Kanthapura, la letteratura dell’India postcoloniale

Il nostro villaggio, non credo che ne abbiate mai sentito parlare, ha nome Kanthapura, ed è nella provincia di Kara. È appollaiato sui Ghat, appollaiato sulle erte montagne che guardano il fresco mare arabico, proprio nel cuore della regione costiera di Malabar, dove si trovano Mangalore e Puttur, nelle terre dove crescono il cardamomo e il caffè, il riso e la canna da zucchero. Strade strette e polverose, strade con infossati solchi carrai serpeggiano attraverso la foresta di tek e di giacha, di sandalo e di sal, e dopo essersi abbarbicate su gole frastornanti e aver inghiottito valli dove pascolano gli elefanti piegano ora a sinistra ora a destra, e valicati i passi di Alambè e di Champa, di Mena e di Kola entrano nei grandi granai del commercio. Lì, sulle acque cerulee, termina a quanto si dice il viaggio dei carri; i cardamomi e il caffè sono caricati sulle navi fatte venire dai Visi-rossi, e dopo aver navigato per i sette oceani arrivano, proseguono i racconti, nelle terre dove vivono coloro che ci governano.

Carro dopo carro attraversa cigolante le strade di Kanthapura, e non sono poche le notti in cui le ultime luci da noi scorte prima di chiudere gli occhi sono quelle del convoglio dei carri, e l’ultima voce da noi udita è quella del conducente che canta penetrando il silenzio della notte. I carri passano per la strada principale e per il viottolo dei Vasai, poi svoltano accanto allo stagno di Chennayya, e di lì proseguono inoltrandosi per i passi sino al mattino che sorgerà sul mare. A volte, quando Rama Chetty o Subba Chetty hanno delle mercanzie, i carri si fermano e ci sono saluti, e in ogni casa è possibile udire i giovenchi da 350 rupie di Subba Chetty che fanno tintinnare i campanacci mentre sono aggiogati.

(Traduzione di Alessandro Monti)

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Il nostro villaggio − non penso l’abbiate mai sentito nominare − Kanthapura è il suo nome, e si trova nella provincia di Kara. Si trova su, in alto sopra i Ghati Occidentali, in alto sopra le ripide montagne che sovrastano il freddo mar Arabico, è sopra la costa del Malabar, sopra Mangalore e Puttur, e per lo più sopravvive grazie a cardamomo e caffè, riso e canna da zucchero.

Strade, strette, polverose, piene di buche, vento nelle foreste di teak e alberi del pane, di sandalo e piante di sal, strade che si distendono su gole ruggenti e sovrastano le valli popolate dagli elefanti, girano ora a destra ora a sinistra e ti conducono attraverso i passi di Alambè, Champa, Mena e Kola nei grandi granai del commercio. Qui, nelle acque azzurre, si dice, i nostri carri di caffè e cardamomo vengono caricati sulle navi portate dagli Uomini Rossi e, sempre così si dice, viaggiano per i sette mari fino alle terre in cui vivono i nostri sovrani.

Carro dopo carro, il cigolio risuona nelle strade di Kanthapura e, molte volte la notte, prima di chiudere gli occhi, le ultime luci che vediamo sono quelle della fila di carri, e l’ultimo rumore che sentiamo è la voce del carrettiere che canta nelle tenebre. I carri percorrono la via principale e il viottolo dei Vasai, poi svoltano al laghetto dei Chennayya e vanno su, su verso i passi, incontro al sole che sorge sopra il mare.

A volte, quando il Chetty Rama o il Chetty Subba hanno qualche mercanzia, il carro si ferma e ci sono saluti, e in ogni casa si può sentire il tintinnio dei campanelli dei buoi da 350 rupie di Chetty Subba mentre assecondano il giogo.

(Traduzione di Alice Dalla Palma)

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