Isabel Allende, La casa degli spiriti e Mario Vargas Llosa, La casa verde

  • La casa degli spiriti

Traduzione di Angelo Morino e Sonia Piloto di Castri

Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato,e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabás era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastián, alla quale assistette con tutta la famiglia. In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell’armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l’incenso o i gemiti dell’organo potessero opporsi a questo pietoso effetto. Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall’espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L’unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.

  • La casa verde

Traduzione di Enrico Cicogna

Il sergente getta un’occhiata a suor Patrocinio e il moscone non si muove. La lancia beccheggia sull’acqua torbida, tra le due muraglie d’alberi che esalano un lezzo bruciante, appiccicoso. Rannicchiati sotto la tettoia di frasche, nudi dalla cintola in su, gli uomini della Guardia Civil dormono al riparo del verdognolo, giallastro sole di mezzogiorno: la testa del Chiquito riposa sul ventre del Pesado, il Rubio suda a rivoli, l’Oscuro russa a bocca aperta. Una cappa di jejenes scorta la lancia, tra i corpi svolazzano farfalle, vespe, mosconi. Il motore ronfa regolarmente, starnuta, ronfa e la guida Nieves tiene il timone con la sinistra, con la destra fuma e il suo viso bruciato dal sole è impassibile sotto il cappello di paglia. Questi selvatici non erano normali, perché non sudavano come tutti i cristiani? Seduta rigida a poppa, suor Angélica tiene gli occhi chiusi, sul suo volto ci sono almeno mille rughe, di tanto in tanto tira fuori una puntina di lingua, si lecca il sudore dai baffi e sputa. Povera vecchietta, quelle sfacchinate non erano fatte per lei. Il moscone batte le alucce azzurre, si stacca con lieve slancio dalla fronte rosea di suor Patrocinio, si perde descrivendo cerchi nella luce bianca e la guida stava per spegnere il motore, sergente, stavano per arrivare, dopo quella piccola gola c’era Chicais. Ma al sergente il cuore diceva non ci sarà nessuno. Cessa il rumore del motore, le suore e le guardie aprono gli occhi, rizzano le teste, guardano. In piedi, la guida Nieves maneggia la pertica a destra e a sinistra, la lancia si avvicina silenziosamente alla riva, le guardie si alzano, si mettono le camicie, i chepí, si aggiustano i gambali.

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