano gli ingredienti (malti e luppoli) da terzi. C’è una grande differenza col mondo del vino, nel quale uve coltivate a pochi metri di distanza l’una dall’altra possono rivelarsi completamente diverse per ragioni di microclima, tipologia del suolo, esposizione alla luce del sole e altri fattori. Nel vino è fondamentale la mano della natura; nella birra è invece la mano dell’uomo a essere ben visibile, e ritengo che questo sia uno dei suoi aspetti più affascinanti. I casi in cui il terroir (ossia l’insieme delle caratteristiche che derivano da suolo, clima, tipi di piante presenti e altri fattori locali) influisce sulla bevanda di Cerere sono rarissimi, e verranno esaminati più avanti. La tempera è tempera; è la mano che tiene il pennello a fare la differenza. Il vostro obiettivo sarà arrivare a conoscere i birrai attraverso le loro opere d’arte: le birre.

Tutto ha inizio in malteria: qui i chicchi d’orzo più fertili e uniformi subiscono una serie di trattamenti e vengono fatti germinare. Attraverso una sequenza incredibilmente complessa di trasformazioni enzimatiche, i semi predispongono le proprie riserve di amido a supportare una nuova pianta, ignare del fatto che il maltatore abbia altri piani per loro. Le condizioni nelle quali avviene questa germinazione controllata hanno conseguenze enormi sia sulle caratteristiche del malto sia sul sapore della birra che con quel malto verrà brassata. Il processo viene interrotto fornendo calore al momento giusto, ed è in questa fase di tostatura che nascono le note maltate che ritroveremo nella birra, da quelle più delicate di pane e di cereale dei malti caramello, amber e brown ai sentori di caffè dei malti più scuri.

E la birrificazione non è ancora iniziata.

Bisogna ancora formulare la ricetta, pianificare tutti i dettagli della cotta, scegliere il lievito, le temperature di fermentazione, il tipo di carbonazione desiderata, decidere come effettuare la filtrazione, come imbottigliare o infustare e molto altro ancora.

(Traduzione di Simone Orsello e Thais Siciliano)

Manuel Vicent – El Roto, Antitauromachia

CULTURA O BARBARIE

Da quando Ferdinando VII, il traditore, chiuse l’Università e, per compensare, aprì la Scuola di Tauromachia, gli spagnoli si sono divisi in due: quelli che credono che la cultura e lo sviluppo della sensibilità termineranno un giorno con la corrida dei tori, e quelli che pensano che la festa nazionale è, di per sé, una forma di cultura che sintetizza i valori di una razza, un modo gagliardo di essere e di affrontare la vita. Per alcuni la corrida è una pratica derivata da un mito religioso che conserva ancora una parte della sua antica magia, e alla minima discussione certi intellettuali si mettono a rimuginare sul Bue Apis o si mettono nel labirinto di Creta, quella specie di arena dove l’eroe Teseo combatté il Minotauro a suon di veroniche, come se fosse il famoso torero Cagancho. Al contrario altri, senza negare il fondamento e l’importanza del toro nelle cerimonie provenienti dalla mitologia classica, credono che quel rito abbia perso l’estetica e si sia ridotto oggi a uno spettacolo senza senso, pieno di crudeltà, nobilume e arroganza, specchio della miseria sociale e gloria di un solo giorno. Senza estetica, la battaglia è persa.

 

CURATI, CASTIZOS E ILLUSTRI

La polemica taurina ha origini lontane. Senza dover risalire ai padri del cristianesimo che disdegnavano la lotta con le bestie nel circo, fu san Pio V nel 1567 a decidere di proibire esplicitamente per la prima volta le corride e le uccisioni dei tori tramite la famosa bolla Salute Gregis, «essendo tali spettacoli turpi e cruenti fortemente contrari alla carità cristiana», e a questa proibizione seguirono innumerevoli anatemi e scomuniche di vescovi, patriarchi, e primati contro i protagonisti di questo divertimento popolare. Filippo II, un re assolutamente cupo e taurino come non poteva essere altrimenti, riuscì a neutralizzare questi assalti della Chiesa e pose dalla sua parte Gregorio XIII il quale, appena dieci anni dopo, lanciò la bolla contraria, Expone Nobis, per sciogliere le briglie alla lotta, con l’obiettivo di accontentare la plebe.

(Traduzione di Serena Rossi)