Intervista a Daniele Petruccioli: la creatività del traduttore

Intervista di Serena Rossi

petruccioliCome hai iniziato il tuo percorso di traduttore? Cosa ti ha spinto a intraprendere questa strada e cosa ti ha aiutato a capire in cosa potevi specializzarti?

Ho iniziato traducendo per il teatro, dove ho lavorato dai 18 ai 38 anni. A un certo punto, siccome parlavo bene inglese e francese e conoscevo abbastanza bene le culture di Francia e Inghilterra, le produzioni per cui lavoravo hanno cominciato a chiedermi di tradurre pièces e sceneggiature da queste lingue.

Poi ho deciso di laurearmi (avevo solo il diploma dell’Accademia d’arte drammatica) e ho scelto di farlo in lingue che conoscevo meno, tra cui il portoghese, perché la lettrice della facoltà dove studiavo era Cândida Alves da Costa, ottima interprete e traduttrice. Così mi sono laureato in Traduzione dal portoghese, specializzandomi in Letteratura brasiliana contemporanea.

Poi sono venuti i figli, la voglia (e in parte la necessità) di lavorare meno fuori casa e fuori città, e così sono passato dal teatro alla narrativa.

A chi vuoi bene.jpgIl traduttore è anche “autore”, costruttore del testo su cui lavora e che in un certo senso manipola, nell’accezione positiva del termine. Come capire dove risiede il confine tra rispetto e fedeltà al testo originale e libertà di scelta traduttiva?

Dipende dal testo, naturalmente. O meglio, dall’interpretazione che il traduttore dà di quel testo. È questa a dirci a che cosa essere fedeli (visto che non si può esserlo a tutto) e a cosa rinunciare. Tradurre significa anche verificare frase dopo frase quell’interpretazione, e nel caso aggiustarla.

Ti sei mai trovato in difficoltà durante la traduzione di un romanzo? Come hai affrontato i passaggi critici?

Mi ci trovo sistematicamente. Ho sempre il terrore di fare tutto male, di non aver capito una mazza, e affronto questa paura con terrore e isteria, accessi violenti (soltanto contro me stesso e le suppellettili del mio studio, per fortuna), sconforto e lamentele varie. Poi mi rassegno e ricomincio a tradurre.

Dulce-Maria-CardosoIl passaggio dalla traduzione all’editing è spesso sconosciuto ai lettori. Che tipo di rapporto il traduttore può e deve instaurare con il suo revisore?

Un rapporto il più possibile precoce. Prima si riesce a parlare (o scrivere) al proprio revisore, meglio è.

Anni fa, STradE, la Sezione Traduttori Editoriali Slc-Cgil (www.traduttoristrade.it), di cui mi onoro di far parte, ha stilato un decalogo per la lavorazione delle traduzioni in cui si parla molto anche di revisione (lo trovate qui).

Per esperienza, comunque, mi sento di dire che le revisioni migliori sono quelle in cui ci si mette d’accordo prima, in cui si fa in tempo a spiegare al revisore la propria interpretazione del testo, ovvero il perché di certe scelte. Siccome purtroppo questo è raramente possibile, preparo sempre un file agile e stringato (massimo un paio di cartelle) in cui spiego l’impianto generale e alcune scelte specifiche. Ma l’ideale è comunque essere sempre in contatto, il prima possibile.

1200x630bfDiritti del traduttore: a cosa bisogna fare attenzione nella firma di un contratto di traduzione editoriale? A chi possiamo rivolgerci per essere aiutati e supportati dal punto di vista contrattuale?

Bisogna fare attenzione a che si tratti di un contratto di edizione e non di vendita (anche per motivi fiscali oltre che di proprietà intellettuale), che segua cioè la legge sul diritto d’autore (LDA 633/41).

Il lavoro migliore da questo punto di vista lo fa da sempre STradE, sul cui sito, alla sezione Lavoro, si trovano varie indicazioni fiscali e legali, tra cui un contratto modello modulare. In questa stessa pagina trovate altri ottimi consigli, tra cui l’indirizzo di posta elettronica per l’assistenza legale e contrattuale. Lo sportello è aperto anche ai non iscritti, ma ovviamente i soci hanno la precedenza. E comunque consiglio a ogni traduttore che vuole diventare professionista di iscriversi al sindacato il prima possibile. Oltre a fornire informazioni preziose per la professione, rappresenta un’importante occasione di scambio fra colleghi.

petruccioli-falsi-autore-copertina-bNel tuo libro Falsi d’autore parli del traduttese. A chi ti rivolgi e qual è il cuore del significato di questo termine?

Il primo a parlarne è stato Giuseppe Antonelli, in un articolo apparso sulla “Domenica” del «Sole 24 ore» del 25 maggio 2008 (Ora si scrive in traduttese), e si riferisce a quell’italiano un po’ scolastico che – diciamo così – sacrifica l’inventiva sull’altare della correttezza. Ovviamente il monito a non usarlo è rivolto principalmente a me stesso.

Qual è l’aspetto del tuo lavoro che ami di più?

La creatività. Che esiste solo all’interno della contrainte.

Quale suggerimento o incoraggiamento vorresti dare a un aspirante traduttore editoriale?

Nessun suggerimento. Chi è giovane ha più intelligenza, creatività ed energia perfino di un vulcano come me 😉 e non ha alcun bisogno dei consigli di un “anziano”. L’unica cosa che mi sentirei di dire è quello che ho scoperto io: fate rete. State tra colleghi, ascoltatevi, discutete, per vie virtuali ma anche davanti a una birra. Scambiare idee e intuizioni arricchisce sempre, ma questo vale soprattutto per un mestiere ad alto rischio di solipsismo come il nostro.

Ah, poi certo, l’ho già detto ma lo ripeto volentieri: iscrivetevi a STradE.

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