La polvere del mondo, di Nicolas Bouvier

 

Esaminai la cartina. Si trattava di una piccola città circondata da montagne, nel cuore del territorio bosniaco. Da lì, contava di risalire verso Belgrado, dove l’«Associazione dei pittori serbi» l’aveva invitato a esporre. Dovevo raggiungerlo gli ultimi giorni di luglio, con i bagagli e la vecchia Fiat che avevamo risistemato alla bell’e meglio, per continuare verso la Turchia, l’Iran, l’India, forse più lontano… Avevamo davanti due anni, e denaro per soli quattro mesi. Il programma era abbastanza vago, ma, in questi casi, l’essenziale è partire.

È la contemplazione silenziosa degli atlanti, distesi a pancia in giù sul tappeto, tra i dieci e i tredici anni, a far crescere la voglia di mollare tutto. Sognare regioni come il Banato, il Caspio, il Kashmir, alla musica che vi risuona, agli sguardi che vi si incrociano, alle idee che vi aspettano… Quando il desiderio resiste ai primi attacchi del buon senso, si cercano delle ragioni. E quelle che si trovano sono inutili. La verità è che non sapete dare un nome a ciò che vi spinge. Qualcosa dentro di voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, senza troppa sicurezza, ce ne andremo davvero.

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Si pensa di fare un viaggio, ma presto è il viaggio che vi farà, o vi disferà.

(Traduzione di Nicole Bonacina)

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