La linea nera, di Jean-Cristophe Grange

Traduzione di D. Comerlati, casa editrice Garzanti

I bambù.

L’avevano guidato fino a lì, fra le muraglie fruscianti e per i sentieri della giungla. Come le volte precedenti, gli alberi gli avevano sussurrato la direzione da prendere, gli avevano mormorato come agire. Era sempre stato così. In Cambogia. In Thailandia. E ora qui, in Malesia. Le foglie gli sfioravano il viso, lo chiamavano, gli davano il segnale…

Ma ecco che gli alberi gli si rivoltavano contro.

Ecco che lo prendevano in trappola. Non sapeva come fosse successo, ma i bambù gli si erano stretti intorno, chiudendolo in una prigione senza via d’uscita.

Fece scorrere le dita lungo la porta. Nessuno spiraglio. Grattò il pavimento per tentare di scostare le tavole. Invano. Alzò gli occhi verso il soffitto, ma vide soltanto le palme. Da quanto non respirava? Un minuto? Due minuti?

Un calore da bagno turco riempiva l’ambiente. Aveva il viso madido di sudore. Si concentrò sulle pareti della cella: ogni interstizio era otturato da fili di giunco. Se riusciva a districarne uno, forse l’aria sarebbe passata. Tentò con due dita: impossibile. Dopo qualche secondo graffiò il muro, si spezzò le unghie. Colpì la parete con rabbia e si lasciò cadere sulle ginocchia. Sarebbe crepato. Lui, il maestro dell’apnea, sarebbe morto in quella capanna, per mancanza di ossigeno.

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