Carmen Martín Gaite, Nuvolosità variabile

Il locale era quasi vuoto, c’erano solo tre ragazzi al banco, ma non ci guardavano. Mi asciugai le lacrime con la mano libera.

«Tino!» chiamò uno di loro, «mi fai un altro cubalibre?»

Tino si alzò in piedi e mi diede un colpetto amichevole sul ginocchio.

«Ti lascio, così pensi alle tue cose. Ma niente fisse, ok? Davvero non vuoi un altro caffè?»

«Davvero, e poi me ne vado via subito».

«Resta quanto vuoi. Stai lì tranquilla. E dammi retta, niente fisse, non ne vale la pena».

«Grazie, hai ragione».

Rimasi lì, protetta da quella gente sconosciuta: mi sentivo sempre meglio. Sì, era come la scena di un film in bianco e nero. Di tanto in tanto, Tino mi guardava da dietro il bancone e io gli sorridevo. Quando mi alzai per pagare, non volle i soldi, disse che il vomito era gratis. Strappai un rametto di lillà e glielo allungai. Mi guardava fisso mentre lo prendeva, e, senza smettere di guardarmi, si protese attraverso il bancone.

«Senti, non è che sei uscita in televisione tipo una settimana fa, a parlare dei tossici?»

Gli altri lo avevano sentito e mi guardarono anche loro.

«Alla tele? No, non ero io, sarà stata un’altra».

«Be’, comunque ti assomigliava un casino», disse uno che indossava un giubbotto di jeans con una tigre stampata sulla schiena.

«Lei è molto più bella» disse Tino. «Una tipa da sballo. Vero che cucchi anche di spalle?»

«Sì, e poi quei lillà sono proprio una figata!» disse quello della tigre.

Mi accomiatai in netta ripresa e con la promessa che sarei ritornata un altro giorno. Come si sta bene a volte nei bar di Madrid nel tardo pomeriggio!

(Traduzione di Michela Finassi Parolo)

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