Intervista a Lia Sezzi: tradurre le espressioni idiomatiche

Ombra-del-vento(intervista di Serena Rossi)

Come sei approdata al mondo della traduzione?

Ho iniziato come lettrice di romanzi in lingua spagnola per Mondadori. Si tratta di leggere il testo, riassumerlo brevemente e formulare un’opinione argomentata sulla lettura svolta. Un giorno, dopo aver sostenuto una prova di traduzione, mi hanno proposto di tradurre L’Ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón.

Di cosa ti occupi nella vita oltre a tradurre?

Sono un’insegnante di ruolo di Italiano. Ma ho anche collaborato con case editrici di testi scolastici, ho lavorato come editor per una rivista di studi storici e ho frequentato un dottorato in Letteratura all’UNED di Madrid. Dopo aver vinto il concorso per insegnare all’estero, cinque anni fa ho accettato una cattedra a Montevideo, in Uruguay, dove attualmente vivo e insegno Letteratura italiana in una scuola italiana parificata.

Cosa ti entusiasma nella traduzione?

La traduzione è una sfida continua, non ti stanchi mai di pensare a come la frase potrebbe migliorare. Quello del traduttore è, per sua natura, un lavoro molto solitario ma ci sono momenti di scambio con amici o colleghi da cui ti possono inaspettatamente arrivare degli input che ti “spalancano finestre”. Questo è il bello: ci sei tu, il testo, lo schermo, ma attorno a te c’è una comunità pronta a fornirti spunti stimolanti.

Qual è invece, secondo te, l’aspetto più complesso? 

La lotta contro il tempo e l’ansia che ne scaturisce. Infatti, le case editrici ti impongono tempi di consegna molto stretti, spesso impossibili da rispettare. Secondo me, questi vincoli interferiscono in modo negativo sulla qualità del lavoro.

Hai tradotto L’Ombra del vento, di Carlos Ruiz Zafón. Ti è capitato di risolvere un problema che ti sembrava insormontabile? 

Per esempio, la descrizione del “Cimitero dei libri dimenticati”, una biblioteca labirintica e fantasmagorica, è stata piuttosto impegnativa da tradurre. C’erano poi alcune espressioni idiomatiche che rischiavano di perdersi durante la traduzione. Per esempio, battute che rimandavano a modi di dire tipicamente spagnoli. In questi casi devi trovare espressioni corrispondenti in italiano, anche se non hanno nulla a che vedere con la traduzione letterale! Devi utilizzare una lingua colloquiale per impedire al testo di perdere la sua “fluidità”. Infatti, ho privilegiato quello che secondo me era il principale pregio del libro: la sua scorrevolezza. Da questa considerazione sono scaturite le mie scelte traduttive.

GARCIAVALINO-I_socrate1Quali caratteristiche deve avere, a tuo parere, un buon traduttore?

Deve essere curioso e un po’ ossessivo. La prima cosa che faccio quando finisco la scuola è (cercare di) “staccare la spina”, almeno fino a quando non mi siedo a preparare una lezione o correggere degli scritti. Sento un forte bisogno di “depurarmi”. Al contrario, il buon traduttore è un po’ maniaco, non smette mai di pensare al lavoro: cammina per strada tormentato da una frase che non lo convince, e ci gira e rigira intorno poi, a un tratto, ha l’“illuminazione”. Ma finché la frase non è quella giusta, non è soddisfatto. Per questo dico che deve essere un po’ ossessivo perché si porta dietro il lavoro, e poi deve avere tanta curiosità.

Quali consigli daresti a un traduttore emergente che vuole contattare le case editrici? 

Mandare il CV serve a ben poco, perché rischia di rimanere nel cassetto, sotto un spesso pacco di altri curricula. Ritengo più utile, invece, mandare una prova di traduzione di autori non conosciuti e proporli.

 

 

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One thought on “Intervista a Lia Sezzi: tradurre le espressioni idiomatiche

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