Dorothy Baker, La leggenda del trombettista bianco

trombettista-light-673x1024La verità – e chiunque l’abbia conosciuto vi dirà la stessa cosa – è che a scuola non era molto brillante: non riusciva mai a ricordarsi, per dire, quanto faceva sette per sette. Non sapeva neanche indicare sulla cartina il punto in cui nasce il Nilo, e ignorava in che direzione scorra e quali terre bagni; né aveva la minima idea di quanti metri cubi di sedimento lasci sul delta nell’arco di un anno. E quel che è peggio, aveva lo stesso problema con il Mississippi. In compenso aveva una memoria lampo. Cioè riusciva a memorizzare tutto ciò che aveva un andamento preciso e un ritmo riconoscibile. Ma questo non lo aiutava minimamente. Una volta la maestra gli diede il compito di imparare a memoria la prima strofa di The Children’s Hour per il giorno dopo. Gli bastò leggere tutta la poesia quattro o cinque volte e l’indomani filò tutto liscio, almeno all’inizio. Quando fu il suo turno si alzò e recitò la prima strofa alla perfezione, solo che si dimenticò di fermarsi: ripeté anche la seconda, e stava per attaccare la terza quando la maestra disse: «Seduto. Devi averla imparata in qualche altra scuola».

Così andarono le elementari: sembrava proprio che non riuscisse a rigar dritto. Non che fosse discolo, aveva anzi una discreta educazione, ma non riusciva a ingranare, e ogni giorno faticava sempre di più. Ciononostante, gli diedero il diploma. Anche perché in quella scuola il diploma lo davano a tutti. Non era un granché, come scuola: i messicani non riuscivano a imparare l’inglese, i negri stavano sempre a zonzo, e anche agli americani mancavano le basi. In compenso c’erano i giapponesi: i giapponesi erano delle schegge, brillanti come le monete da un dollaro. Alla fine si diplomarono tutti con dieci e lode. E sua zia, per premio, gli regalò un paio di braghe bianche che aveva rubato in fabbrica.

Le superiori, che in teoria sarebbero dovute andar meglio, furono ancora peggio.

(Traduzione di Stefano Tummolini)

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