Le donne in traduzione: intervista ad Alison Anderson

Questa intervista è apparsa su World Literature Today il 21 settembre 2016. La riportiamo qui, rivista in alcune parti, per il pubblico italiano (traduzione a cura di Ilaria Guerra).

 

di Melissa Weiss

Tre anni fa, in un post pubblicato su Words Without Borders, Alison Anderson si chiedeva: “Che ruolo hanno le donne nel mondo della traduzione?” Due settimane dopo, il caporedattore di World Literature Today, Daniel Simon, estendeva l’interrogativo con il suo articolo “Donne scrittrici, curatrici, traduttrici”; chi si occupa di traduzione e letteratura in tutto il mondo si pone la domanda ancora oggi.

Dal 2013, sono partite piccole iniziative per aumentare il numero delle autrici in traduzione. Nel 2014 Meytal Radzinski, un’autrice del blog Biblibio, battezzò il mese di agosto come “il mese delle donne in traduzione”. Sempre nel 2014, sui social media prese il via l’iniziativa #readwomen, per stimolare la lettura di autrici.

Con l’intenzione di aggiornare, con il mio contributo, questo importante dibattito, a distanza di qualche anno, ho parlato con Alison Anderson – traduttrice e autrice (il suo ultimo libro è The Summer Guest [ancora inedito in Italia, ndt]) – e ho raccolto il suo punto di vista sullo stato delle autrici in traduzione.

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A 2016 inoltrato (data dell’intervista, ndt), qual è la sua previsione annuale? Ha constatato dei progressi o alcunché sia degno di nota finora? Prevede ci saranno novità nel 2017 a proposito delle donne in editoria?

Alison: Non proprio. Queste cose si muovono lentamente, come i ghiacciai… Il successo della serie L’amica geniale di Elena Ferrante fa ben sperare – è una prova del fatto che c’è davvero un pubblico (leggasi un mercato) per la narrativa femminile tradotta. Ci sono stati avvenimenti importanti, per esempio Han Kang ha vinto il Man Booker International, insieme alla sua traduttrice Deborah Smith; cosa inconcepibile anche solo quattro anni fa, quando mi ero lamentata pubblicamente alla London Book Fair riguardo al fatto che mai nessuna donna avesse vinto l’Independent Foreign Prize for Fiction (che ora fa parte del Booker International). E poi un editore che ho segnalato per aver pubblicato pochi libri di autrici, And Other Stories, ha annunciato che pubblicherà soltanto donne per un anno. Certo può trattarsi di episodi isolati, ma spero che continuino e che scuotano la mentalità tradizionalmente radicata; spero che convincano gli editori che è “normale” tradurre libri di autrici e, soprattutto, spero che convincano il pubblico maschile (e un certo pubblico femminile) che è “normale” leggerli.

In un post del gennaio 2016 sul blog Bibliobio, Meytal Radzinski ha pubblicato diversi dati statistici sulla presenza dei generi, maschile e femminile, in editoria. I risultati sfatano diversi luoghi comuni a proposito della carenza di donne nel settore delle pubblicazioni. Uno di questi è che alcuni paesi sono molto patriarcali e perciò le donne non vengono pubblicate affatto o ce ne sono veramente poche che riescono a superare quest’ostacolo. Biblibio sfata appunto il mito analizzando il genere degli autori pubblicati in Francia, Germania e altri paesi occidentali. I dati mostrano che in tutti i paesi il numero degli uomini per quanto riguarda le pubblicazioni supera quello delle donne, il che indebolisce la teoria secondo cui determinati paesi non siano “progressisti” come in Occidente.

Ci sono altri miti in cui le capita di imbattersi o che ancora persistono? Quali sono le osservazioni più comuni che le capita di sentire quando si parla della necessità di avere più autrici? Cosa si sente di dire ai lettori a proposito dei cosiddetti “ostacoli” che incontrano le autrici?

Alison: Secondo la mia esperienza, la Radzinski ha assolutamente ragione; è comodo (e forse logico) dire che è tutta colpa del patriarcato. No. Qui si tratta di chi ha il potere decisionale di farti entrare nel mondo dell’editoria. Credo che permanga una grande quantità di discriminazioni di genere inconsapevoli tra coloro i quali prendono le decisioni, nei paesi di lingua inglese, a proposito di quali libri siano da tradurre e pubblicare. E questo a prescindere dal sesso di chi prende le decisioni – editore, curatore, scout letterario, agente; una delle migliori case editrici negli Stati Uniti per quanto riguarda le traduzioni, che pubblica però quasi zero autrici, è gestita da una donna. Siano uomini o donne, cercano di convincerti che vogliono pubblicare “indipendentemente da tutto, la narrativa migliore”, io però ho la sensazione che si pongano gli impedimenti che normalmente incontra la narrativa scritta da donne (e anche la saggistica): i pregiudizi che l’opera sarà in qualche modo meno seria, più domestica e meno internazionale, che venderà meno bene, ecc. Inizio a pensare che i manoscritti si dovrebbero sottoporre in forma “anonima”, cosicché chi decide non possa farsi condizionare prima di leggere. Anche qui, la colpa secondo me è delle donne tanto quanto degli uomini.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrano gli editori nel pubblicare autrici donne, secondo lei?

Alison: Io non sono un editore, ma vi dirò che quando ho cercato di proporre libri di autrici in francese a editori medio-piccoli negli Stati Uniti e nel Regno Unito, non ho avuto assolutamente fortuna. Certo, è possibile che scrivere proposte non sia il mio forte, ma c’è senz’altro meno interesse, c’è forse la paura che il libro non venderà. Gli stessi editori poi mi ricontattano per chiedermi se voglio tradurre questo e quel libro del tale scrittore uomo. Ma quando – per miracolo! – mi chiedono di tradurre il libro di una donna, molto spesso la stampa se ne interessa poco.

Come si può mettere in atto un cambiamento globale, al di là degli editori, in modo che un numero maggiore di donne venga letto e pubblicato? In altre parole, mi riferisco ai modi in cui possiamo interagire con gli studenti di letteratura nelle classi, o nei club del libro dove le persone forse non considerano o non leggono autrici. Per un cambiamento a lungo termine, credo che si debba pensare al di là delle semplici case editrici. Quali sono i suoi consigli per agire in questo senso?

Alison: Un cambiamento globale al di là delle case editrici: senz’altro sono d’accordo che gli “studenti di letteratura” debbano leggere autrici, e questo il prima possibile, anche dalla scuola primaria. Esistono traduzioni meravigliose di letteratura per l’infanzia in tutto il mondo che aprirebbero la mente sia sulle donne sia sulla diversità globale, in modo che gli uomini – tra i quali ci sono futuri editori, recensori, critici – poi non rifiuteranno la letteratura scritta da donne (si spera). Neanche dieci anni fa proponevo solo titoli di autrici al nostro club del libro (misto) e percepivo una forte ma tacita riluttanza da parte dei partecipanti di sesso maschile (neanche gli avessi chiesto di vestirsi di rosa). Nel presentare i miei romanzi ai colleghi uomini, per esempio, mi sono scontrata con il pregiudizio che i miei libri fossero per forza “narrativa femminile” in senso stretto – cioè romanzi chick-lit o rosa; supposizioni simili, credo, sono dure a morire per gli uomini e anche per tante donne, e possono sconfinare fin troppo facilmente, purtroppo. Sembra che gli uomini apprezzino il fatto che un’autrice tradotta diventi nota e stimata – nonostante il fatto che sia una donna – solo quando l’autrice abbia affermato una propria solida reputazione come scrittrice di narrativa in patria. Quindi anche se molti progressi sono stati fatti, la strada è ancora lunga…

 

(Luglio-agosto 2016)

 

Alison Anderson è traduttrice e scrive romanzi. L’ultimo, The Summer Guest, basato su un episodio della vita di Anton Cechov, è uscito nel 2016 (in inglese, per Harper, ndt). Vive in Svizzera.

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