Casino Royale, Ian Fleming

casinoroyale26Fumo, sudore: alle tre del mattino l’odore di un casinò dove si gioca forte è nauseante. Sarà l’odore, o il fumo, o il sudore. Di fatto, il logorio interiore tipico dell’azzardo – un misto di avidità, paura e tensione – diventa intollerabile. I sensi si risvegliano e si torcono per il disgusto.

All’improvviso James Bond si era accorto di essere stanco. Quando il corpo o la mente erano al limite lo capiva sempre, e si regolava di conseguenza. Era l’unico modo di prevenire la spossatezza e l’intorpidimento, da cui nascono gli errori.

Senza dare nell’occhio si scostò dal tavolo della roulette e andò ad appoggiarsi un istante alla transenna di ottone, alta fino al petto, che circondava il tavolo principale della salle privée.

Le Chiffre stava ancora giocando; e, a occhio, stava ancora vincendo. Aveva davanti un mucchio di fiches colorate da centomila franchi. All’ombra del massiccio braccio sinistro si annidava una pila di quelle grosse, gialle, da mezzo milione l’una.

Bond rimase per un po’ a guardare quel profilo strano, impressionante; quindi diede una scrollata di spalle per rilassarsi, e si allontanò.

La barriera che circondava la caisse arrivava fino al mento e il caissier – in genere niente più di un mezze-maniche – sedeva su uno sgabello, tuffando le mani nelle cataste di fiches e banconote disposte su vari scaffali a un metro di altezza, e protette dalla barriera.

Per difendersi, il caissier era armato di un manganello e di una pistola, ma arrampicarsi sopra la barriera, arraffare un po’ di soldi, fare un volteggio all’indietro e uscire attraversando corridoi e porte sarebbe stato impossibile. Senza contare che quasi sempre i caissiers lavoravano in coppia.

(Traduzione di Massimo Bocchiola)

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