Valis – Philip Dick

Ecco una possibile traduzione del testo di Philip Dick previsto come esercitazione dell’ottava settimana. Il pubblico di riferimento è ampio. Nella revisione, tra le altre cose, bisognava correggere verbi e espressioni non utilizzate in italiano corrente, rispettare il ritmo dell’originale, rendere i dialoghi credibili senza appesantirli con una traduzione troppo letterale.

Grand_Universe_by_ANTIFAN_REAL

L’esaurimento nervoso di Horselover Fat cominciò il giorno in cui ricevette la telefonata di Gloria, con cui gli chiedeva se avesse del Nembutal. Lui le domandò perché lo volesse, e lei rispose che aveva intenzione di uccidersi.
Immediatamente Horselover Fat balzò alla conclusione che quello fosse un suo sistema per chiedere aiuto. Era da anni un’illusione di Fat quella di poter aiutare la gente. Il suo psichiatra una volta gli aveva detto che per star bene avrebbe dovuto fare due cose: rinunciare alle droghe (cosa che non aveva fatto) e smetterla di cercare di aiutare la gente (cercava ancora di aiutare la gente).
In effetti, non aveva del Nembutal. Non aveva sonniferi di alcun genere. Non usava mai sonniferi. Usava stimolanti. Perciò fornire a Gloria un sonnifero con cui uccidersi era al di là delle sue possibilità. E comunque, anche se avesse potuto, non l’avrebbe fatto.
“Ne ho dieci pillole” disse. Perché se le avesse detto la verità, lei avrebbe riattaccato.
“Allora vengo da te” disse Gloria, con voce calma e ragionevole. Lo stesso tono con cui aveva chiesto le pillole. Lui si rese conto allora che lei non chiedeva aiuto. Cercava di morire. Era completamente pazza. Se fosse stata in possesso delle sue facoltà, si sarebbe resa conto della necessità di nascondere le sue intenzioni, perché in quel modo lo rendeva suo complice. Accontentarla avrebbe voluto dire che la desiderava morta. Non esisteva motivo alcuno perché lui, o chiunque altro, desiderasse una cosa del genere. Gloria era una persona gentile e educata, ma prendeva un sacco di acido. Era evidente che l’acido, dall’ultima volta che l’aveva sentita, sei mesi prima, le aveva ridotto il cervello in poltiglia.
“Come te la sei passata?” chiese Fat.
“Sono stata al Mount Zion Hospital, a San Francisco. Avevo cercato di ammazzarmi, e mia madre mi ha fatto internare. Mi hanno dimesso la settimana scorsa”.
“Sei guarita?” chiese lui.
“Sì” disse lei.
Fu allora che Fat cominciò a scivolare nella pazzia. Allora non se ne accorse, ma era stato attirato in un innominabile gioco psicologico. Non c’era via di uscita. Gloria Knudson l’aveva rovinato, lui, il suo amico, insieme al proprio cervello. Probabilmente nel frattempo aveva rovinato sei o sette altre persone, tutti amici che l’amavano, con analoghe conversazioni telefoniche. Aveva senza dubbio distrutto suo padre e sua madre. Fat sentì nel suo tono razionale l’arpa del nichilismo, la vibrazione del vuoto. Non aveva a che fare con una persona; c’era un fascio di riflessi all’altro capo del filo.

(traduzione di Delio Zinoni)

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