Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde

Giunti Editore, traduzione di Luciana Pirè

            Lo studio era pervaso dal sontuoso profumo delle rose e, quando la brezza estiva frusciava lievemente tra gli alberi del giardino, dalla porta aperta penetrava l’intenso effluvio dei lillà o la più delicata fragranza delle rose canine.
Dall’angolo del divano di cuoio orientale sul quale era sdraiato, fumando come suo solito innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton intravedeva il baluginino dei fiori dei maggiociondoli – del colore del miele e come il miele dolci – i cui tremuli ramoscelli pareva fossero appena in grado di sopportare il fulgore di tanta bellezza. A tratti, fantastiche ombre di uccelli in volo guizzavano sulle lunghe tende di seta tese davanti all’ampia finestra, e creavano un fuggevole effetto giapponese che gli ricordava quei pittori di Tokyo dal viso di pallida giada che, con i mezzi di un’arte fatalmente statica, tentano di racchiudere sulla tela il senso del movimento e della velocità. Il cupo ronzio delle api – che di facevano largo fra i cumuli d’erba non falciata o roteavano con monotona insistenza intorno agli aghi impolverati d’oro dei caprifogli sparsi in terra – rendeva la sensazione d’immobilità ancora più opprimente. Il rombo sommesso di Londra giungeva come la nota bassa di un organo lontano.
Al centro della stanza, fissato a un cavalletto, si trovava il ritratto a figura intera di un giovane di straordinaria bellezza e, di fronte, a una certa distanza, sedeva l’artista, Basil Hallward, la cui improvvisa sparizione alcuni anni prima aveva suscitato grande clamore e dato spunto a tante strane congetture.
Mentre il pittore contemplava la forma aggraziata e attraente che la sua arte aveva abilmente rispecchiato, un sorriso compiaciuto gli passò sul viso, e lì sembrò quasi indugiare. All’improvviso balzò in piedi e, chiudendo gli occhi, si coprì le palpebre con le dita, come a voler imprigionare nella mente uno strano sogno dal quale temeva di risvegliarsi.

 

Einaudi, traduzione di Franco Ferrucci

Lo studio era pervaso da un denso odore di rose, e quando il leggero vento estivo si agitava fra gli alberi del giardino, dalla porta aperta giungeva il forte aroma dei gigli o il più delicato profumo dei biancospini.
Dall’angolo del divano fatto di gualdrappe persiane sul quale era sdraiato, fumando, come al solito, una sigaretta dopo l’altra, lord Henry Wotton scorgeva il luccichio dei fiori di laburno, dal sapore di miele e dal colore di miele, i cui ramoscelli tremuli parevano poter appena sostenere il peso della loro fiammeggiante bellezza; e a tratti le ombre fantastiche di uccelli in volo svariavano tra le tende di seta grezza tirate davanti alle grandi finestre, e producevano una sorta di rapido effetto giapponese. Gli ricordavano quei pittori di Tokyo dalle pallide facce color di giada, che, con un’arte forzatamente immobile, cercano di comunicare un senso di rapidità e di movimento. Il cupo brusio delle api che si aprivano la strada nell’erba a lungo non tagliata, o giravano con monotona insistenza intorno alle punte dorate dei caprifogli dalla fioritura disordinata, sembravano rendere l’immobilità ancora più opprimente. Il fievole frastuono di Londra era come la nota di basso di un organo lontano.
Al centro della stanza, sistemato su un cavalletto verticale, si levava il ritratto completo di un giovane uomo di straordinaria bellezza, e lì davanti, a qualche distanza, sedeva l’artista in persona, Basil Hallward, la cui improvvisa scomparsa, qualche anno fa, causò tanta eccitazione pubblica e dette origine a tante strane congetture.
Mentre il pittore guardava la figura aggraziata ed elegante che aveva reso con tanta bravura nella propria arte, un sorriso di piacere gli passò sul viso e sembrò dovervi rimanere. Ma d’improvviso balzò in piedi, e, chiudendo gli occhi, pose le dita sulle palpebre, come se volesse imprigionare nella sua mente un qualche sogno curioso da cui temeva di doversi svegliare.

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