Intervista a Federica Aceto: la professione del traduttore

Ciao Federica, prima di tutto ti chiederei di presentarti ai nostri corsisti. Traduci prevalentemente narrativa o saggistica? Vuoi nominare qualche opera da te tradotta?

Traduco dall’inglese e prevalentemente narrativa. Ho tradotto poca saggistica, tutta non specialistica. Tra poche settimane uscirà per Einaudi una raccolta di saggi di Martin Amis, La guerra contro i cliché, ma sono saggi – o meglio, articoli – letterari. Ho cominciato a tradurre nel 2003. Il primo libro è stato Hotel World di Ali Smith, un inizio decisamente impegnativo dal punto di vista linguistico. I libri a cui sono più affezionata sono quelli linguisticamente e strutturalmente più coraggiosi, che si distaccano dai dettami delle scuole di scrittura creativa che sembrano così pervasivi in certa scrittura anglofona da qualche decennio a questa parte. Tra quelli che ho amato di più ci sono Magic Kingdom e Il condominio di Stanley Elkin (minimum fax), End Zone di Don DeLillo (Einaudi), Bambina mia di Tupelo Hassman (66th and 2nd).

Hai sempre saputo di voler fare la traduttrice, o ci sei arrivata quasi per caso?

Totalmente per caso, anche se ho una formazione linguistica e le mie esperienze passate, che non hanno niente a che vedere con la traduzione (vivere a lungo in Irlanda, l’insegnamento dell’italiano a studenti stranieri) mi hanno permesso di crearmi un bagaglio di competenze che sono molto utili nel lavoro di traduzione. Non ho sempre voluto fare la traduttrice, quindi, ma ho sempre amato la lettura e le lingue e ho cercato di lavorare in ambiti che avessero a che fare con queste cose. E ricordo distintamente la prima volta che ho cercato il nome del traduttore di un libro, presa da un senso di ammirazione totale: avevo 23 anni e avevo tra le mani non ricordo se La fata carabina o Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac, ho letto il nome della traduttrice, Yasmina Malaouah, e ho pensato: questa donna è un genio assoluto.

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Hai aperto un blog sulla traduzione. Pensi che sia uno strumento utile per la comunità dei traduttori? In che modo?

L’ho aperto perché uno strumento utile a me. Quando si traduce si seguono ragionamenti complessi che spesso non si ha né il tempo né la voglia di mettere per iscritto o di sviscerare più di tanto. Ed è un peccato perché sono cose utili e ancora più utile è cercare un confronto con gli altri. E quindi uso il blog ogni volta che ho bisogno di rallentare e chiarire nella mia mente certi ragionamenti che rischiano di essere così veloci o automatici da passare inosservati a me stessa. E lo faccio anche perché ho bisogno di conoscere il parere di altre persone, traduttori e lettori, su determinate tematiche.

Che consiglio daresti a chi vuole entrare nel mondo della traduzione?

Ricordi “Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose”? Ecco, questo. Non stare a casa a mandare curriculum, a deprimersi e rimuginare su pensieri negativi. Bisogna girare e muoversi per perfezionare le lingue dalle quali si vuole tradurre. Vedere e conoscere gente perché è così che si viene notati e scoperti. Attenzione: non sto parlando di raccomandazioni, non sto dicendo che lavori solo se conosci le persone giuste. Lavori se sei bravo e se dai la possibilità alle persone giuste di conoscerti. Un curriculum e nobili dichiarazioni d’intenti, soprattutto se si è agli inizi, non bastano, perché gli aspiranti traduttori sono tantissimi. E fare delle cose: tradurre anche per puro esercizio, leggere tanto, avere tanti interessi anche al di fuori della letteratura, partecipare a convegni, frequentare corsi, cercando di informarsi e capire quali sono quelli veramente validi che offrono sbocchi con editori seri.

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Si può vivere di sola traduzione, o è necessario svolgere un altro lavoro?

Con le cifre medie che ci sono in Italia non si può vivere benissimo di sola traduzione. Se fai solo il traduttore è difficile che ti concedano un mutuo, per esempio. Ma a dire il vero, anche se fosse possibile vivere di sola traduzione non so se vorrei farlo. È un lavoro totalizzante dal quale è salutare staccarsi un po’, ogni tanto. Fare anche altro ti aiuta a tradurre meglio, secondo me.

Come entri in contatto con nuovi committenti?

Da qualche anno mi capita di essere contattata direttamente dalle case editrici. Mi piacerebbe lavorare con un paio di editori per cui non ho mai lavorato. Ma la verità è che sono timida e, nonostante il mio consiglio di prima a proposito di conoscere e vedere gente, mi sento sempre un po’ in imbarazzo a propormi personalmente a nuovi committenti.

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Riesci a negoziare le condizioni contrattuali o ti limiti a rifiutare le “proposte indecenti”?

Non sono molto brava a negoziare e se la cifra non mi sembra congrua tendo a rifiutare. Mi sono imposta di non scendere sotto una determinata cifra, che per ora è 13 Euro (una cifra discreta per gli standard italiani, ridicola per quelli europei), ma è ovvio che non esistono cifre giuste di per sé. Vanno commensurate alla complessità del lavoro. Esistono cifre basse e inaccettabili, questo sì. Non mi stancherò mai di dire che chi accetta di lavorare per pochi euro (8, 7, anche meno) non lo fa perché ha bisogno di guadagnare, ma lo fa proprio perché non ha bisogno di quei pochi soldi per vivere. Chi impiega mesi del suo tempo per avere alla fine meno di mille euro, molto tempo dopo la consegna, è ovvio che non ha un bisogno stringente di soldi, ma evidentemente di qualcos’altro, che sia anche la semplice gratificazione personale di vedere il proprio nome sul frontespizio, aggiungere un titolo al CV e un link con tanti “mi piace” sulla propria pagina Facebook. So che questa affermazione può rendermi antipaticissima e farmi apparire spocchiosa, soprattutto a chi è alle prime armi e pensa che una certa gavetta punitiva sia necessaria e che ogni lasciata è persa, ma sono convinta di queste due cose: 1) chi accetta di lavorare per cifre basse evidentemente ha bisogno di tutto tranne che di soldi per pagare affitto e bollette, e 2) non sempre un titolo in più fa curriculum, anzi. Se svalutiamo noi per primi il nostro lavoro lo farà anche il committente. E con gli interessi.

Leggi sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre? Come procedi?

No, tutto il testo non lo leggo quasi mai, non sempre c’è il tempo, ma in certi casi sarebbe necessario, anche in vista della contrattazione. Ho accettato di tradurre per 16 Euro (che possono sembrare tanti in Italia) cose che mi hanno portato via mesi e ore di sonno per ricerche, approfondimenti, sbattimenti di testa su cose complessissime, e col senno di poi mi sono resa conto che di Euro avrei dovuto chiederne come minimo 18. Ma ripeto: per me, leggere tutto prima serve solo per capire la tipologia di testo, se è nelle mie corde (perché non si rifiuta un testo solo perché la cifra è bassa, ma anche perché è troppo complesso per noi o semplicemente perché non ci piace) per rendermi conto di quale cifra sarebbe più giusto chiedere e di quanto tempo ho bisogno. Ma non certo in vista delle scelte traduttive. Quelle secondo me si possono fare solo quando si comincia realmente a tradurre e, almeno per come lavoro io, variano così tanto e così spesso in corso d’opera che leggere prima serve a poco o niente. Io leggo e rileggo tanto dopo la prima stesura (che di solito è bruttissima). Le mie riletture, quando i tempi di consegna me lo permettono, sono infinite.

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Parliamo di editori insolventi: che cosa può fare un traduttore, magari alle prime armi, per sapere quali sono e difendersi?

Cercare di mettersi in contatto con altri traduttori. Informarsi sulla fama di un determinato editore prima di accettare una proposta. I nomi degli insolventi stanno finalmente venendo fuori ed è possibile conoscerli, se si vuole. E per chi ha avuto la sfortuna, come me, di incappare in un editore insolvente (perché il problema non riguarda solo i traduttori alle prime armi) il mio consiglio è quello di rivolgersi a un avvocato. Subito, già dopo il primo sollecito ignorato. Anche se può sembrare che non convenga economicamente. Più saremo a farlo, più il malcostume di non pagare o pagare con ritardi eccessivi potrà essere sradicato. La crisi sta diventando una scusa ormai inaccettabile per inadempienze che in altri campi lavorativi non faremmo fatica a bollare come truffe. In ambito culturale ci fa sempre un po’ specie associare il lavoro all’esigenza di guadagnarci la pagnotta. Ma sì, lavoriamo per soldi anche noi. Ci piace molto quello che facciamo, d’accordo, ma ciò non toglie che se non fossimo pagati saremmo costretti a fare altro e soprattutto se un editore ti commissiona un lavoro con tanto di contratto, data di scadenza ed elenco delle varie penali in cui incorri in caso di mancata consegna o di scarsa qualità del tuo lavoro, se il suddetto editore non rispetta questo patto che fa con te, firmato da entrambi, o se ti commissiona un lavoro già sapendo che non potrà pagarti secondo i tempi stabiliti, o mettendo già in conto che non lo farà se non gli rompi le scatole ripetutamente e non ti rivolgi a un avvocato, sta commettendo una truffa, anche se pubblica libri bellissimi, rarissimi e di nicchia. L’aura di nobiltà che circonda il libro e il mondo della cultura in genere non giustifica comportamenti scorretti né esime chi opera in questo settore dal capirci qualcosa di economia e di mercato. L’editoria è prima di tutto un’impresa, e dell’imprenditore e solo dell’imprenditore devono essere i guadagni, ma anche i rischi. Mi stupisce ogni volta che da noi sia necessario ribadire queste che mi sembrano cose di banalissimo buon senso. Sono la prima a sognare la fine del mondo capitalista e la nascita di sistemi economici alternativi, ma non credo che l’alternativa sia questa forma di sfruttamento del lavoro altrui in onore della nobile causa della cultura ripagato a volte solo dalla “ficaggine” percepita che accompagna questi lavori e che da sola ormai è diventata una forma accettata di retribuzione. Alla fine i lavoratori della cultura – nel senso più ampio del termine – sono quelli che pagano con maggiore rassegnazione e a volte addirittura con orgoglioso spirito di sacrificio degno di più nobili cause le conseguenze di sconsiderate scelte imprenditoriali altrui.

Qual è la cosa che ami di più di questo lavoro? E quella che ami di meno?

Comincio dalle cose che amo di meno. Non mi piace l’aspetto totalizzante della traduzione. A volte i tempi stretti di consegna richiedono un impegno, soprattutto negli ultimi giorni, che toglie il sonno e la serenità a me e a chi mi sta attorno. Penso che sul frontespizio ci dovrebbe essere accanto al mio nome anche quello di chi (il mio compagno e mio figlio in primis) mi ha sopportato e supportato nei periodi di lavoro più frenetico. Non mi piace quando l’editore o chi per lui ti chiede cose extra (presentazioni, anticipi, articoli) in tempi magari strettissimi senza rendersi conto che anche quello è lavoro che andrebbe retribuito. E non mi piacciono le revisioni fatte male. Sono stata abbastanza fortunata e ho quasi sempre avuto a che fare con revisori eccellenti. Ma ogni tanto mi capita di notare un abbassamento della qualità da questo punto di vista. Anche questa è una conseguenza dei tagli dei costi, evidentemente. Ma alla fine non paga, secondo me. E non mi piace dovermi occupare di recupero crediti, ma questo, credo, s’è già capito ampiamente.

Mi piace tutto il resto. Mi piace il confronto con i miei colleghi, mi piace insegnare e parlare di traduzione con aspiranti traduttori, mi piace la quantità infinita di cose nuove che si imparano traducendo. Quello che mi piace più di tutto, però, è scrivere l’e-mail con l’attachment finale, premere “invia”, spegnere il computer e fare finalmente altro, per qualche giorno.

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One thought on “Intervista a Federica Aceto: la professione del traduttore

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