Storia di una ladra di libri e Moby Dick

Testo 1: Storia di una ladra di libri, di Markus Zusak

Sperling & Kupfer, traduzione di Gian M. Giughese

UN MOMENTO STRAORDINARIAMENTE TRAGICO
Un treno viaggiava veloce.
Era carico di esseri umani.
Nel terzo vagone morì un bambino di sei anni.

La ladra di libri e suo fratello erano in viaggio verso Monaco, dove sarebbero stati affidati ai genitori adottivi. Ora sappiamo, naturalmente, che il bambino non arrivò mai.

IN CHE MODO ACCADDE
Ci fu un violento accesso di tosse.
Un accesso quasi ispirato.
E subito dopo… più niente.

Quando la tosse cessò, non era rimasto nulla, se non l’assenza di vita animata da un respiro, o un sussulto silenzioso. Qualcosa di repentino si fece allora strada fino alle labbra del bambino, che erano d’un malsano colore bruno e si spelavano come vernice vecchia.

La madre dormiva.

Entrai nel treno.

Mi insinuai lungo la sovraffollata corsia fra i sedili, e in un attimo il palmo della mia mano fu sulla bocca del bambino.

Nessuno se ne accorse.

Il treno correva.

Tranne la ragazzina.

Con un occhio aperto e l’altro ancora addormentato, la ladra di libri — nota anche come Liesel Meminger — capì che il fratellino minore, Werner, le stava accanto morto.

Gli occhi azzurri del bambino fissavano il pavimento senza vedere nulla.

Prima di svegliarsi la ladra di libri aveva sognato il Führer, Adolf Hitler. Nel sogno prendeva parte a un’adunata nella quale lui parlava, e fissava la porzione biancastra dei suoi capelli e i baffetti perfettamente squadrati. Ascoltava soddisfatta il torrente di parole che erompeva dalla bocca di Hitler. Le sue frasi parevano brillare nella luce. In un attimo di pausa Hitler si era chinato e le aveva sorriso. Lei gli aveva restituito il sorriso dicendo: «Guten Tag, Herr Führer. Wie gehts dir heut?» Non aveva imparato a parlare molto bene, e neanche a leggere, essendo andata poco a scuola, per una ragione che avrebbe scoperto in seguito.

Proprio quando il Führer stava per risponderle, si era svegliata.

Era il gennaio del 1939. Aveva nove anni, quasi dieci.

Suo fratello era morto.

Testo 2: Moby Dick, di Herman Melville

Feltrinelli Editore, traduzione di Alessandro Ceni

            Chiamami Ismaele.
Alcuni anni fa — lasciamo perdere precisamente quanti — avendo poco o punto denaro nel borsellino e nulla in particolare che m’interessasse a terra, pensai di far bela qua e là per un po’ e andarmene a veder la parte acquea del mondo. È un sistema che ho io per scacciar l’uomo nero e regolare la circolazione. Ogni qualvolta che m’accorgo di star volgendo la bocca al torvo, ogniqualvolta che nell’anima mia umido e piovigginoso s’instaura novembre, ogniqualvolta che m’accorgo di soffermarmi involontariamente davanti ai magazzini di bare e di accodarmi a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogniqualvolta la mia “ipo” prende un sopravvento tale su di me che c’è bisogno d’un vigoroso principio morale impedirmi di scendere intenzionalmente in strada e metodicamente sbatter giù il cappello dal capo alla gente… allora stimo sia ormai tempo di mettermi in mare al più presto possibile. Questo è il mio sostituto della pistola e della pallottola. Con una filosofica fiorettata Catone si getta sulla sua spada; io con sobrietà ricorro alla nave. Nulla di sorprendente in ciò. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini, ciascuno secondo la propria misura, una volta o l’altra, nutrirebbero verso l’oceano un sentimento somigliantissimo al mio.
Eccola dunque qua quest’insulare città dei Manhatti, cinta da banchine come le isole indiane da scogliere coralline… il commercio la circonda con la sua risacca. A destra e a sinistra le strade ti riconducono verso l’acqua. L’estremo del su centro è il Battery, dove quel nobile molo è bagnato da onde e rinfrescato da brezze che poche ore prima non eran neppure in vista da terra. Guarda là le frotte dei contemplatori dell’acqua.

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