La casa degli spiriti, di Isabel Allende

Ecco una possibile traduzione dallo spagnolo del brano della lezione 8! Buon confronto!

Erano tempi difficili. Io avevo allora quasi venticinque anni, eppure mi sembrava di avere poco tempo davanti a me per costruirmi un futuro e avere la posizione cui ambivo. Lavoravo come una bestia e le poche volte che mi sedevo a riposare, costretto dal tedio di qualche domenica, sentivo che stavo perdendo momenti preziosi e che ogni minuto di ozio era un secolo di lontananza da Rosa. Vivevo alla miniera, in una baracca fatta di assi col tetto di zinco che io stesso mi ero costruito con l’aiuto di un paio di manovali. Era di una sola stanza in cui avevo sistemato le mie cose, con una finestrina su ogni parete perché circolasse l’aria afosa del giorno e con imposte per chiuderle di notte quando soffiava il vento glaciale. Tutto il mio mobilio consisteva in una seggiola, una branda militare, un tavolo rustico, una macchina per scrivere e una pesante cassaforte che avevo dovuto far portare a dorso di mulo attraverso il deserto, nella quale custodivo le paghe dei minatori, alcuni documenti e un sacchetto di tela in cui brillavano piccole pepite d’oro che rappresentavano il frutto di tanti sforzi. Non era comoda, ma io ero abituato alle scomodità. Non mi ero mai lavato con acqua calda e i ricordi che avevo della mia infanzia erano di fredda solitudine e un eterno vuoto nello stomaco. In quel luogo mangiai, dormii e scrissi per due anni, senz’altra distrazione se non qualche libro letto molte volte, un fascio di giornali vecchi, alcuni testi in inglese che mi servivano per imparare i primi rudimenti di quella magnifica lingua e un cassetto chiuso a chiave dove conservavo la corrispondenza che intrattenevo con Rosa. Mi ero abituato a scriverle a macchina con una copia che mettevo da parte per me e che conservavo in ordine di data insieme alle poche lettere che ricevevo da lei. Mangiavo lo stesso rancio che veniva cucinato per i minatori e avevo proibito che circolassero alcolici nella miniera. E neppure ne avevo in casa mia, perché ho sempre pensato che la solitudine e la noia finiscono per trasformare l’uomo in un alcolizzato. Forse il ricordo di mio padre, col colletto sbottonato, la cravatta allentata e sudicia, gli occhi torbidi e il fiato pesante, con un bicchiere in mano, ha fatto di me un astemio.

(Traduzione di Angelo Morino e Sonia Piloto di Castri)

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: