La terra dei gelsomini, di Gilbert Sinoué

Neri Pozza Editore, traduzione di Giuliano Corà

Londra, 16 maggio 1916

Lord Grey, ministro britannico degli Affari Esteri, appose la sua firma in calce all’ultimo foglio, poi porse la penna al suo vicino, Paul Cambon, ambasciatore francese a Londra.
«A voi, amico mio!»
Cambon abbozzò uno stentato sorriso e siglò le pagine del documento, prima di scrivere il suo nome di fianco a quello del ministro. Per un momento esaminò le due grafie: l’una spigolosa e nervosa, l’altra, la sua, morbida ed elegante. Proprio come sarebbe stato il futuro, migliore o peggiore. Quegli accordi, firmati nel massimo segreto tra Francia e Inghilterra sotto l’egida della Russia imperiale, avrebbero spalancato le porte dell’inferno o quelle del paradiso?
Come se avesse letto nei pensieri del diplomatico francese, William Boydens, consigliere di Lord Grey, esclamò: «Le mie più vive congratulazioni, gentlemen! Un giorno nuovo sorge per le nostre due nazioni. Non abbiamo alcun dubbio che sarà un giorno di trionfo!»
Senza perdere tempo, si diresse verso un tavolino sul quale era stata predisposta una bottiglia di champagne; servì il ministro, poi l’ambasciatore, infine tese le terza coppa a un personaggio dal volto emaciato e i capelli biondi, che non poteva avere più di ventotto anni. Sa quando erano entrati nell’ufficio di Lord Grey, il giovane non aveva pronunciato una sola parola. Chissà se quella che si leggeva nei suoi occhi d’un blu profondo era preoccupazione, o solo il fastidio di aver dovuto sopportare una settimana di pioggia londinese.
«Suvvia, signor Levent» gli disse Lord Grey, «rilassatevi! D’accordo è stata dura, ma la pazienza dei nostri negoziatori ha portato i suoi frutti.»
Il giovane annuì senza troppo calore.
«Levent, Jean-François Levent: è il vostro vero nome, immagino».
«Sì, signor ministro».
«Chiamarsi Levent quando si ricopre il ruolo di segretario aggiunto agli Affari Orientali, be’, questa è predestinazione…» Poi, rivolto all’ambasciatore francese, aggiunse: «Non vi pare?»
«Non sapete quanto avete ragione» rispose Cambon. «Basta solo vedere quando Jean-François sia portato per le lingue orientali. Parla l’arabo bene quasi quanto il francese, e conosce perfettamente quella parte del mondo. Se ne avessi il coraggio, vorrei dire che, a dispetto della giovane età, è un po’ il nostro Lawrence».
«Oh, devo ricordarvi che il “nostro” Lawrence non ha ancora trent’anni: ai nostri giorni, i giovani sembrano molto più precoci di quanto non fossimo noi alla loro età».
Il ministro alzò il bicchiere.
«Alla Francia! All’Inghilterra!»
«Alla Francia! All’Inghilterra!»

 

 

 

 

 

 

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