“Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie

La traduzione di “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie, del bravissimo Andrea Sirotti. Buon lavoro a tutti!

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Quando infine il treno entrò sferragliando in stazione, il tizio le si rivolse dicendo: – Era ora! – con la familiarità degli sconosciuti che condividono il disappunto verso un servizio pubblico. Gli sorrise. Aveva i capelli grigi pettinati in avanti in un comico riporto che gli nascondeva la pelata. Doveva essere un professore universitario, ma non di materie umanistiche, altrimenti sarebbe stato piú impacciato. Forse insegnava una scienza esatta, come la chimica. Una volta lei avrebbe risposto: «Eh, lo so», la tipica espressione americana che esprimeva accordo piuttosto che conoscenza, e poi avrebbe iniziato una conversazione con lui per vedere se le diceva qualcosa da usare nel blog. Molti erano lusingati da quell’attenzione e se lei non replicava erano indotti a continuare. Dovevano per forza riempire i silenzi. Se le chiedevano cosa faceva, lei restava sul vago: – Scrivo un blog di costume, – perché se avesse detto: «Ho un blog anonimo chiamato Razzabuglio, o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una Nera Non Americana», li avrebbe messi a disagio. In certi casi lo aveva detto, comunque. Una volta, a un bianco coi rasta che le sedeva accanto sul treno, i capelli come vecchie funi con le punte di bionda lanugine, la camicia logora indossata con un tale pathos da convincerla che fosse un guerriero sociale e che sarebbe stato un ottimo ospite del suo blog. – Al giorno d’oggi si parla di razza fin troppo, i neri dovrebbero andare oltre se stessi, è tutta questione di classe sociale, ormai, di avere o non avere, – le aveva detto in tono pacato, e lei aveva usato quella frase come inizio di un post dal titolo «Non tutti i rasta americani bianchi sono depressi». Poi c’era stato quel tizio dell’Ohio, strizzato accanto a lei su un aereo. Doveva essere un manager di medio livello, a giudicare dal completo troppo largo e dal colletto a contrasto. Voleva sapere cosa intendesse per «blog di costume» e lei glielo aveva detto, aspettandosi una reazione di chiusura o che lui mettesse fine alla conversazione con una banalità difensiva del tipo: «La sola razza che conta è quella umana». Invece le aveva risposto: – Ha mai affrontato il tema dell’adozione? Nessuno vuole bambini neri in questo paese, e non dico bambini birazziali, dico proprio neri. Neppure le famiglie di neri li vogliono».

(Traduzione di Andrea Sirotti)

 

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