Intervista a Simona Viciani: traduttrice di Bukowski

Ciao Simona, prima di tutto ti chiederei di presentarti ai nostri corsisti. Sei la traduttrice italiana di Bukowski: come sei arrivata a questo autore e come ti sei avvicinata alla traduzione in generale?

Ciao, buongiorno a tutti.

Bukowski è l’autore che amavo fin da ragazzina. Ho cominciato a leggerlo quando avevo quindici anni.

A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta mi è stato offerto un lavoro in California come archivista per la famiglia di Mario Lanza (tenore e attore italo-americano). Fortuna vuole che la casa dei Lanza a Palos Verdes fosse a poche miglia da San Pedro, dove abitava Bukowski. Il tempo libero lo dedicavo alla ricerca del mio mito letterario. Non mi sarei mai presentata alla sua porta, perché sapevo che detestava il lettore invadente e sfacciato che gli suonava il campanello fingendosi suo caro amico, con sottobraccio la confezione da sei di birra. Quindi andavo nei posti che sapevo che lui bazzicava dalla lettura dei suoi libri: ippodromi, bar, librerie, ecc. Ho vissuto in California più di dodici anni, lui non l’ho mai incontrato, purtroppo, ma ogni volta che apro un suo libro lo ringrazio per l’enorme eredità letteraria che ci ha lasciato. Mentre ero in America ho letto le versioni originali e mi sono accorta che quelle italiane non le rispecchiavano – soprattutto non rispettavano il pensiero dell’autore. Mancava il suo animo poetico, veniva messa in risalto solo la sua maschera di ‘vecchio sporcaccione’.

Così, mi sono auto-candidata come sua traduttrice e dopo una prova di traduzione in cieco per la Harper & Collins di New York, (alla quale partecipavano altri tre traduttori italiani) sono diventata la sua traduttrice ufficiale italiana; successivamente mi è stata affidata la traduzione della sua opera omnia. Uno a zero per le ragazze!

 

C’è qualcosa che non ti piace del tuo lavoro?

L’isolamento.

 

E la cosa che ti piace di più?

L’isolamento. Oltre all’indubbio vantaggio di poter lavorare ovunque: un vero lusso.

 

È possibile vivere di sola traduzione?

Economicamente no, ma riempie l’anima, soprattutto quando si ha la fortuna di tradurre il proprio autore preferito.

 

Qual è la cosa più importante da tenere a mente quando si traduce poesia?

Il respiro del poeta che va al di là di qualsiasi termine che si riesce a fissare sulla pagina.

 

Qual è la difficoltà più grande che incontri traducendo?

Bukowski utilizza una lingua che va dagli anni Trenta agli anni Novanta. Trovo a volte difficile in un autore moderno come Bukowski utilizzare espressioni o termini di sessant’anni fa contestualizzandoli in un impianto stilistico tutt’ora ‘avveniristico’. D’altro canto è parte del fascino bukowskiano. Per fare due esempi banali, ma concreti: reggipetto (nei suoi lavori fino agli anni Sessanta), reggiseno (in quelli successivi) automobile per poi passare ad auto o macchina. E i passaggi in ‘slang’ o i giochi di parole sono sempre una vera sfida, dura, ma affascinante.

 

Che tempistiche ti danno gli editori?

Dipende. A volte mi viene dato molto tempo, altre volte pochissimo. Io curo la traduzione in tutte le sue fasi fino all’ultima bozza, a volte anche in ciano. Ho la fortuna di avere correttrici ed editor molto brave (“parlo” al femminile, perché casualmente sono tutte donne). Sono i miei angeli custodi: siamo in perfetta sintonia e questa è una grande fortuna. L’editor o la correttrice sono fondamentali. Per Feltrinelli il mio dream team è: Maddalena Ceretti, Giovanna Salvia, Barbara Travaglini. Vera Visigalli per Guanda.

Io,‘seguace’ del grande Luciano Bianciardi, sono fedele all’autore e inflessibile quando ci si distacca dal testo e ancor più dal suo pensiero. Negli anni ho imparato a rilassarmi un po’ di più, ma guai ad abbassare la guardia. Spero sempre di non incappare in un errore ormai in stampa… refusi ahimè, ci possono sempre essere.

 

Hai conosciuto la moglie di Bukowski e hai vissuto nei suoi stessi luoghi: quanto è importante conoscere l’ambiente di un autore per poterlo tradurre?

Per me è essenziale. E’ pura magia quando ritrovi sulla pagina la descrizione di un luogo o di una persona che conosci bene. Quello che leggi e scrivi salta fuori dalla pagina e prende vita arrivando senza filtri al lettore.

 

Come ti sei approcciata alla ritraduzione di romanzi già tradotti in precedenza?

Con umiltà verso i colleghi che mi hanno preceduta. Soffrendo ‘con loro’ per i passaggi meno riusciti e per gli errori. Cogliendo sempre gli spunti dove le scelte operate mi sembravano migliori.

Il mio metodo di lavoro è questo: traduco il testo come fosse un inedito e non leggo mai prima la versione italiana per non farmi influenzare. Ultimata la traduzione leggo la versione italiana già esistente e poi svolgo un’analisi molto critica. Solitamente Viciani vince uno a zero. (ahahaha) (Bukowski trionfa a mani basse).

 

Infine, se tu dovessi consigliare un solo romanzo del “tuo” Bukowski a chi non lo conosce, da quale consiglieresti di partire?

Poesie. Poesie, poesie. Bukowski era un poeta. Mmmm hai detto romanzo? Post Office tutta la vita, scritto in ventun notti dopo essersi licenziato dall’ufficio postale. Un’opera vitale, coraggiosa, irriverente, cinica e profondamente tenera. Insomma, Bukowski allo stato puro.

Invece l’ultimo da leggere: Pulp, straordinario commiato alla sua folle schiera di fedeli lettori.

 

 

 

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