Entra nella mia vita, di Clara Sánchez

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Sull’ultimo ripiano dell’armadio dei miei genitori, avvolta in una coperta, c’era una cartella di pelle di coccodrillo che nessuno usava mai. Per prenderla dovevo tirare fuori la scala di alluminio dalla lavanderia e salire fino al gradino più alto. Prima, però, dovevo cercare la piccola chiave che apriva la cartella tra gli orecchini, i bracciali e gli anelli del portagioie di mia madre.

Non le avevo mai dato troppa importanza. Persino mio fratello Ángel, che aveva otto anni, era al corrente dell’esistenza della cartella, e se non avevamo la tentazione di frugarci dentro, era perché sapevamo che non conteneva niente di interessante: l’atto di proprietà della casa, i libretti delle vaccinazioni, i documenti della previdenza sociale, la licenza del taxi, le ricevute della banca, le fatture e i diplomi dei miei genitori; quando fossi andata al liceo, sarebbero finite lì dentro anche le mie pagelle. A volte mio padre spostava la fruttiera dal tavolo della sala da pranzo e vi appoggiava la cartella, che si apriva in tre parti ed era troppo grande per ogni altro ripiano della casa, a parte il tavolo della cucina, se si eliminavano tutte le suppellettili che normalmente lo ingombravano.

Mio padre mi aveva chiesto di svegliarlo dal sonnellino pomeridiano alle cinque. Non si era fatto la barba: era il segno che erano iniziate le vacanze. Si alzò stordito e, dopo essersi stiracchiato e aver sbadigliato, aprì l’armadio e prese la cartella: a quanto pareva ne avrebbe approfittato per mettere un po’ d’ordine tra i documenti. Lo seguii in corridoio. Seguii le sue gambe pelose e il costume a strisce che gli arrivava a metà coscia. La barba era lunga vari millimetri: assomigliava agli altri padri sonnambuli che uscivano dalle villette a schiera del nostro quartiere durante il fine settimana, montavano qualche scaffale nel garage e lavavano la macchina mezzi addormentati, con grande flemma. Lui lavava il taxi. Quasi tutti i padri del circondario risultavano più affascinanti quando andavano e tornavano dal lavoro rispetto a quando erano a casa, con la differenza che il mio doveva essere più bello della media, perché quando veniva a prendermi a scuola le insegnanti, le madri degli altri bambini e persino i miei compagni mi chiedevano: «Quello è tuo padre?». Se volevo attirare l’attenzione in qualche posto, dovevo solo chiedergli di accompagnarmici. Accanto a lui acquisivo un certo fascino. Mio padre, però, non aveva alcun senso estetico e pensava di non essere niente di speciale. Non aveva coscienza di essere uno che piace agli altri: so preoccupava soltanto del lavoro.

(Traduzione di Enrica Budetta)

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