Insieme e basta, di Anna Gavalda

Traduzione di Antonella Viale e Marcella Maffi, Sperling & Kupfer

Paulette Lestafier non era poi matta come dicevano. Certo che sapeva distinguere un giorno dall’altro, dato che ormai non aveva altro da fare. Contarli, aspettarli e dimenticarli. Sapeva benissimo che quel giorno era mercoledì. Infatti era pronta! Si era messa il cappotto, aveva preso la sporta e riordinato i buoni sconto. Aveva anche sentito la macchina dell’Yvonne da lontano… Ma ecco che il gatto si era messo davanti alla porta, aveva fame e lei era caduta proprio mentre si chinava per porgergli la ciotola, battendo la testa contro il primo gradino della scala.

Paulette Lestafier cadeva spesso, ma era un segreto. Non doveva parlarne, a nessuno.

«A nessuno, chiaro?» si minacciava in silenzio. «Né e Yvonne, né al medico, né, meno che mai, al tuo ragazzo…»

Ora doveva rialzarsi piano piano, aspettare che gli oggetti tornassero normali, spalmarsi un po’ di pomata e nascondere quei maledetti lividi.

I lividi di Paulette erano proprio lividi. Giallo livido, verde livido, o viola livido e le rimanevano sul corpo a lungo. Troppo a lungo. A volte anche per mesi… Era difficile nasconderli. Tutti le chiedevano perché si vestisse sempre come se fosse inverno, perché portasse calze spesse e non si togliesse mai il golfino.

Soprattutto il ragazzo la tormentava: «Che c’è, nonna? Che cos’è tutta ’sta roba? Levatela di dosso, sennò crepi di caldo!»

No, Paulette Lestafier non era affatto matta. Sapeva che quei lividi enormi che non andavano mai via, prima o poi le avrebbero portato guai…

Sapeva che cosa succede alle vecchie inutili come lei. Quelle che lasciano crescere la gramigna nell’orto e si aggrappano ai mobili per non cadere. Le vecchie che non riescono a fare entrare il filo nella cruna dell’ago e non si ricordano nemmeno più come si fa ad alzare il volume della tele. Quelle che schiacciano tutti i tasti del telecomando e finiscono per spegnere l’apparecchio piangendo di rabbia.

Piccole lacrime amare.

La testa tra le mani davanti a una tele morta.

 

 

 

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