Intervista a Silvia Pareschi: la traduzione tra gli Stati Uniti e l’Italia

Buongiorno Silvia, ha tradotto moltissimi autori nella sua carriera di traduttrice, Jonathan Franzen, Nathan Englander, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Don DeLillo e Junot Díaz, solo per citarne qualcuno. Ha avuto modo di rapportarsi direttamente con loro? In che modo ha influito sul suo lavoro?

Cerco sempre di comunicare con l’autore o l’autrice che sto traducendo. C’è un aspetto istintivo del mio lavoro che beneficia di un contatto diretto, della capacità di sentirsi in qualche modo più vicina alla persona a cui sto dando voce nella mia lingua. Detto questo, la maggior parte dei contatti si limita a uno scambio di e-mail per il chiarimento di qualche dubbio di traduzione. Anche questo può essere gratificante, perché a volte capita che gli autori, grazie alla traduzione, scoprano qualcosa di nuovo nel loro stesso testo, qualcosa a cui non hanno pensato, perché certe cose che per loro sono naturali vengono ricreate nella traduzione attraverso una riflessione sulla lingua che, anche solo per un istante, mostra all’autore le sue stesse parole sotto una luce diversa. Con alcuni di questi autori il dialogo a distanza è sfociato in uno o più incontri, e con Jonathan Franzen anche in un’amicizia personale, dopo che gli ho fatto da interprete durante un viaggio in Italia dal quale è nato il reportage Emptying the Skies. Ritrovarsi faccia a faccia con un autore che ho tradotto è per me un’esperienza leggermente imbarazzante ed esaltante nello stesso tempo, perché per tutto il tempo sono consapevole del fatto che tra noi esiste un rapporto particolare e unico, che per me consiste principalmente in un’enorme responsabilità: quella di rendere la sua voce in una lingua diversa.

Vuole raccontarci un caso di traduzione che ha richiesto un suo particolare sforzo e profonda conoscenza della cultura e dei luoghi?

Le traduzioni che hanno richiesto un particolare sforzo sono quelle che mi hanno costretta a entrare in un mondo a me sconosciuto per poterne ricreare la voce. Considero un grande successo il fatto di essere riuscita a farlo senza che quello sforzo – con tutto lo studio e la ricerca che ci stavano dietro – trasparisse dalla traduzione. Per esempio, tradurre La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Díaz, con il suo Spanglish dominicano e gli infiniti riferimenti al mondo della fantascienza, dei fumetti e del fantasy, è stata una vera impresa. Lo stesso vale per Albero di fumo di Denis Johnson, per il quale mi sono immersa nel mondo della guerra del Vietnam, rivedendo film e leggendo parecchi libri; un lavoro di preparazione che ultimamente mi è tornato utile per la traduzione dei bellissimi racconti di Phil Klay (il libro si intitola Redeployment e uscirà l’anno prossimo in Italia) che parlano della guerra in Iraq.

cover jonathan-franzen-libertà

Forse la domanda prevede una risposta un po’ troppo ampia ma come definirebbe in una sola frase il legame che esiste tra la cultura americana e quella italiana?

Risponderò con una famosa citazione di Wim Wenders, che vale per l’Europa ma, secondo me, soprattutto per l’Italia: «l’America ci ha colonizzato l’inconscio».

Nel tradurre narrativa, quanto il traduttore dovrebbe conoscere le tecniche e i passaggi che hanno portato alla creazione dell’opera? In che percentuale dovrebbe farsi “scrittore”?

Il traduttore, come sostiene Daniele Del Giudice nel suo bel saggio Sulla traduzione, è già uno scrittore, solo che riscrive una storia che esiste già.

9788806164003 cover (1)

In due lingue così lontane come sono l’inglese e l’italiano, com’è possibile rendere conto del ritmo del testo originario?

Trovo che molto dipenda dallo stile dell’autore. Una scrittura come quella di Jonathan Franzen, per esempio, che è fatta di periodi lunghi e complessi, si avvicina di più al ritmo dell’italiano di una scrittura dai periodi più brevi e secchi, e per questo, almeno sotto questo aspetto, è anche più facile da tradurre. Però l’italiano, malgrado le accuse spesso fondate di rigidità, può adattarsi a modificare il proprio ritmo consueto, e può anche, se trattato con la necessaria attenzione, rivelare una inaspettata duttilità. Se il mio compito è quello di rispettare sempre la sintassi dell’italiano, ricreando una prosa che, come diceva Calvino, si legga come fosse stata pensata e scritta direttamente in italiano, ciò non significa che io non possa avvicinare gentilmente le due lingue e regalare all’italiano un nuovo ritmo, più vicino a quello dell’inglese.

Le va di raccontare il suo esordio come traduttrice?

Il mio è stato un esordio molto fortunato, reso possibile dall’aiuto di due grandissime traduttrici. Durante un seminario di traduzione venni notata dalla docente, Anna Nadotti, la quale mi presentò a Marisa Caramella, che all’epoca lavorava come editor all’Einaudi. Dopo una prova di traduzione, Marisa mi affidò il mio primo lavoro, The Orchard Keeper, di Cormac McCarthy. Avevo cominciato a tradurlo da qualche settimana quando Marisa mi telefonò e mi disse: “Ferma tutto, è arrivato un libro che dobbiamo tradurre subito.” Era The Corrections, di Jonathan Franzen. Lo tradussi sotto la supervisione di Marisa, e quella naturalmente fu un’esperienza inestimabile. La mia prima traduzione pubblicata fu quindi Le correzioni, seguita da Il guardiano del frutteto. Poi tradussi Dogwalker di Arthur Bradford e Cosmopolis di Don DeLillo.

cosmopolis, einaudi

Cosa le piace di più del suo lavoro?

La libertà di movimento, il fatto di poter lavorare dovunque. È proprio questa libertà di movimento che mi consente di vivere un po’ in Italia e un po’ negli Stati Uniti.

Come si aggiorna?

Leggendo bravi scrittori italiani e libri tradotti da bravi traduttori che ammiro. Ascoltando come parlano le persone, tutti i tipi di persone. Non smettendo mai di essere curiosa, di tutto ma in particolare di come funzionano le lingue, di come si evolvono, di come vengono arricchite, manipolate, reinventate ogni giorno nella pratica quotidiana dei parlanti. E poi, da un po’ di anni a questa parte, approfittando del grande vantaggio di vivere in due paesi e di avere un marito americano che fa lo scrittore e il giornalista.

71QvkbVANZL._SL1414_-447x676b9f572221cb9f7844b9a203c81ccc749_w_h_mw650_mh

Cosa le piace di meno del suo lavoro?

Questa è facile: la retribuzione.

L’ultimo libro che ha letto?

Non è proprio l’ultimissimo, ma è sicuramente il più amato fra gli ultimi che ho letto: A un cerbiatto somiglia il mio amore, di David Grossman.

Advertisements

4 thoughts on “Intervista a Silvia Pareschi: la traduzione tra gli Stati Uniti e l’Italia

  1. Reblogged this on Diario di una stagista per bene and commented:
    Un interessante cono di luce su una tematica spesso tralasciata: la traduzione in italiano di libri che leggiamo con estrema naturalezza ogni giorno. Sono “secondi” libri, nascondono la sapienza di una rilettura e di una riscrittura.

    Se da un lato leggendo una traduzione ho la sensazione di perdere qualcosa dell’originale, delle intenzioni primarie dell’autore, dall’altro so di stare acquisendo nuove preziosità, l’impronta di un altro autore.

    Un personale ringraziamento a Silvia Pareschi per avermi permesso di conoscere tutta l’opera di uno dei miei autori preferiti e inestimabili, Jonathan Franzen.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: