Intervista a Sara Reggiani: “Tradurre è un atto d’amore”

Intervista a Sara Reggiani, editor della collana di narrativa americana Black Coffee di Edizioni Clichy, insieme a Leonardo Taiuti e traduttrice per diverse case editrici 

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Buongiorno, Sara. Vuole spiegare ai lettori qual è il suo lavoro quotidiano?

Buongiorno, con piacere. Ogni giorno mi dedico alla traduzione di romanzi e raccolte di racconti per varie case editrici e per Black Coffee, nuova collana di narrativa nordamericana che curo con Leonardo Taiuti per Edizioni Clichy. Valuto libri da inserire in collana, mi aggiorno sulle nuove tendenze, e contatto editori e autori.

Qual è la linea editoriale? Che tipo di opere pubblicate?

Black Coffee è nata con l’intento di dare spazio ad autori emergenti del panorama letterario nordamericano, scommette sulle voci più interessanti, quelle che forse in Italia arriverebbero con grande ritardo o non arriverebbero affatto, magari perché pubblicate in patria da piccoli editori indipendenti. Ci ripromettiamo inoltre di recuperare autori vecchi ormai “dimenticati” o del tutto inediti. Ci interessa molto la forma del racconto e a questa daremo particolare attenzione.

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Qual è l’aspetto più bello del lavoro sulle traduzioni?

Se il libro l’ho scelto io, è una gioia dargli voce. Se mi viene commissionato da altri, non sempre lo è (ahimè), mi ci dedico comunque con totale impegno. Il bello di tradurre sta nella ricerca che c’è dietro, nella scoperta di cose sempre nuove, nella gioia di consegnare le parole di un autore straniero al mio Paese. Non mi sono mai decisa a scrivere, perché mi piace troppo lavorare sulle parole degli altri, aiutare a sprigionare il loro significato, rigirarmele in bocca finché non sento di aver reso giustizia all’autore e al suo testo. Tradurre per me è un atto d’amore e come tale mi fa stare bene, sempre, anche quando fatico a entrare in sintonia col testo che ho davanti.

E quello più noioso?

La noia subentra solo se a essere noioso è il libro, se chi l’ha scritto ha usato sempre le stesse parole, senza sforzarsi (ho tradotto molti romanzi young adult che avevano, purtroppo, questa caratteristica). Non c’è sfida, non c’è emozione, non c’è onore. Soltanto frustrazione.

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Come affrontate la revisione delle traduzioni?

Con scrupolosità e rispetto.

Quanto interviene l’editor nella scelta del titolo? Si modifica molto rispetto all’originale?

L’editor, almeno nella mia esperienza, è colui che sceglie il titolo. Nel nostro caso specifico, però, io e Leonardo prepariamo prima una rosa di possibilità poi facciamo un sondaggio in redazione (è divertente, ogni scusa è buona per giocare un po’), finché non ne veniamo a capo. Come regola cerchiamo nei limiti del possibile di mantenerci vicini all’originale, se non addirittura di lasciare il titolo in inglese.

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Quanto secondo te un traduttore dovrebbe considerare il “lettore tipo” della casa editrice per cui traduce?

È buona norma tenere sempre in considerazione il pubblico a cui si rivolge l’originale nel caso dei testi che traduco, più che la casa editrice. Il traduttore è chiamato a rispettare il testo e il suo autore. Detto questo, mi è capitato molto spesso che fosse la stessa casa editrice a chiedermi di modulare la traduzione non sul testo originale ma sul lettore tipo italiano. È una cosa che detesto, ma il lavoro a volte ti impone di scendere a compromessi. Quando traduco un libro per la mia collana penso solo al libro e prego che finisca nelle mani giuste.

Ti va di parlarci di un’opera cui ti sei dedicata e che ti ha dato particolare soddisfazione.

L’ultima, quella che sto traducendo ora: “Rosa shocking” di Adam Levin, in uscita per Black Coffee a maggio (titolo originale “Hot Pink”). È una raccolta di racconti che ti passa sopra come un treno, ti risucchia: l’equivalente letterario di una “botta da zuccheri”, come l’ha definita Franzen. L’autore è folle, la sua scrittura cervellotica, ipnotizzante, e devo correre per riuscire a stargli dietro, ma mi diverto da morire; sudo ma a fine giornata ho il sorriso sulle labbra. Voglio restituire l’energia, la sensazione di vertigine che mi trasmette questo libro e per farlo non posso distrarmi un attimo. Ma del resto è questo il genere di opere che danno più soddisfazione, quelle che ti afferrano per il colletto e ti costringono a guardarle.

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