I misteri di Parigi, di Sue

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Il 13 dicembre 1838, in una serata piovosa e fredda, un uomo di corporatura atletica, che indossava un giubbotto malandato, attraversò il ponte del Cambio e s’addentrò nella Cité, dedalo di viuzze oscure e tortuose, che si stende dal Palazzo di Giustizia fino a Notre-Dame.

Il rione del Palazzo di Giustizia, assai circoscritto e sorvegliato, è tuttavia l’asilo e il punto di ritrovo dei delinquenti di Parigi. Non è strano, o piuttosto fatale, che un’irresistibile attrazione faccia sempre gravitare questi criminali vicino al terribile tribunale che li condanna alla prigione, all’ergastolo, alla ghigliottina?

Quella notte, dunque, il vento s’ingolfava con violenza nelle stradicciole di questo lugubre quartiere; il bagliore biancastro, vacillante, dei lampioni squassati dal vento si rifletteva nel rigagnolo d’acqua nerastra che colava dai marciapiedi fangosi.

[…]

Nel pianterreno di alcune case si aprivano i bugigattoli dei carbonai, venditori di frattaglie o di carne scadente.

Nonostante lo scarso valore di queste derrate l’ingresso di quasi tutte le misere bottegucce era chiuso con inferriate, a tal punto i negozianti temevano l’audacia dei ladri della zona.

In via delle Fave, al centro della Cité, l’uomo di cui parliamo rallentò notevolmente la sua andatura: si sentiva a casa.

La notte era profonda, l’acqua veniva giù a catinelle, forti raffiche di vento e di pioggia sferzavano i muri.

Lontano, suonarono le dieci dell’orologio del Palazzo di Giustizia.

Le donne, riparandosi sotto le volte degli ingressi, scuri e profondi come caverne, cantavano sottovoce ritornelli popolari.

(Traduzione di G. F. Baldereschi)

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