Eugénie Grandet, di Balzac

Feltrinelli Editore

Traduzione di Frédéric Ieva

 

  In alcune città di provincia si trovano delle case la cui vista ispira una malinconia pari a quella che destano i chiostri più tetri, le lande più brulle e le rovine più tristi. Forse in queste case sono presenti allo stesso tempo il silenzio del chiostro, l’aridità delle lande e l’ossatura delle rovine: la vita e il movimento sono così placidi che uno straniero le potrebbe credere disabitate, se all’improvviso non incontrasse lo sguardo spento e freddo di una persona immobile la cui figura per metà monastica si affacci dal davanzale della finestra, al rumore di un passo sconosciuto. Questi principi di malinconia sono presenti nella fisionomia di una casa situata a Saumur, all’estremità della strada ripida che, passando per la città alta, conduce al castello. Questa via, ora poco frequentata, calda d’estate, fredda d’inverno, buia in alcuni tratti, è notevole per la sonorità del suo piccolo selciato sassoso, sempre pulito e secco, per l’angustia del suo tracciato tortuoso, per la pace delle sue case che fanno parte della città vecchia, e che dominano i bastioni. Abitazioni di trecento anni sono ancora solide, benché costruite in legno, e i loro differenti aspetti contribuiscono all’originalità che rende caratteristica questa parte di Saumur e che richiama l’attenzione di archeologi e artisti. È difficile passare davanti a queste case, senza ammirarne le enormi travi dalle estremità intagliate con figure bizzarre che incoronano di un bassorilievo nero il pianterreno della maggior parte di esse.

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