Miguel de Cervantes Saavedra, Don Chisciotte della Mancia

quijoteFrattanto s’era riavuto ormai don Chisciotte dallo svenimento e col medesimo tono di voce con cui il giorno avanti aveva chiamato il suo scudiero, quando giaceva disteso «nella valle delle stanghe» prese a chiamarlo dicendo:

— O Sancio, amico mio, dormi? Dormi, amico mio, Sancio?

— Cosa devo dormire, maledetto me — rispose Sancio, tutto angustiato e indispettito — se pare che stanotte tutti i diavoli l’abbiano avuta con me?

— Puoi ben crederlo, davvero — rispose don Chisciotte —; perché, o io poco ne so o questo castello è incantato. Perché devi sapere… Ma quello che ora vo’ dirti tu mi devi giurare che lo terrai segreto fino a dopo la mia morte.

— Lo giuro — rispose Sancio.

— Dico così — replicò don Chisciotte — perché non mi piace il disonore di nessuno.

— Ma se giuro — tornò a dire Sancio — che lo tacerò fino a dopo che vossignoria sarà morta: e Dio voglia che possa rivelarlo domani.

— Tanto male dunque io ti faccio, Sancio — rispose don Chisciotte, — da volermi veder morto tanto presto?

— Non è già per questo — rispose Sancio; — è perché non mi piace di tanto tener dentro le cose, e non vorrei che da tanto tenerle dentro mi avessero a andare a male.

— Per qualunque ragione sia — disse don Chisciotte — più confido nel tuo affetto e nella tua nobiltà. Devi dunque sapere che stanotte mi è accaduta una delle più mirabili avventure che io

sappia mai magnificare. Per dirtela in breve, sappi che venne a me poco fa la figlia del signore di questo castello, la più adorna e la più vaga donzella che possa mai trovarsi in quasi tutto il mondo.

Che potrei io dirti dell’incanto della sua persona? che cosa della prestanza del suo spirito? che cosa di altre bellezze nascoste che per serbare la fede ch’io debbo alla mia signora Dulcinea del Toboso lascerò stare e passerò sotto silenzio? Voglio dirti soltanto che, invidioso il cielo di sì gran bene quale la fortuna mi aveva posto fra mano, o fors’anche (e questo è il più certo), perché, come, già ho detto, questo castello è incantato, mentre io stavo con lei in dolcissimi e amorosissimi ragionamenti, senza neppur vederla o sapere di dove era venuta, ecco una mano saldata al braccio di qualche smisurato gigante assestarmi un tal pugno nelle mascelle, che le ho tutte insanguinate; poi m’ha gonfiato per modo che mi sento peggio di ieri quando fummo alle prese con i mulattieri, i quali, per via di certi eccessi di Ronzinante, ci fecero l’oltraggio che sai. Dal che arguisco che qualche moro incantato deve stare a guardia del tesoro della bellezza di questa donzella, come pure che questo non dev’essere riserbato per me.

(Traduzione di Alfredo Giannini)

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: