Stephen King e Jane Austen

InsomniaTesto 1 tratto da: Insomnia di Stephen King

Nessuno, e il dottor Litchfield meno ancora, dichiarò fuori dei denti a Ralph Roberts che sua moglie stava per morire, ma venne il momento in cui Ralph lo capì senza bisogno che qualcuno glielo dicesse. Nella sua testa i mesi tra marzo e giugno erano un confuso pandemonio, un periodo di colloqui con medici, corse serali all’ospedale con Carolyn, pellegrinaggi ad altri ospedali in altri stati per analisi speciali (Ralph impiegava la gran parte del tempo dedicato ai trasferimenti a ringraziare Iddio per l’assicurazione medica di Carolyn), indagini personali alla Biblioteca Pubblica di Derry, dapprima alla ricerca di risposte che gli specialisti potessero aver trascurato, in seguito a cercare solo fili di speranza a cui aggrapparsi.

Quei quattro mesi li aveva vissuti come trascinato, ubriaco, per un luna park perverso, dove le persone sulle montagne russe urlavano veramente di paura, le persone perse nella casa degli specchi si erano smarrite veramente, e gli inquilini dei baracconi dei fenomeni viventi ti guardavano con un sorriso falso sulle labbra e il terrore negli occhi. Ralph aveva cominciato ad accorgersene verso la metà di maggio e con l’inizio di giugno aveva anche cominciato a capire che gli ambulanti delle bancarelle lungo il viale centrale avevano da vendere solo intrugli inutili, mentre il gaio ritmo dell’organetto non riusciva più a nascondere il fatto che la melodia diffusa dagli altoparlanti fosse la Marcia funebre. Sì che era una sagra: la sagra delle anime perdute.

Ralph aveva continuato a respingere quelle immagini terribili, e l’idea ancora più terribile in agguato dietro di esse, per tutta la prima parte dell’estate 1992, ma quando giugno cedette il passo a luglio, gli diventò infine impossibile perseverare.

(Traduzione di Tullio Dobner)

 

183px-SenseAndSensibilityTitlePageTesto 2 tratto da Sense and Sensibility di Jane Austen

I Dashwood si erano stabiliti nel Sussex da molto tempo. La loro tenuta era grande, e al centro di essa sorgeva Norland Park, dove numerose generazioni della famiglia erano vissute in modo tanto rispettabile da procacciarsi la stima di tutti nei dintorni. L’ultimo proprietario, un vecchio scapolo giunto a tarda età, aveva trovato per molti anni nella propria sorella una compagna e una direttrice di casa. Ma la morte di lei, avvenuta dieci anni prima della sua, portò un gran cambiamento nella sua esistenza; poiché, per rimediare alla perdita subita, egli invitò ed accolse presso di sé la famiglia del nipote, Henry Dashwood, erede, legalmente, della tenuta di Norland, e proprio colui a cui era deciso di lasciarla alla sua morte. Gli ultimi giorni del vecchio signore trascorsero sereni in compagnia di suo nipote, della moglie di questi e dei loro figlioli. Il suo affetto per tutti non fece che aumentare. La costante premura del signore e della signora Dashwood nell’eseguire ogni suo minimo desiderio, frutto non soltanto dell’interessa ma del buon cuore, gli forniva tutto il conforto possibile che alla sua età poteva ancora godere, e la gaiezza dei bambini aggiungeva alla sua esistenza una nota d’allegria.

Da un matrimonio precedente il signor Dashwood aveva avuto un figlio; dalla presente moglie, tre bambine. Il figlio, un giovane posato e rispettabile, era largamente provvisto dalla fortuna di sua madre, che era cospicua, metà della quale gli era stata devoluta quando aveva raggiunto la maggior età. Col suo matrimonio, avvenuto subito dopo, egli aveva del pari aumentato le sue ricchezze. Per lui, perciò, succedere a Norland non era tanto importante come per le sue sorelle, le quali, indipendentemente da quello che poteva toccar loro quando il padre avesse ereditato la proprietà, avevano ben poco. La loro madre non possedeva nulla, e il loro padre disponeva soltanto di settemila sterline, poiché l’altra metà della dote della prima moglie era intestata anch’essa al figliolo, ed egli non ne godeva che un usufrutto.

(Traduzione di Beatrice Boffito Serra)

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