Suite francese, di Irène Némirovsky

TRADUZIONE 1

Editore: Adelphi

Traduzione di: Laura Frausin Guarino

Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera.

Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall’estrema linea dell’orizzonte — senza fretta si sarebbe detto. Quelli che non dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoni che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano:

«È l’allarme?».

Le donne, più ansiose, più pronte, erano già in piedi. Alcune, dopo aver chiuso imposte e finestre, tornavano a letto. Il giorno precedente, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall’inizio della guerra, Parigi era stata bombardata; ma la popolazione non si era fatta prendere dal panico, benché le notizie fossero tutt’altro che buone. Nessuno riusciva a crederci. Così come nessuno avrebbe creduto all’annuncio di una vittoria. «Chi ci capisce qualcosa è bravo» diceva la gente. Le madri vestivano i bambini facendo luce con una pila. Poi alzavano di peso i piccoli corpi inerti e tiepidi: «Vieni, non avere paura, non piangere». È l’allarme. Si spegnevano le luci, ma sotto quel cielo di giugno dorato e trasparente ogni casa, ogni strada era visibile. Mentre la Senna pareva concentrare in sé ogni sparso chiarore per poi rifletterlo, centuplicato, come uno specchio sfaccettato: le finestre non oscurate a sufficienza, i tetti che luccicavano nell’ombra leggera, le guarnizioni di ferro delle porte su cui ogni sporgenza brillava debolmente, qualche semaforo rosso che, chissà perché, durava più a lungo degli altri — la Senna li attirava, li catturava e li faceva danzare nei suoi flutti. Dall’alto, doveva sembrare un fiume di latte. Guida gli aerei nemici, pensavano alcuni. Altri affermavano che era impossibile. In realtà nessuno sapeva niente. «Me ne resto a letto,» mormoravano voci assonnate «non ho paura». «Basta una volta e siamo fritti» rispondevano voci più sagge.

 

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TRADUZIONE 2

Editore: Fermento

Traduzione di Caterina Valoti

 

Questa notte farà caldo. Così pensavano i parigini in quell’aria di primavera. Notte di guerra, l’allarme. Ma la notte finisce e la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con i figli al fronte, le donne innamorate con gli occhi asciugati dalle lacrime, sentivano il primo gemito della sirena. Era ancora solo un ansito profondo simile al sospiro di un petto oppresso. Pochi istanti ancora e il cielo intero si sarebbe riempito di clamori che arrivavano da lontano, da oltre l’orizzonte, si sarebbe detto senza fretta. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé le onde e i ciottoli, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di pesanti buoi in corsa che fa tremare sorda la terra sotto i loro zoccoli. Poi il sonno s’interrompeva e gli uomini farfugliavano socchiudendo appena gli occhi: «È l’allarme?».

Le donne, più nervose, più attente, erano già in piedi. Alcune, dopo aver chiuso le finestre e gli scuri, tornavano a letto. Il giorno precedente, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall’inizio della guerra alcune bombe erano cadute su Parigi; ma la popolazione manteneva la calma. Eppure le notizie erano brutte. Ma nessuno ci credeva. Come nessuno avrebbe creduto all’annuncio di una vittoria. «Chi ci capisce qualcosa?» diceva la gente. Si vestivano i bambini alla luce di una torcia elettrica. Le madri sollevavano tra le braccia i piccoli corpi abbandonati e tiepidi: «Su, non aver paura, non piangere». È l’allarme. Tutte le luci si spegnevano, ma sotto quel cielo di giugno dorato e trasparente ogni casa, ogni strada era visibile. La Senna sembrava concentrare in sé ogni sparso chiarore e rifletterlo centuplicato come uno specchio sfaccettato. Le finestre non completamente oscurate, i tetti che luccicavano nell’ombra leggera, le guarnizioni metalliche delle porte di cui ogni sporgenza brillava debolmente, qualche semaforo che inspiegabilmente restava acceso più a lungo degli altri, era la Senna ad attirarli, a catturarli, facendoli danzare nei suoi flutti. Dall’alto si doveva vederla scorrere bianca come un fiume di latte. Guidava gli aerei nemici, pensavano alcuni. Altri sostenevano che era impossibile. In realtà nessuno sapeva niente. «Me ne resto a letto», mormoravano voci insonnolite, «io non ho paura. — Comunque, basta una sola bomba», replicava qualcuno saggiamente.

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