Juan Valera, Pepita Jiménez

pathway-1149550_960_72022 marzo.

«Caro zio e venerando maestro: sono arrivato da quattro giorni felicemente in questo mio luogo di nascita, dove ho trovato in buona salute mio padre, il signor vicario, gli amici e i parenti. Il piacere di vederli e di parlare con loro, dopo tanti anni di assenza, mi ha commosso e rubato del tempo, di modo che fino ad ora non ho potuto scriverle.

Lei mi perdonerà.

Siccome partii di qua da piccolo e vi ritorno già uomo fatto, è singolare l’impressione che mi procurano tutti questi oggetti che io conservavo nella memoria. Tutto mi sembra più piccolo, molto più piccolo, ma anche più bello del ricordo che ne avevo. La casa di mio padre, che nella mia immaginazione era immensa, è senza dubbio la grande casa d’un ricco contadino, ma più piccola del Seminario. Quello che capisco adesso e posso meglio stimare è la campagna, da queste parti. I poderi, soprattutto, sono deliziosi. Che bei sentieri vi sono! Da una parte e a volte d’ambedue, corre l’acqua cristallina con dolce mormorìo; le sponde dei canali sono ricoperte di erbe profumate e di fiori di tante qualità. In un istante è possibile raccogliere un mazzo di viole. A queste stradicciole fanno ombra alberi di noce pomposi e giganteschi, fichi ed altre piante, e vi sono nelle vallette, more di rovo, rosai, melagrani e madreselve.»

(Traduzione di Andrés A. Guffanti)

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