Intervista a Doppioverso: tradurre è anche reinventarsi

Rizzo-e-Ronca (intervista di Thais Siciliano)

Prima di tutto vi chiederei di presentarvi ai nostri corsisti. Come avete cominciato a tradurre e come vi siete conosciute? Quando è nato il vostro blog doppioverso?

doppioverso: Siamo entrambe traduttrici editoriali per la combinazione linguistica dall’inglese all’italiano ed entrambe siamo approdate alla traduzione da percorsi formativi non propriamente “ortodossi” per un traduttore. Tutte e due siamo infatti laureate in Lettere, ma il fatto di venire da strade “tangenziali” rispetto alla Mediazione Linguistica ci è stato particolarmente utile ai fini della ricerca di una specializzazione: Chiara infatti si è laureata in Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico e oggi traduce prevalentemente di attualità politica per diverse riviste, mentre Barbara ha un Master in Comunicazione e Cultura del Viaggio, da qui la sua assidua frequentazione con svariate tipologie di testi – dalle guide ai libri fotografici – che hanno a che fare con l’ambito turistico. Ci siamo conosciute proprio a un corso di formazione (ecco perché non ci stancheremo mai di insistere sui vantaggi della formazione continua, e non solo in termini di aggiornamento professionale!) e dopo un anno circa di brainstorming abbiamo dato vita alla nostra creatura bifronte, www.doppioverso.com: nelle nostre intenzioni iniziali doveva essere un semplice sito vetrina di coppia, ma ben presto il blog ha preso il sopravvento su tutto il resto, e oggi ci piace pensarlo come uno spazio di condivisione e sensibilizzazione (ma con una punta di ironia!) sulle tematiche relative alla nostra professione, a cui tra l’altro grazie alla rubrica “doppioverso risponde” – una sorta di posta del cuore per giovani traduttori – fanno riferimento molti colleghi alle prime armi o aspiranti tali.

È davvero così importante entrare in contatto con altri traduttori, o si tratta fondamentalmente di un lavoro solitario?

doppioverso: Paradossalmente, proprio in virtù del fatto che l’attività “meccanica” del macinare cartelle propria del traduttore è fondamentalmente un’attività solitaria (sei tu da solo, con il tuo file e il tuo Pc) il confronto con i propri simili acquista ancora più importanza. In questo senso doppioverso è stato per noi un vero e proprio volano, a più livelli: l’incontro con l’altra ci ha aiutate a distillare e focalizzare le nostre competenze e ad ampliare le opportunità di lavoro. Ma altrettanto proficuo è stato il venire a contatto – attraverso il blog – con tutta una comunità di colleghi a vari livelli di esperienza e con specializzazioni altre rispetto alle nostre, che ci ha spalancato gli occhi sui “mille volti” della traduzione, mostrandoci come non sia affatto un’attività piatta e monodimensionale come si sarebbe portati a credere.

Lavorate insieme o collaborate soltanto per il blog?

doppioverso: Inizialmente collaboravamo soltanto per il blog, ma via via stanno aumentando sempre di più gli spazi di sovrapposizione lavorativa vera e propria. Ovviamente avendo due specializzazioni molto diverse – e partendo entrambe da una base abbastanza consolidata di clienti “nostri” con cui collaboravamo da tempo – abbiamo mantenuto le nostre attività individuali, ma piano piano stiamo cercando di entrare l’una nel mondo dell’altra. Quando traduciamo in due ci revisioniamo a vicenda, ma francamente lavoriamo insieme soprattutto per quanto riguarda le attività altre rispetto alla traduzione (web writing, organizzazione eventi, formazione, ecc), che per inciso sono tutte opportunità nate proprio grazie al blog.

Quali doti dovrebbe avere un buon traduttore?

Chiara: Oltre ovviamente alla perfetta padronanza della lingua sia di partenza che di arrivo per cui lavora, credo che le doti principali che un buon traduttore deve avere oggi siano la sensibilità (ovvero la capacità di “leggere” sia il testo su cui lavora che il mondo che lo circonda) e la versatilità: in un contesto in costante evoluzione chi si fossilizza e resta ancorato a un concetto immutabile e statico della professione è perduto. Bisogna cercare di reinventarsi, adattarsi e abbracciare il cambiamento (senza ovviamente snaturarsi).

Barbara: Il bravo traduttore (soprattutto quello editoriale, che poi è la variante con cui mi identifico meglio) è preparato, tenace, curioso, vagamente ossessivo. Si dice spesso, scherzando, che la traduzione è un po’ la valvola di sfogo dei pignoli e degli ansiosi, ma io credo ci sia un fondo di verità. Si può fare un buon lavoro senza incaponirsi su un dettaglio. Ma si riesce a fare un ottimo lavoro solo quando il disagio di una soluzione non perfetta, la sensazione di dover fare “ancora un altro po’ di ricerche” ci spinge a consegnare il miglior prodotto possibile, senza sconti. E poi il bravo traduttore è anche, secondo me, flessibile, aperto, moderno. Siamo nel 2015, e se non vogliamo estinguerci dobbiamo anche imparare ad accettare che la nostra professione sta cambiando, e che noi dobbiamo cambiare con lei.

doppioSi può vivere di sola traduzione o è necessario svolgere un altro lavoro?

doppioverso: Il mercato editoriale, che è quello in cui ci muoviamo noi, è innegabilmente in crisi. Esistono alcuni – pochi – fortunati che vivono di sola traduzione, ma nella maggior parte dei casi e almeno per quel che riguarda la nostra esperienza personale questa opzione non è alla portata di tutti. È un discorso che si lega al non fossilizzarsi di cui sopra. Noi facciamo anche altro oltre a tradurre, ma non vediamo le nostre attività collaterali come compartimenti stagni che sporchino una nostra ipotetica natura di “traduttrici pure”. Questa “ibridazione” la concepiamo piuttosto come una naturale evoluzione dell’identità di traduttore, che oggi non può non aprirsi alla dimensione del freelancing. Ci piace chiamarlo “traduttore 3.0”: non più solo un traduttore da un tot al chilo ma un vero e proprio professionista della parola, che si occupi anche di editing e comunicazione in senso lato.

Dove lavorate? Devono presentarsi certe condizioni o riuscite a tradurre ovunque?

Chiara: Lavoriamo prevalentemente da casa, ma adesso che la nostra collaborazione si sta infittendo e iniziamo ad aver bisogno di vederci più spesso e in una situazione un po’ più strutturata stiamo valutando diverse opzioni di coworking, anche in un’ottica di creazione di nuove sinergie (il nostro stesso incontro è stato frutto della serendipity per cui crediamo molto nei buoni frutti portati dai contatti anche casuali!).

Io lavoro un po’ in tutte le condizioni – anche perché tra due bimbe piccole e casa che è un porto di mare se aspettassi le condizioni ideali per lavorare non lavorerei mai – anzi, in verità a conciliarmi la concentrazione è (non ci crederete) la musica truzza, che più truzza non si può.

Barbara: Io sono un’abitudinaria, di base. Mi piacciono i rituali che scandiscono la giornata, le to-do list, le pause programmate, gli eventi prevedibili, bere il caffè a orari stabiliti e nella mia tazzina preferita. Però mi distraggo facilmente e sono anche una pigra, quindi vivo attaccata alla scrivania e all’agenda, un gigantesco planner formato A5. Lavoro bene anche in biblioteca, dove il silenzio è d’obbligo: essendo un’introversa, mi piace la sensazione di non essere sola unita alla certezza che nessuno cercherà di fare conversazione.

Domanda da un milione di dollari: qual è il consiglio più importante che dareste a un aspirante traduttore?

doppioverso: Forse è già in parte trapelato dalle risposte alle altre domande e non ci stancheremo mai di ripeterlo: DIVERSIFICARE. Cercate nuove prospettive, nuove opportunità, nuovi ambiti di applicazione delle vostre competenze. Associatevi, confrontatevi, deviate dal percorso che avete immaginato come “ideale”. E in tutto questo, sopra ogni altra cosa, non lasciatevi irretire dalla visione di questo mestiere come “missione” laica. Pensatevi come lavoratori e non come semplici appassionati. Siate consapevoli di essere dei prestatori d’opera, nell’accezione più bella che si possa attribuire a questo termine. Ponetevi come professionisti, che fanno sì un lavoro bellissimo, a tratti esaltante, ma pur sempre un lavoro, che va pagato.

Come vi procurate nuovi committenti? Spedire un curriculum a un editore è del tutto inutile?

doppioverso: Questa domanda è il Santo Graal del traduttore editoriale. Diciamo che inviare curriculum non è mai una cattiva idea, ma agli aspiranti traduttori che lo utilizzassero come unico sistema per trovare lavori forse suggeriremmo di non nutrire troppe speranze. Di nuovo, è difficile dare risposta a una domanda con cui noi stesse ci confrontiamo quotidianamente, ma la nostra esperienza, almeno finora, rispecchia ciò che dicevamo poco più su: spesso i contratti arrivano per vie traverse. Il primo lavoro di Chiara è nato da una collaborazione universitaria con un docente illuminato che si è fidato di lei, il primo di Barbara dopo un anno di esperienza come responsabile dell’ufficio diritti e revisora in una casa editrice indipendente. Ma di recente vediamo che ciò che cambia un po’ le carte in tavola sono i social: ci è capitato di allacciare contatti con editori su Twitter o Facebook, scambiandoci idee e commenti, e di ritrovarci a parlare con loro da una prospettiva privilegiata, più amichevole e rilassata. È già un inizio, rispetto alle e-mail senza risposta di un tempo. Se poi questo si tradurrà in un mare di contratti, vi faremo senza dubbio sapere.

Leggete sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre?

Chiara: Niente affatto. Sono una traduttrice istintiva: attacco dalla prima riga e butto giù quel che viene, poi ci passo e ripasso sopra rifinendo e rivedendo finché non arrivo alla soluzione per me più accurata possibile.

Questo modus operandi probabilmente dipende dalla mia specializzazione: traducendo per lo più testi giornalistici di attualità, e avendo quindi a che fare con deadline compressissime, il tempo di uno studio analitico a priori non c’è.

Barbara: Dipende moltissimo dal tipo di testo. Quando traduco testi turistici, come le guide o i fotografici, preferisco attaccare subito con la traduzione. Da un lato la lettura preventiva non è necessaria, perché questi libri veicolano per lo più informazioni pratiche e il tono è marcato e distintivo ma quasi prevedibile: è lo “stile Lonely Planet”, e una volta afferrato viene abbastanza facile riprodurlo, adattandolo magari di volta in volta al singolo autore. E poi mi dispiacerebbe rovinarmi la sorpresa: non avete idee di quante cose buffe si scoprano traducendo certi libri. Sapere che quelle chicche mi aspettano dietro ogni pagina mi aiuta ad andare più spedita. Quando traduco narrativa d’autore, invece, preferisco investire un po’ di tempo nella lettura integrale del romanzo: mi è capitato spesso di lavorare su testi ricchi di rimandi e richiami, ed essendo io di base una traduttrice da “buona la prima” se ho la sensazione di perdermi qualcosa mentre procedo, finisco per lavorare male.

Qual è la cosa che amate di più del vostro lavoro? E quella che amate di meno?

Chiara: La cosa che più amo del mio lavoro è l’atto della traduzione in sé, questo fluttuare e nuotare tra le parole e i sinonimi e il vedere a poco a poco un testo che cambia forma. Più “pragmaticamente”, avendo a che fare con articoli di diversa natura e vario argomento, amo la finestra sul mondo che ti si spalanca traducendo, le conoscenze che acquisisci senza muoverti dalla scrivania. È come un vedere sempre nuovi mondi, pur restando ferma nello stesso punto.

La cosa che più detesto – ma dipende dal mio carattere ansioso – è la costante incertezza del risultato. Traduco ormai da quindici anni ma ogni volta ho sempre paura di venir contestata, e  in un ambito opinabile come la traduzione (dove ogni scelta può volendo essere messa in discussione) l’insicurezza è un peccato capitale. È un aspetto su cui sto lavorando, ma non è facile.

Barbara: Io amo il fatto che la traduzione mi placa, come la lettura: vivo la traduzione come un atto istintivo, una modalità di pensiero naturale. Mentre traduco ho spesso la sensazione che ogni cosa stia andando al suo posto, senza troppi sforzi da parte mia. E quando riesco a entrare “nel flusso” ho l’impressione che quanto posso inserire “di mio” e quanto devo lasciare aderente all’originale mi si chiariscano senza troppi ragionamenti: so che in quel caso è meglio mettere così “perché lo so”. È ovvio, nessuno traduce per puro intuito, ci vogliono preparazione, studio, impegno, ma non nego che in questo lavoro io ci vedo una certa componente stregonesca, istintiva.

Detesto, banalmente, il fatto che nel nostro paese essere pagati il giusto per un lavoro così faticoso e specializzato sia tanto difficile, e che i nostri sacrosanti diritti vengano spesso calpestati. Spero davvero che, tutti insieme, riusciremo presto a cambiare la situazione.

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