Ragazze elettriche, di Naomi Alderman

Nottetempo

Traduzione di Silvia Bre

Mentre lo fanno, gli uomini chiudono Roxy nell’armadio. Ciò che non sanno è che lei è già stata chiusa in quell’armadio, prima d’allora. Quando fa la cattiva, sua madre la mette lì. Solo per pochi minuti. Finché non si calma. Un po’ alla volta, durante le ore passate lì dentro, ha allentato la serratura, girando le viti con un’unghia o con una graffetta. Avrebbe potuto staccare quella serratura in qualunque momento. Ma non l’ha fatto, perché magari poi la madre avrebbe applicato un chiavistello sul lato esterno. Le basta sapere, stando seduta al buio, che, se davvero volesse, potrebbe uscire. Quella certezza è bella come la libertà.

Ecco perché sono convinti di averla chiusa dentro, al riparo. Lei però salta fuori. È così che vede tutto.

Gli uomini sono arrivati alle nove e mezza. Quella sera Roxy sarebbe dovuta andare dalle cugine; era stato programmato da settimane, ma aveva risposto male alla madre che al Primark non le aveva comprato i collant giusti. Così la madre aveva detto: “Non ci vai, resti a casa”. Come se Roxy ci tenesse ad andare da quelle sfigate delle cugine.

Quando i tizi danno un calcio alla porta e la vedono lì, imbronciata sul divano di fianco a sua madre, uno di loro fa: “Cazzo, c’è la ragazzina”. Sono in due, uno più alto con la faccia da ratto, l’altro più basso, con la mandibola squadrata. Non li conosce.

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