Intervista a Anna Mioni: per una buona traduzione è necessario saper scrivere bene in italiano

Buongiorno Anna, parliamo un po’ di te. Traduci prevalentemente narrativa o saggistica? Vuoi nominare qualche opera da te tradotta?

Traduco prevalentemente narrativa angloamericana contemporanea, con l’eccezione di qualche libro di saggistica o biografie di settori nei quali sono competente (musica rock, arte contemporanea, cinema, letteratura). Ho tradotto quasi settanta libri in ventun anni di attività. Tra i narratori di cui mi sono occupata di recente ci sono Joyce Maynard, Ling Ma, Tom McCarthy, Nell Zink, Lester Bangs, Jon McGregor, Sam Lipsyte; nell’ambito della saggistica musicale ho tradotto le biografie di Johnny Marr, e con altri colleghi quelle di Phil Collins e di Morrissey (quest’ultima mai uscita in lingue diverse dall’inglese, per volere dell’autore). Da qualche anno ho anche una mia agenzia letteraria internazionale, AC2 Literary Agency, e insegno traduzione in vari corsi di laurea e post laurea di università statali e SSML private.

 

Come ti organizzi nel tuo lavoro? Esiste un modus operandi?

Non esiste un modus operandi uguale per tutti, in una professione che si svolge prevalentemente da soli. L’importante è il risultato finale, quindi ognuno lo raggiunge con il metodo che gli è più consono.

Per quanto riguarda me, cerco di dividere il numero di pagine del libro che devo tradurre per il numero di giorni che ho a disposizione, lasciandomi una settimana buona alla fine per rivedere il lavoro prima di consegnarlo, e tenendomi larga in caso di imprevisti. Cerco di rispettare questa scaletta in modo da consegnare con puntualità. Mentre lavoro consulto dizionari monolingue, bilingue, di slang, dei sinonimi (prevalentemente in formato elettronico) e altre risorse online attendibili e certificate.

 

Come entri in contatto con nuovi committenti?

A volte sono loro a cercarmi, perché hanno acquisito un autore su cui ho già lavorato, o perché hanno sentito parlare bene del mio lavoro. Altre volte sono io a contattarli, agli eventi del settore o in altre occasioni, dando la mia disponibilità nei periodi in cui sono libera. Inoltre ho vari spazi in rete (sito, pagina LinkedIn, eccetera) dove tengo una vetrina del mio lavoro.

 

Qual è la cosa che ami di più di questo lavoro? E quella che ami di meno?

Della traduzione amo di più la varietà: ho scelto questo lavoro anche perché mi stufo facilmente e invece traducendo non ci si annoia mai, è come se si cambiasse lavoro con ogni nuovo libro che traduciamo.

Quella che amo di meno è lo scarso riconoscimento economico. È un lavoro difficilissimo, poche persone in Italia sono in grado di farlo bene, ed essere pagati cifre così basse, che non aumentano con l’anzianità (mentre invece, con gli anni, la competenza aumenta) è quasi offensivo.

 

C’è un autore che sogni di tradurre, o un romanzo in particolare?

Ormai dall’inglese non rimane quasi più nulla che non sia stato tradotto, se non i romanzi che devono ancora essere pubblicati. Sogno di tradurre sempre libri di qualità, e in particolare mi piacerebbe ritradurre qualche classico moderno, specie uno che richieda un lavoro particolare sulla voce e la lingua dell’autore, o su linguaggi specifici.

 

Per chiudere, che consiglio daresti a chi vuole entrare nel mondo della traduzione?

La preparazione offerta dai normali cicli di studi non è sufficiente. L’editoria è un mondo lavorativo che richiede di conoscerlo bene per entrarci. Quindi è necessario prima di tutto documentarsi sugli editori italiani, su cosa pubblicano e cosa traducono; per fare questo si possono frequentare le varie fiere del libro sul territorio nazionale, dove spesso si tengono anche conferenze e dibattiti sulla traduzione che sono utilissimi a chi vuole intraprendere questa carriera. Inoltre è necessario scrivere bene in italiano ed essere dei lettori avidi, sia di libri in italiano che di buone traduzioni: è impensabile proporsi per tradurre narrativa o saggistica se non padroneggiamo bene quel registro linguistico, o non ci piace leggere, o scriviamo male in italiano. Se dopo queste verifiche capiamo di essere adatti, si possono frequentare alcuni dei tanti corsi disponibili tenuti da professionisti che lavorano nell’editoria; alcuni atenei più illuminati stanno riconoscendo le loro competenze, chiamandoli a condividere le loro esperienze pratiche con gli studenti, e quindi ora si può seguire qualche corso di questo tipo anche nelle università statali e non solo in corsi privati.

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