Marie Ndiaye, Tre donne forti

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 E colui che l’accolse o che apparve come per caso sulla soglia della sua grande casa di cemento in un’intensità di luce all’improvviso così forte che sembrava fosse il suo stesso corpo vestito di chiaro a generarla e diffonderla da sé, quell’uomo che se ne stava lì, piccolo, appesantito, emanante un bagliore bianco come una lampada al neon, quell’uomo comparso sulla soglia della sua casa smisurata non aveva più niente, si disse subito Norah, della fierezza, della statura, della giovinezza di un tempo che tanto a lungo e misteriosamente si era mantenuta costante da sembrare imperitura.

Teneva le mani incrociate sul ventre e la testa inclinata di lato, e quella testa era grigia e quel ventre prominente e molle sotto la camicia bianca, al di sopra della cintura dei pantaloni color crema.

Era lì, aureolato di fredda brillantezza, caduto probabilmente sulla soglia della sua casa arrogante dal ramo di uno degli alberi corallo del giardino, poiché, si disse Norah, lei si era avvicinata alla casa tenendo gli occhi fissi sulla porta d’ingresso attraverso il cancello e non l’aveva vista aprirsi per lasciar passare suo padre – ed ecco che, tuttavia, lui era apparso nel crepuscolo, quell’uomo rilucente e decaduto cui una micidiale bastonata sul cranio sembrava aver compresso le proporzioni armoniose che Norah ricordava fino a ridurle a quelle di un uomo grosso e senza collo, dalle gambe corte e massicce.

Immobile la guardava avvicinarsi e niente nel suo sguardo esitante, un po’ perso, lasciava pensare che aspettasse la sua venuta né che l’avesse chiesto, l’avesse insistentemente pregata (per quanto, pensava lei, un simile uomo potesse essere capace di implorare un qualsivoglia soccorso) di fargli visita.

Era semplicemente lì, forse dopo aver lasciato con un unico battito d’ali il grosso ramo dell’albero corallo che ombreggiava di giallo la casa, per atterrare pesantemente sulla soglia di cemento crettato, ed era come se soltanto il caso avesse portato in quel momento i passi di Norah verso il cancello.

(Traduzione di Antonella Conti)

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