Mary Shelley, Frankenstein e Ian McEwan, L’inventore di sogni

  • Frankenstein 

Editore: Giunti

Traduzione di: Nicoletta Della Casa Porta

A Mrs Saville, Inghilterra

San Pietroburgo, 11 dicembre 17**

Sarai felice di sapere che all’inizio di un’impresa, da te sempre avvertita come carica di brutti presagi, non è stato, in realtà, accompagnato da alcuna disavventura. Sono arrivato qui solo ieri e il primo pensiero che ho avuto è stato quello di rassicurare mia sorella sulla mia buona salute e sulla continua fiducia che nutro verso il successo del mio progetto.

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Mi trovo già molto più a nord di Londra e, mentre passeggio lungo le strade di San Pietroburgo, sento il freddo vento polare che mi accarezza le guance, mi ritempra i nervi e mi riempie di entusiasmo. Riesci a immaginare queste mie sensazioni? È un vento proveniente proprio da quelle regioni verso cui io ora sto per salpare, che mi anticipa quel clima gelido e rende le mie fantasie, rinvigorite da quest’aria carica di promesse, più vivide e accese. Tento invano di persuadermi di come il Polo non sia altro che il regno desolato dei ghiacci, ma in realtà si presenta ai miei occhi come terra di bellezza e di gioia. Laggiù, Margaret, il sole non tramonta mai, laggiù l’ampio disco, che sfiora appena l’orizzonte, diffonde il suo perpetuo splendore. Laggiù (poiché con il tuo permesso, cara sorella, voglio credere ai racconti dei viaggiatori che mi hanno preceduto) neve e gelo sono banditi e, navigando su un mare calmo, io potrei raggiungere la terra che supera per meraviglie e bellezza tutte le regioni conosciute dal nostro pianeta. I suoi prodotti e le sue caratteristiche sono unici, così come i fenomeni dei corpi celesti che si verificano in quelle inesplorate solitudini. Non dobbiamo forse aspettarci di tutto da una regione di luce eterna? Lì potrei scoprire la forza miracolosa che attrae l’ago magnetico e svelare le teorie che regolano migliaia di fenomeni celesti, fenomeni che aspettano solo questo viaggio per rendere più logica loro apparente eccentricità.

 

  • L’inventore di sogni

Editore: Einaudi

Traduzione di: Susanna Basso

 

Quando Peter Fortune aveva dieci anni, i grandi dicevano che era un bambino difficile. Lui però non capiva in che senso. Non si sentiva per niente difficile. Non scaraventava le bottiglie del latte contro il muro del giardino, non si rovesciava in testa il ketchup facendo finta che fosse sangue, e neppure se la prendeva con le caviglie di sua nonna quando giocava con la spada, anche se ogni tanto aveva pensato di farlo. Mangiava di tutto, tranne, s’intende il pesce, le uova, il formaggio e tutte le verdure eccetto le patate. Non era più rumoroso, più sporco o più stupido degli altri bambini. Aveva un nome facile da dire e da scrivere e una faccia pallida e lentigginosa, facile da ricordare. Andava tutti i giorni a scuola come gli altri e senza fare poi tante storie. Tormentava sua sorella non più di quanto lei tormentasse lui. Nessun poliziotto era mai venuto a casa per arrestarlo. Nessun dottore in camice bianco aveva mai proposto di farlo internare in un manicomio. Gli pareva, tutto sommato, di essere un tipo piuttosto facile. Che cosa c’era in lui di così complicato?

Fu solo quando era ormai grande da un pezzo che Peter finalmente capì. La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto. E a quanto pare questo dava fastidio. L’altro problema era che gli piaceva starsene da solo. Non sempre naturalmente. Nemmeno tutti i giorni. Ma per lo più gli piaceva prendersi un’ora per stare tranquillo in qualche posto, che so, nella sua stanza, oppure al parco. Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri.

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