Dopo di te, Jojo Moyes

Traduzione di Maria Carla Dallavalle

L’uomo corpulento seduto in fondo al balcone è visibilmente agitato. Tiene la testa bassa sul suo doppio scotch, ma di tanto in tanto alza gli occhi guardandosi intorno e si volta verso la porta alle sue spalle. Un sottile velo di sudore gli imperla la fronte facendola brillare sotto le luci al neon. Prende un lungo respiro tremante camuffato da sospiro e torna a concentrarsi sul suo drink.

«Senta, mi scusi.»

Alzo lo sguardo smettendo per un attimo di asciugare i bicchieri.

«Posso averne un altro?»

Vorrei dirgli che non è una buona idea, che non lo aiuterà, che potrebbe perfino fargli male, ma è un uomo grande e grosso e manca solo un quarto d’ora alla chiusura e, secondo le linee guida aziendali, non ho alcuna ragione per rifiutarmi di servirgli un altro drink. Così mi avvicino, prendo il suo bicchiere e mi accingo a riempirlo di nuovo. Lui indica la bottiglia. «Doppio» dice, e si passa la mano grassa sul viso sudato.

«Sette sterline e venti, prego».

Sono le undici meno un quarto di un martedì sera e lo Shamrock and Clover, il pub irlandese dell’East City Airport, che in realtà è irlandese come il Mahatma Gandhi, si sta preparando a spegnere le luci. Il bar chiude dieci minuti dopo il decollo dell’ultimo aereo della giornata, e in questo momento siamo rimasti soltanto io, un giovane uomo concentrato sul suo portatile, le donne al tavolo 2 che chiacchierano ridacchiando e l’uomo che sorseggia il suo doppio Jameson in attesa dell’SC107 per Stoccolma o del DB224 per Monaco, quest’ultimo posticipato di quaranta minuti.

Sono di turno da mezzogiorno perché Carly aveva mal di stomaco ed è andata a casa prima. La cosa non mi secca. Non mi dispiace mai rimanere fino a tardi. Canticchiando sottovoce la melodia di Celtic Pipes of the Emerald Isle, Vol. III, mi avvicino alle due donne intente a guardare un video sul cellulare. Hanno sulle labbra il risolino tipico di chi è un po’ brillo.

«La mia nipotina. Ha cinque giorni» dice la donna bionda mentre ritiro il suo bicchiere.

«Deliziosa.» Sorrido. Per me tutti i bambini assomigliano a delle pagnottelle all’uvetta.

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