“Una che fa, e tra le cose che fa, traduce”: intervista a Rossella Bernascone

Ciao Rossella, prima di tutto ti chiederei di presentarti in poche righe.

Ci ho messo molti, molti mesi a rispondere a questa intervista – che forse arriva fuori tempo massimo – forse perché sono in un processo di ridefinizione della mia autoimmagine.

Ricordo che ero abbastanza agli inizi della “carriera” quando, incredula, seppi che Floriana Bossi – traduttrice per Einaudi, traduttrice della Mansfield, traduttrice di libri come Arancia Meccanica – aveva deciso di smettere di tradurre. In un bell’articolo di Angelo Morino, ripreso dalla rivista Tradurre, si dice che fosse per stanchezza, la stessa stanchezza che lamentava Morino. Allora non riuscivo a concepire l’idea che qualcuno potesse non aver più voglia di tradurre.

Ecco, io ora non dico più, come ho fatto per molto tempo, sono una traduttrice, ma non perché mi sia stancata di tradurre, perché non ne abbia più voglia. Non credo di riuscire più a dirlo, perché lunghissimamente – mentre facevo molto altro: studiavo, insegnavo (inglese e traduzione), mi impegnavo nel sociale, viaggiavo, mi occupavo della famiglia… – per tutto il tempo pensavo di essere una traduttrice che faceva anche altre cose, per vivere o perché presentate in dono da scelte di vita.

Ero una traduttrice che faceva… Ora mi sento una che fa e che, tra le cose che fa, traduce.

Immagino che tutti ti facciano domande sulla traduzione del celebre Diario di una Schiappa, e in effetti è un argomento curioso: com’è tradurre per ragazzi? È molto diverso dalla traduzione “per adulti”?

In effetti, collegandomi a quanto dicevo poc’anzi, mi capita sempre più spesso di dire: sono la traduttrice del Diario di una Schiappa

Ho tradotto libri per tutte le età, così come ho insegnato inglese o letteratura di lingua inglese o didattica dell’inglese in tutti i gradi che vanno dalla primaria (si chiamava scuola elementare) all’università e oltre. Ovviamente è diverso come presento un argomento qualsiasi a una studentessa di laurea specialistica, a un allievo di una scuola professionale, a una bambina di otto anni, a un signore che segue corsi all’Università della Terza Età. Ma in tutti quei casi si tratta – almeno per me ­– di stabilire una relazione tra chi insegna, chi apprende e l’oggetto dell’apprendimento.

Così quando traduco: ci sono io, c’è il libro, e c’è chi lo leggerà. E ogni incontro è un universo che si sviluppa lì, mentre avviene il processo. E il prodotto di partenza e di arrivo – cartonato in rima, romanzo sperimentale, guida di viaggi… – reclama attenzione individuale che va al di là del genere e del pubblico a cui è destinato.

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Puoi farci un esempio pratico di una difficoltà che mentre traducevi ti sembrava insuperabile, e che poi in qualche modo hai risolto?

La difficoltà che ogni volta mi pare insuperabile è consegnare nei tempi previsti dall’editore. Ma, per fortuna, la si supera (quasi) ogni volta; nel senso che riesco a rispettare i tempi.

Le difficoltà specifiche, che magari mi sono quotidianamente presenti per tutti i mesi della traduzione e della revisione, che dibatto con colleghi che dispensano aiuti preziosi, o semplicemente in un pensiero che è sempre attivo sullo sfondo, nel mio caso scompaiono magicamente in luogo parallelo non appena correggo le bozze e affido definitivamente il libro alla stampa.

Quali doti dovrebbe avere un buon traduttore?

Amare la lettura prima di tutto, leggere tanto, leggere generi diversi. Coltivare l’attenzione. Ascoltare le conversazioni, le voci. Conoscere bene, davvero bene, la propria lingua. Questo per quanto riguarda la traduzione in sé.

Dopodiché dovrebbe avere consapevolezza dei processi editoriali, del mercato editoriale, e della categoria stessa dei traduttori. Da quando ho cominciato a tradurre, 35 anni fa, la professione del traduttore editoriale ha assunto contorni diversi. È bene conoscerli e confrontarsi con i colleghi.

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Ti capita di poter dialogare con l’autore? Pensi che sia utile?

A volte sì, quando traduco autori viventi; e può essere utile dialogare con l’autore. Ma capita che neppure l’autore, l’autrice, abbia le risposte. Comunque il dialogo può aprire scorci di migliore comprensione, così come è molto utile dialogare con il revisore e il redattore.

Dove lavori? Devono presentarsi certe condizioni o riesci a tradurre ovunque?

Se intorno a me ci sono molti stimoli, visivi o sonori, fatico a non essere distratta. Spesso anche una musica che conosco a fondo è troppo. Ora per esempio l’orecchio segue la pioggia oltre il balcone. Ma, dato un ambiente “tranquillo” e un computer, posso tradurre ovunque (anche se ho una predilezione per il tradurre in cucina).

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Che tempistiche ti danno in genere gli editori?

Da qualche anno traduco molto poco: uno o due libri al massimo, perché, come dicevo, faccio tante altre cose, quindi mi organizzo avendo a disposizione alcuni mesi e non posso accettare lavori per cui vi sia una scandenza urgente, cosa che purtroppo è quasi la norma nel panorama attuale.

Che consiglio daresti a un aspirante traduttore?

Oltre a leggere tantissimo e a coltivare le doti del traduttore di cui sopra, consiglierei di tradurre molto per esercizio, di selezionare con attenzione i corsi di formazione, e di confrontarsi tanto, sempre, con altri colleghi.

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Leggi sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre?

No, quasi mai, e programmaticamente, da che traduco col pc (1987). Leggo un poco, per tuffarmi nella lingua dell’autore, e poi comincio a renderla con le mie parole, cercando l’innocenza del primo lettore. C’è sempre la possibilità di tornare e ritornare sul tradotto, come si fa quando si scrive a mano; cosa che non era possibile quando si traduceva con la macchina da scrivere: la revisione ti costringeva a ribattere la pagina intera, se non di più, e con i tempi attuali sarebbe inimmaginabile.

Qual è la cosa che ti piace di meno del tuo lavoro?

La fase di contrattazione. Ma d’altronde non mi piace contrattare neanche al mercato più esotico.

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