L’attraversaspecchi: fidanzati dell’inverno, di Christelle Dabos

Edizioni e/0

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

Le vecchie dimore hanno un’anima, si sente spesso dire. Su Anima, l’arca in cui gli oggetti prendono vita, le vecchie dimore avevano più che altro la tendenza a sviluppare un carattere orribile

L’Archivio di famiglia, per esempio, era sempre di malumore. Per esprimere il suo malcontento non faceva che scricchiolare, cigolare, sgocciolare e sbuffare. Non gli piacevano le correnti d’aria che d’estate facevano sbattere le porte chiuse male. Non gli piacevano le piogge che d’autunno gli tappavano le grondaie. Non gli piaceva l’umidità che d’inverno penetrava nei muri. Non gli piacevano le erbacce che ogni primavera tornavano a invadergli il cortile.

Ma la cosa che all’edificio dell’Archivio piaceva meno erano i visitatori che non rispettavano gli orari di apertura.

È probabilmente il motivo per cui in quell’alba si settembre l’edificio scricchiolava, cigolava, sgocciolava e sbuffava ancora più del solito: perché sentiva arrivare qualcuno ed era decisamente troppo presto per consultare gli schedari. Per giunta il visitatore non era educatamente in attesa davanti al portone, no, stava penetrando nei luoghi come un ladro, direttamente dal guardaroba dell’Archivio.

Nel bel mezzo della specchiera di un armadio emerse un naso.

Il naso venne avanti, subito seguito da un paio di occhiali, un’arcata sopraccigliare, una fronte, una bocca, un mento, guance, occhi, capelli, collo e orecchie. Sospesa al centro dello specchio fino alle spalle, la faccia guardò a destra e a sinistra. Poi, più in basso, affiorò la piega di un ginocchio portandosi dietro un corpo che si estrasse dal vetro tutto insieme, come se uscisse da una vasca da bagno. La figura sbucata dallo specchio consisteva in un vecchio cappotto logoro, un paio di occhiali grigi e una lunga sciarpa a tre colori.

Sotto quegli strati c’era Ofelia.

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