Bertrand Russell, Elogio dell’ozio

Traduzione di Elisa Marpicati

Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice «l’ozio è il padre di tutti i vizi». Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. Io penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si è predicato sinora. Tutti conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al sole (ciò accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato una lira al più pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a gran voce, e naturalmente il turista diede la lira al dodicesimo, giacché era un uomo che sapeva il fatto suo. Nei paesi che non godono del clima mediterraneo, tuttavia, oziare è una cosa molto più difficile e bisognerebbe iniziare a tale scopo una vasta campagna di propaganda. Spero che, dopo aver letto queste pagine, l’YMCA si proponga di insegnare ai giovanotti a non fare nulla. Se ciò accadesse davvero, non sarei vissuto invano.

Prima di esporre i miei argomenti in favore dell’ozio, vorrei eliminarne uno che non mi sento di accettare. Quando una persona ha mezzi sufficienti per vivere e tuttavia pensa di assumere un impiego qualsiasi (di insegnante o di segretario, ad esempio), si usa dire che tale persona toglie il pane di bocca agli altri e compie perciò un’azione malvagia. Se tale argomento fosse valido, basterebbe che tutti stessero in ozio perché ogni stomaco fosse pieno di pane. La gente che parla così dimentica che di solito gli uomini spendono quel che guadagnano, e spendendo danno lavoro agli altri.

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