La ragazza con l’orecchino di perla e Canto di Natale

La ragazza con l’orecchino di perla, di Tracy Chevalier

Traduzione di Luciana Pugliese, casa editrice Neri Pozza

La mamma non mi aveva detto che sarebbero venuti. Non voleva che sembrassi nervosa, mi spiegò in seguito. Mi stupii, perché pensavo che mi conoscesse bene. Gli estranei mi avrebbero visto serena. Da bambina non piangevo mai. Solo mia madre si accorgeva di una certa tensione nelle mie mascelle e dello sgranarsi dei miei occhi, già grandi per loro natura.

Ero in cucina e stavo tritando le verdure quando udii delle voci provenire dalla porta di ingresso: quella d’una donna, squillante come rame lucidato, e quella d’un uomo, grave e cupa come il legno del tavolo su cui stavo lavorando. Voci di un genere che raramente si udivano in casa nostra. Mi suggerivano immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce.

Pensai con sollievo che solo poco prima avevo sfregato ben bene il gradino della porta d’ingresso.

La voce di mia madre — un tegame sul fuoco, una brocca — si avvicinava dalla stanza anteriore della casa. Venivano tutti verso la cucina. Misi al loro posto i porri che avevo tritato, quindi posai il coltello sul tavolo, mi ripulii le mani nel grembiule e strinsi le labbra per spianarle.

La mamma comparve sull’uscio, gli occhi due mute esortazioni. La donna dietro di lei dovette abbassare la testa perché era molto alta, più alta dell’uomo che la seguiva.

In famiglia eravamo tutti bassi, persino mio padre e mio fratello.

 

 

Canto di Natale, di Charles Dickens

Traduzione di Emanuele Grazzi, casa editrice Mondadori

Marley era morto, tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il registro della sua sepoltura era stato firmato dal suo sacerdote, dal chierico, dall’impresario delle pompe funebri e da colui che conduceva il funerale. Scrooge lo aveva firmato, e alla Borsa il nome di Scrooge era buono per qualsiasi cosa che egli decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.

Badate bene che con questo io intendo dire che so di mia propria scienza che cosa ci sia di particolarmente morto in un chiodo confitto in una porta; personalmente, anzi, propenderei piuttosto a considerare un chiodo confitto in una bara come il pezzo di ferraglia più morto che si possa trovare in commercio. Ma in quella similitudine c’è la saggezza dei nostri antenati, che le mie mani inesperte non possono permettersi di disturbare, altrimenti il paese andrà in rovina. Vogliate pertanto permettermi di ripetere con massima enfasi che Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.

Scrooge sapeva che era morto? Senza dubbio; come avrebbe potuto essere altrimenti? Scrooge e lui erano stati soci per non so quanti anni; Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, il suo unico procuratore, il suo unico amministratore, il suo unico erede, il suo unico amico e l’unico che ne portasse il lutto; e neanche Scrooge era così terribilmente sconvolto da quel doloroso avvenimento da non rimanere un eccellente uomo di affari anche nel giorno stesso del funerale e da non averlo solennizzato con un affare inatteso e particolarmente buono.

 

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