Virginia Woolf o Charles Dickens? Una stanza tutta per sé o una passeggiata per le vie di Londra?

La traduzione dei due brani prevedeva un’attenzione particolare agli aspetti stilistici del testo: ripetizioni, punteggiatura, sintassi. Il testo della Woolf è più lineare dal punto di vista sintattico, mentre il testo di Dickens contiene diverse subordinate ed è ricco di aggettivi. In entrambi i brani compaiono delle figure retoriche. Funzionale al discorso la ripetizione anaforica nel brano di Woolf. Nel brano di Dickens, il titolo presentava un problema di traduzione nel termine “heads”, inteso sì come “capi” nel senso “punti di un discorso”, ma anche come “capi” nel senso di “teste”. Nella prima edizione del testo, del 1836, compare infatti un’illustrazione di Hablot K. Browne in cui vediamo tre teste umane, con didascalie corrispondenti ai titoli dei tre punti, dei tre capitoli in cui è suddiviso il pamphlet. Per quanto riguarda Virginia Woolf, come da nota dell’autrice, il testo è il risultato della combinazione e dell’ampliamento di due discorsi tenuti nel 1928. Si tratta quindi, in entrambi i casi, di testi inizialmente pensati per l’esposizione orale pubblica, poi rivisti per la pubblicazione in cartaceo. Per quanto riguarda il registro linguistico, bisognava considerare anche l’epoca storica in cui ogni testo venne scritto.

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Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf

Ma, direte, Le abbiamo chiesto di parlare delle donne e il romanzo – cosa c’entra avere una stanza tutta per sé? Cercherò di spiegarmi. Quando mi avete chiesto di parlare delle donne e il romanzo, mi sono seduta sulla riva di un fiume e ho cominciato a chiedermi cosa significassero queste parole. Potevano semplicemente significare qualche osservazione su Fanny Burney; qualcuna di più su Jane Austen; un omaggio alle Brontë e una breve descizione del presbiterio di Haworth sotto la neve. Qualche arguzia, se possibile, sulla signorina Mitford; una rispettosa allusione a George Eliot; un accenno alla signorina Gaskell, e basta. Ma ripensandoci, le parole mi parvero meno semplici. Il titolo Le donne e il romanzo poteva significare (e poteva essere questa la vostra intenzione) le donne e la loro immagine; oppure poteva significare le donne e i romanzi che scrivono; oppure, le donne e i romanzi che parlano di loro; oppure il fatto che i tre sensi sono in qualche modo inscindibili, e in questa luce volevate che li considerassi. Ma, appena iniziai ad esaminare il soggetto da questo punto di vista, che mi sembrava il più interessante, ben presto vidi che presentava un fatale inconveniente. Non sarei mai riuscita a giungere ad una conclusione. Non avrei mai potuto adempiere a quello che è, me ne rendo conto, il primo compito di un conferenziere: offrirvi, dopo un’ora di discorso, un nocciolo di verità pura, da racchiudere tra le pagine del vostro taccuino e da conservare per sempre sulla mensola del caminetto. Tutto quel che potevo fare era offrivi un’opinione su una questione piuttosto secondaria: una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere romanzi; il che, come vedrete, lascia insoluto il grosso problema della vera natura della donna e della vera natura del romanzo. Mi sono sottratta al dovere di giungere a una conclusione su questi due problemi: le donne e il romanzo restano, per quel che mi riguarda, problemi insoluti.

Il saggio è basato su due conferenze tenute alla Arts Society di Newnham e alla ODTAA di Girton nell’ottobre 1928. Le due conferenze, troppo lunghe per essere lette integralmente, sono state successivamente modificate e ampliate (n.d.a.)

(Traduzione di Maura del Serra – Newton Compton)

Domenica in tre capi di Charles Dickens

Ci sono poche cose da cui traggo un piacere maggiore del passeggiare per alcune delle prin­cipali vie di Londra in una bella domenica, in estate, e guardare i volti allegri dei gruppi viva­ci che le affollano. C’è qualcosa, perlomeno ai miei occhi, di estremamente piacevole nel generale desiderio, manifestato da parte delle classi più umili della società, di apparire ordinati e puliti in questo loro unico giorno di festa.

Ci sono diversi soggetti attempati e seri, lo so, che scuotono il capo con aria di profonda saggezza e vi dicono che oggigiorno i poveri ve­stono troppo bene; che quando erano bambini loro, la gente aveva un’idea più precisa della propria posizione nella società; che, potete farci affidamento, nulla di buono verrà da questo genere di cose, alla fine, – e così via: ma io sono propenso a discernere, nella fine cuffietta della moglie di un lavoratore o nel cappello dalla piuma sgargiante di suo fi­glio, prove non trascurabili dei buoni sentimenti dell’uomo stesso, e un desiderio af­fettuoso di spendere i pochi scellini che può risparmiare dal suo salario settimanale per migliorare l’aspetto e accrescere la felicità di coloro che gli sono più vicini e più cari. Può for­se essere un livello di vanità piuttosto indegno e inappropriato, e il denaro si sarebbe potuto impiegare per scopi migliori; non bisogna dimenticare, comunque, che potrebbe essere facilmente destinato a scopi peggiori: e se due o tre volti possono esser resi felici e soddisfatti da un insignificante miglioramento dell’aspet­to esteriore, non posso impedirmi di pensare che il fine sia stato acquisito molto a buon mer­cato, pari al costo di un abito elegante o di un fiocco sgargiante.

C’è una gran dose di ipocrisia, davvero inne­cessaria, sul vestire eccessivamente elegante della gente comune. Non c’è produttore o com­merciante al mondo che non impieghereb­be un uomo che ricavi un certo ragionevole or­goglio dall’aspetto proprio e di coloro che lo cir­condano, preferendolo a un collega sciatto, cupo, che lavori con accanimento, senza riguardo per il suo abbigliamento e quello di sua moglie e dei figli, e che sembri non provare piacere o orgoglio per nulla.

(traduzione di Rossella Monaco)

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