Intervista a Ilide Carmignani: tradurre è anche vivere nel mondo reale

ilide(intervista di Serena Rossi)

Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di traduttrice editoriale, e come ti sei avvicinata a questo mondo, in particolare a quello della letteratura latinoamericana?

Mi è sempre piaciuto moltissimo leggere, e anche scrivere, e dubito che ci sia un’attività che combina queste due cose meglio della traduzione letteraria. La scelta dello spagnolo affonda le radici nelle mie letture liceali, quando copiavo sul diario le poesie di García Lorca e affascinata dal ritmo e dal suono confrontavo Macrì con l’originale. L’America latina è venuta dopo, negli anni dell’università, con Cortázar. E poi è arrivato un professore che mi ha chiesto di tradurre per lui Ocnos di Luis Cernuda. Aveva un articolo che poteva funzionare come prefazione e voleva farci un volumetto per un concorso, però gli serviva la traduzione e le traduzioni erano solo una gran perdita di tempo perché non facevano titolo. Per allettarmi mi offrì le note, che invece avevano valore. Il mondo alla rovescia, pensai allora, e lo penso ancora adesso. Comunque, ventitré anni, laureata a fine giugno, passai una bellissima estate a tradurre in giardino quei ricordi giovanili di Siviglia. Da allora non ho più smesso.

storia-cane-bambino-fedeltaQuale è stata la tua ultima traduzione? Ci puoi parlare di qualche passaggio che ha presentato difficoltà particolari, e che sei riuscita poi a risolvere? 

La mia ultima traduzione, che uscirà nelle librerie il 22 ottobre, è stata Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, l’ultimo libro di Luis Sepúlveda. Una delle sue favole per lettori dagli otto agli ottanta anni. Difficoltà particolari su passi specifici non ne ho incontrate. Ho incontrato la difficoltà consueta: restituire appieno la forza di una semplicità che è fatta di tante cose: rigore, equilibrio, ritmo, oltre a un lessico che attinge alla ricchezza di una lingua parlata da cinquecento milioni di persone.

Quali sono gli aspetti positivi del tuo lavoro di traduttrice? 

Innanzitutto c’e la bellezza del lavoro di traduzione, giocare con le parole della letteratura mi piace moltissimo. E poi c’e il fatto di muoversi nel mondo del libro: scrittori, editori, agenti, giornalisti. E per finire, posso lavorare dove e quando voglio.

Quali invece gli aspetti più difficili?

Be’, il primo è senz’altro l’aspetto economico. La traduzione, pur essendo un lavoro che richiede grandi competenze, è pagata male. I lettori italiani si accorgono poco della qualità della mediazione linguistico-culturale (ha ragione Tullio De Mauro quando dice che stiamo diventando analfabeti di ritorno) e gli editori poco scrupolosi ne approfittano. Poi ci sono i tempi stretti. Certi libri devono essere tradotti rapidissimamente, non importa se è ferragosto o Natale.

Quali autori hai potuto conoscere di persona? Con chi è stato importante per te confrontarti?

Sarebbe importante confrontarsi con tutti ma spesso traduco classici moderni, insomma molti autori sono morti e non c’è modo. Quelli viventi li ho incontrati quasi tutti, anche perché tendo a seguire nel tempo gli stessi scrittori. Mi piace tradurre più opere dello stesso autore, consente un lavoro di contestualizzazione più approfondito: vuol dire non solo dare al lettore italiano una voce più coerente, ma anche conoscere a fondo i romanzi precedenti, avere un dominio maggiore di quella poetica e di quel mondo. Il caso di Sepúlveda è particolarmente fortunato, ho tradotto tutti i suoi libri, ci conosciamo da oltre vent’anni e non mi ha mai lesinato il suo aiuto. Si è mostrato disponibile a collaborare perfino uno scrittore come Carlos Fuentes. Una volta, tanti anni fa, gli mandai un fax pieno di dubbi su Gli anni con Laura Díaz, un romanzo infarcito di messicanismi e di oscuri riferimenti storico-culturali; lui, gentilissimo, mi rispose con spiegazioni molto dettagliate e alla fine scrisse perfino: “Se ha altre incertezze, non esiti a contattarmi stasera a casa di Gallimard!”.

cQuali sono i principi fondamentali che un traduttore deve sempre considerare quando inizia un percorso di traduzione di un romanzo?

Be’, io cerco di non perdere nulla e di non aggiungere nulla, anche se naturalmente è impossibile, le lingue – e le culture – sono asimmetriche, irriducibili le une alle altre. Il primo passo, almeno per me, è decifrare meglio possibile il testo, che naturalmente comprende anche il suo contesto, e quindi leggo l’opera omnia dell’autore e più in generale i libri che hanno fatto nascere quel libro, e poi mi sforzo di contestualizzare dal punto di vista linguistico e culturale, che vuol dire per esempio storico, geografico, religioso, botanico, culinario… Se non avessi una data di consegna passerei la vita a fare ricerche.

Quanto è importante poter scambiare pareri ed esperienze tra colleghi?

Per me molto. Infatti con Maddalena Fossombroni e Pietro Torrigiani, direttori della residenza per artisti del Castello di Fosdinovo, abbiamo organizzato Traduttori in Movimento e ogni estate, con un bel gruppo di colleghi di lingue diverse, passiamo tre giorni a tradurre gomito a gomito, alla pari, condividendo le nostre esperienze, a volte in compagnia di qualche scrittore.

Sei curatrice con Stefano Arduini delle Giornate della traduzione letteraria di Urbino: che tipo di esperienza è questa per te? Puoi anticiparci i temi che saranno trattati quest’anno?

L’origine delle Giornate è la solitudine del traduttore, non la solitudine legata al tu per tu quotidiano con il testo – quella è una solitudine solo apparente perché condivisa con la voce dello scrittore, è un dialogo fitto, una compagnia affascinante, un piacere quotidiano – ma la solitudine legata alla mancanza di occasioni d’incontro e scambio con gli altri traduttori, di momenti di riflessione con le varie componenti del mondo dell’editoria e della cultura a partire dalla propria identità professionale. Io ne ho sofferto a lungo e così, tanti anni fa, ho iniziato a frequentare i convegni che le associazioni dei traduttori letterari organizzano nei diversi paesi europei, di solito intorno al 30 settembre, per san Girolamo, il nostro patrono. Mi riferisco, per esempio, agli eventi del British Centre for Literary Translation o alle “Jornadas en torno alla traducción literaria” in Spagna. L’esperienza era sempre bellissima, tornavo cresciuta professionalmente e piena di voglia di tradurre. Da lì a pensare di creare un convegno simile per i traduttori italiani il passo è stato breve. C’erano già, a dire il vero, fin dal 2000, gli incontri dell’AutoreInvisibile: Ernesto Ferrero (traduttore di Céline e Perec, non dimentichiamolo) aveva molto generosamente concesso spazio e risorse alla traduzione editoriale all’interno di quell’eccitante kermesse che è il Salone del Libro di Torino, anticipando in questo persino Francoforte, ma si avvertiva anche l’esigenza di un momento di riflessione appartato e in un certo senso più accademico. Così, quando ho conosciuto Stefano Arduini, teorico della traduzione, direttore del Master in traduzione editoriale di Misano nonché docente di linguistica all’Università di Urbino, gli ho immediatamente proposto di creare le Giornate, e lui, da formidabile organizzatore qual è, ha trovato subito i mezzi. In seguito sarebbe arrivato anche il Pisa Book Festival, con una giornata professionale dedicata ai traduttori.

Le soddisfazioni che ne ricavo sono varie, prima fra tutte la possibilità di conoscere tanti colleghi. Per molto tempo mi sono chiesta chi si nascondesse dietro a questo o quel nome, specie quando, come a ogni lettore, capitava che m’incantassi davanti a una frase perfetta, di quelle che riecheggiano a lungo dentro di noi. Ma non trovavo mai risposta. Sappiamo bene, purtroppo, come l’invisibilità ideale a cui il traduttore tende nel lavoro trabocchi fuori dalla pagina, copra volti e storie, cancelli un grande patrimonio di esperienze, essenziale per chiunque abbia a cuore lo scrivere e il leggere, ma assai di più per un altro traduttore. E poi c’è la grande soddisfazione di veder partecipare tutti gli editori: sia Urbino, sia il Salone del Libro, sia il Pisa Book Festival sono spazi privilegiati nel panorama culturale italiano, luoghi d’incontro unici per approfondire e discutere i rispettivi punti di vista.

urbinPer le Giornate di quest’anno, che si terranno il 9-10-11 ottobre all’Università di Urbino, abbiamo fra gli altri Mariarosa Bricchi (Jaca Book), Franca Cavagnoli, Renata Colorni (Meridiani Mondadori), Luca Formenton (Il Saggiatore), Lorenzo Enriques (Zanichelli), Gian Arturo Ferrari (Mondadori), Ernesto Franco (Einaudi), Carlo Gallucci (Gallucci), Yasmina Melaouah,  Alessandra Roccato (Harlequin Mondadori) e Delfina Vezzoli. Gli ospiti d’onore sono Gianrico Carofiglio e Paolo Nori. Partecipano, inoltre, Romano Montroni (Cepell), Simona Cives (Casa delle Traduzioni), Sandra Bertolini (AITI – Associazione Italiana Traduttori e Interpreti), Luisa Finocchi (BooksinItaly – Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori) e Henri Bloemen (PETRA – Piattaforma Europea per la Traduzione Letteraria).

Cosa consiglieresti a un aspirante traduttore editoriale?

Gli consiglierei di leggere e di scrivere tanto, ma anche di vivere perché come dice un grande studioso di traduzione, Douglas Hofstadter: «Credo che una buona traduzione presupponga di aver compreso il testo, e che questo a sua volta presupponga di aver vissuto nel mondo reale, tangibile, senza mai ridurre tutto alla semplice manipolazione delle parole».

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