Lorenzo Silva, La strategia dell’acqua

dsc_0460Quando un uomo viene ritrovato con due fori nella nuca dentro l’ascensore di casa sua, senza che nessuno dei vicini abbia sentito o visto nulla, possiamo essere certi di una cosa: l’ultima persona che quell’uomo ha incontrato nella sua vita era un professionista. Per un investigatore della Omicidi il dato è rilevante, ma non nel senso che può pensare un profano. A seconda delle circostanze e degli altri elementi del delitto, può essere un invito a  mettere il massimo impegno nell’indagine, ma anche un motivo per non avere voglia di occuparsene. D’altra parte, lo sa bene chi, come  me, ha accumulato qualche scatto d’anzianità, sul fattore entusiasmo pesano l’umore del giorno, la novità della sfida e, in definitiva, quale stadio della vita sta attraversando la persona cui viene assegnato il compito. Tenendo conto di tutto ciò, confesso senza orgoglio che quando mi informarono delle circostanze della morte di Óscar Santacruz, la mia risposta automatica e insulsa fu: «E non si poteva rifilarla a un altro idiota ’sta rottura di palle?».

Parole queste che, se in termini generali non si confacevano né alle mie maniere né alla mia indole, e in più erano contrarie allo spirito del benemerito Corpo a cui appartengo, in quel momento e davanti al mio interlocutore suonavano anche imprudenti e in odore di provvedimento disciplinare. Ma il mio superiore, il tenente colonnello Pereira, mi conosceva da un bel po’d’anni, ed era in debito con me di troppi meriti sul suo certificato di servizio per spararmi addosso, di punto in bianco, un richiamo. E soprattutto, aveva in comune con me, benché in forma più attenuata, lo sconforto e l’irritazione in cui all’epoca ero ingabbiato. Perciò, anziché riprendermi come avrebbe dovuto per la mia mancanza di tatto, disse: «Vila, stiamo diventando vecchi e scazzati. E tu hai molte ragioni per esserlo in questo momento, non lo metto in discussione. Ma non regolare con quest’uomo i conti che hai in sospeso con gli altri».

(traduzione di Roberta Bovaia)

CORREZIONE BOZZE

Pereira era furbo, e mi conosceva. Sapeva che, anche se le due stellette gliene avrebbero dato il diritto, non ci guadagnava niente con una sfuriata e men che meno ricordandomi i miei obblighi sul lavoro. Perciò si appellava ai miei sentimenti, cercando il punto debole che gli avevo offerto spesso, nelle mille imprese donchisciottesche di cui ero stato protagonista, sempre ai suoi ordini. Ma quel giorno non ero in vena di farmi attirare tanto facilmente nella trappola.

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