Intervista a Norman Gobetti: la traduzione è “un’oasi di verdeggiante attenzione”

Ciao Norman, prima di tutto ti va di parlarci un po’ di te? Come hai cominciato a tradurre?

Ho cominciato grazie ad Anna Nadotti, la traduttrice di Antonia Byatt, Amitav Ghosh, Anita Desai e tanti altri autori e autrici importanti, fra cui ultimamente anche Virginia Woolf. È stata lei a chiedermi di fare una prova e poi a segnalare il mio nome al Melangolo e all’Einaudi per quelle che sarebbero state le mie prime traduzioni: Rigenerazione di Pat Barker e Unghia di Laura Hird. Questo succedeva ormai quasi vent’anni fa. Negli anni successivi si è sviluppato un rapporto preferenziale con l’Einaudi, per cui ho tradotto autori anche importanti come Philip Roth, Martin Amis, Ralph Ellison e Russell Banks, e altri meno conosciuti ma a me cari come Aravind Adiga e Mohsin Hamid.

Col tempo, alla collaborazione con l’Einaudi se ne sono affiancate altre: con la casa editrice Giano, che adesso è diventata una collana di Neri Pozza; con Neri Pozza stessa, per cui ho tradotto fra l’altro alcuni libri di Amitav Ghosh a quattro mani con Anna Nadotti e anche un’autrice pakistana che amo moltissimo: Uzma Aslam Khan; e infine con Mondadori, avendo avuto l’occasione di tradurre per i Meridiani The Natural di Bernard Malamud.

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Come procedi quando ti viene assegnata una traduzione?

Intanto valuto se i tempi richiesti dalla casa editrice sono compatibili con i miei impegni, cercando di riservarmi almeno un mese per ogni cento pagine di testo, poi mi dedico a una prima versione del libro in cui bado soprattutto alla comprensione. Cerco di entrare dentro il testo, di capirlo nel modo più profondo e completo che mi è possibile. Poi, quando ho finito, riprendo la traduzione da capo e la rivedo.

Come si fa la revisione di una propria traduzione?

Intanto è un’operazione a cui io dedico molto tempo, a volte un tempo equivalente a quello che ho dedicato alla resa. Bisogna infatti rileggere da capo ogni frase sia nella propria versione sia nell’originale, e poi correggerla, cercare di migliorarla, farsi mille domande. Inoltre, una volta conclusa questa operazione, è indispensabile compierne un’altra, e cioè rileggere il testo italiano tutto di filato, in modo da cogliere quel tipo di problemi (soprattutto legati al ritmo e al suono) che molto difficilmente si possono cogliere nel corso della revisione propriamente detta.

Quali doti dovrebbe avere un buon traduttore?

Io credo che, oltre agli ovvi presupposti di base, cioè conoscere bene la lingua di partenza e saper scrivere bene in quella di arrivo, sia necessaria la capacità di porsi verso il testo in un atteggiamento di attenzione, che non significa solo non pensare ad altro, ma essere pienamente ricettivi verso quello che c’è nel testo originale e pienamente disponibili a trasportarlo in un testo italiano senza farsi distrarre dai propri pregiudizi, dai propri gusti e dalle proprie idiosincrasie.

Qual è la difficoltà maggiore quando si traduce?

La difficoltà maggiore mi sembra proprio quella che dicevo ora. Più vado avanti in questo mestiere più mi interrogo sul perché continuo a commettere errori anche gravi, di cui a volte mi accorgo per tempo e a volte no. E di solito la risposta che mi do è questa: non ho fatto abbastanza attenzione. Quando si traduce si ha la tentazione quasi irresistibile di andar dietro a quello che piace a noi, a quello che secondo noi sarebbe il modo “normale” di dire una determinata cosa, invece di sforzarsi davvero di trovare una soluzione che sia la più fedele all’originale (e nello stesso tempo non sia un calco). È una tentazione a cui è davvero difficile non cedere.

Puoi farci un esempio di una difficoltà che mentre traducevi ti sembrava insuperabile, e che poi hai risolto?

L’esempio più recente riguarda il libro che sto traducendo adesso: Letting Go di Philip Roth. Nella prima pagina compare una lettera scritta al figlio da una madre in punto di morte. In questa lettera, la madre si pente dell’atteggiamento che ha tenuto per tutta la vita nei confronti del marito, e questo atteggiamento lo definisce con l’espressione pushing and pulling at him. Il senso mi era abbastanza chiaro: un fare pressione su di lui che si alternava a un trattenerlo, sicuramente qualcosa di violento che si ammantava di rispettabilità, ma non mi veniva in mente nessun modo soddisfacente per renderlo in italiano. A un certo punto avevo pensato a “fare il bello e il cattivo tempo”, che però indica qualcosa di più generale, di meno fisico e meno relazionale.

La soluzione (almeno per ora) l’ha trovata uno studente del Master di traduzione di Pisa che sta facendo il tirocinio con me. Mi ha proposto “rigirarmelo come volevo”, che mi sembra decisamente più fedele e appropriato.

9788854505230Secondo te esiste l’intraducibile?

Sicuramente esistono tante cose che in traduzione vanno perse, a volte di più e a volte di meno. Un caso per me particolarmente disperante da questo punto di vista è stato quello di Mare di papaveri di Amitav Ghosh (tradotto insieme ad Anna Nadotti). In questo libro l’autore utilizza una lingua ricchissima di parole provenienti da svariati idiomi entrati in contatto con l’inglese attraverso l’imperialismo britannico. Ghosh riporta queste parole in tondo e senza note per una presa di posizione politica e culturale a mio parere molto condivisibile: il colonialismo ha trasformato l’inglese in una lingua meticcia, e sarebbe antistorico e reazionario pretendere di distinguere le parole inglesi “pure” da quelle “contaminate”, mettendone alcune in tondo e altre tra virgolette, oppure dando per scontato il significato di alcune e non quello di altre.

Ecco, in traduzione questo ha creato un problema davvero spinoso: se tutte le parole di questo inglese meticcio vanno considerate allo stesso livello, allora tutte devono essere tradotte (chair e coorsy vogliono dire tutt’e due “sedia”, ad esempio; bucket e balti vogliono dire tutt’e due “secchio”, e così via). Ma se vengono tutte tradotte, il lettore non avrà alcuna possibilità di gustare la lingua meticcia di Ghosh.

Se invece gliela si vuole far gustare, allora bisogna lasciare in originale le parole “straniere” (e decidere, in modo arbitrario e razzista, quali lo sono e quali no), ma così facendo si compie un’operazione esattamente contraria a quella che ha compiuto l’autore nell’originale, e cioè si discrimina fra le parole.

Ecco, in questo caso ho fortemente sentito la minaccia dell’intraducibile.

Ti capita di poter dialogare con l’autore? Ti sembra utile o ti intralcia?

Mi sembra sempre utile, anche se non mi è capitato molto spesso.

Fai anche altro nella vita, o riesci a vivere di sola traduzione?

Fondamentalmente vivo (senza lussi) di traduzione, anche se una piccola integrazione me la danno gli insegnamenti (sempre di traduzione) all’Università di Pisa e alla Scuola del progetto Tutteuropa a Torino.

Concludiamo con una nota positiva: che cosa ti piace di più di questo lavoro?

La cosa che mi piace di più è poter dedicare un tempo piuttosto lungo a un testo di cui posso approfondire molto la conoscenza. Sempre più col passare degli anni credo che nella vita sia importantissimo riuscire a prestare alle cose (e alle persone) un’attenzione protratta e profonda, e credo che i cambiamenti incessanti del nostro modo di vivere tendano a portarci nella direzione opposta. Ecco, la traduzione la vedo come un’oasi di verdeggiante attenzione in un mondo che sotto questo aspetto si sta inaridendo.

 

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3 thoughts on “Intervista a Norman Gobetti: la traduzione è “un’oasi di verdeggiante attenzione”

  1. Bella intervista. Sulla traduzione dell’intraducibile non potrei essere più d’accordo. Ci sono delle sfide che sembrano assolutamente impossibili, eppure nel nostro lavoro dobbiamo accettare anche quelle e trovare, di volta in volta, la soluzione possibile. In riferimento agli esempi citati da Gobetti, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa di soluzioni che prevedono una piccola espansione per chiarire quel particolare termine. Nulla di invasivo, naturalmente. Per esempio, lasciando il lemma come appare nel testo originale e aggiungendoci anche il significato italiano: “… il balti, il secchio, …”. E’ una tecnica che molti di noi usano. Io l’ho utilizzata nella traduzione di una raccolta di racconti aborigeni degli aborigeni australiani e anche di romanzi e racconti di autori australiani non aborigeni. Se l’inglese, infatti, è una lingua meticcia, ancora di più le sono diventate le varianti regionale, come quelle australiane e neozelandesi, tanto per restare nel campo nel quale mi è capitato di lavorare molto ultimamente.

  2. Ho letto la bella intervista e, in qualità di traduttrice letteraria dal 1981 e in particolare di molti autori non solo americani e inglesi, ma pakistani e indiani che scrivono in inglese (tutte le opere di Anita Nair, tutti i romanzi di Sudhir Kakar, il primo romanzo di Uzma Aslam Khan e molto altro) mi permetto di fare alcune osservazioni su quanto Gobetti afferma a proposito della supposta “intraducibilità” di Ghosh (ma la questione si potrebbe allora porre per qualunque scrittore indiano o pakistano che scrive in inglese.)
    In India l’inglese è un po’ una lingua franca, ma è anche e soprattutto la lingua dell’istruzione borghese e alto-borghese. Addirittura è così usata anche nel contesto familiare dalla medio-alta borghesia, che molti in queste fasce sociali, se mai parlano delle lingue indiane, che sia l’hindi o altre lingue dell’India, le parlano mescolando termini inglesi e di queste lingue. O, all’opposto, parlando inglese, vi inseriscono termini in altre lingue indiane. L’hindi, il malayalam, il marathi, il bengali ecc. NON SONO IDIOMI, ma lingue con una ricchissima tradizione letteraria, ancora oggi molto viva.
    Questo inglese-indiano è per loro una lingua del tutto naturale e non certo una scelta politica.

    I due termini che Gobetti cita, “coorsy” (che è la trascrizione anglicizzata dell’hindi “kursi” – sedia) e “baltI”, che in hindi significa “secchio” non sono in strani idiomi, ma appunto in hindi, lingua ufficiale dell’India e una delle lingue con più parlanti al mondo!

    Esiste una letteratura in hindi, ricchissima e vivissima, ma da noi sconosciuta, perché gli editori ritengono che non interessi, così come quella bengali ad esempio, (ad esclusione di Tagore, spesso proposto in Italia in traduzioni che si asserisce dal bengali e invece sono dalla versione inglese).

    Gobetti dice: “In questo libro l’autore utilizza una lingua ricchissima di parole provenienti da svariati idiomi entrati in contatto con l’inglese attraverso l’imperialismo britannico. Ghosh riporta queste parole in tondo e senza note per una presa di posizione politica e culturale a mio parere molto condivisibile”
    Ecco, l’equivoco sta qui. Primo, nel fatto che non si tratta di generici “idiomi” non identificati, ma, almeno per quanto riguarda i termini che cita, si tratta di hindi. Poi, Ghosh non sta usando una “lingua meticcia”, (una lingua meticcia è l’hinglish, cioè quella lingua che usa le strutture sintattiche e grammaticali dell’hindi ma con prevalenza di termini inglesi e anche urdu) ma l’inglese correntemente parlato dalla borghesia indiana, anche molto istruita e molto spesso come prima lingua. A volte succede addirittura che non sappiano scrivere le lingue autoctone.
    Ovviamente, poiché Ghosh (ma come lui tutti gli autori indiani che scrivono in inglese) scrive nell’inglese in cui parla, e che l’uso di queste parole è quello della sua lingua corrente, che per nessun lettore indiano c’è bisogno di alcuna nota perché sa il significato di quelle parole che sono comuni, non c’è assolutamente alcuna presa di posizione politica in questa scelta. E’ invece una scelta stilistica!
    Una presa di posizione politica sarebbe, se scrivesse in hindi!
    Porto l’esempio di Sudhir Kakar (con cui ho anche un rapporto di amicizia) e di Anita Nair, che è anche una delle mie più care amiche.
    Kakar quasi non usa alcuna parola hindi nel suo meraviglioso inglese, ma c’è da dire che lui è un autore estremamente aristocratico e non gli interessa riprodurre la lingua parlata. Inoltre è uno studioso coltissimo e raffinato, un saggista e accademico, che vive buona parte dell’anno all’estero.
    La Nair usa nelle sue opere l’inglese che parla (e che è la sua prima lingua) un inglese in cui compaiono termini in malayalam (la lingua ufficiale del Kerala) e più raramente hindi. Non è una scelta politica ma stilistica anche la sua.
    Sono 12 anni che traduco tutte le sue opere e non ho mai avuto alcuna grande difficoltà da questo punto di vista, per due motivi. Il primo è che mia figlia è un’indologa, studiosa e docente di hindi, lingua che parla correntemente, e conosce il bengali. Dunque ho imparato moltissimo da lei sia sulla cultura, che sulla società che sulle strutture linguistiche angloindiane e delle principali lingue indiane. Ovviamente ho imparato molto anche dalla ,mia lunghissima frequentazione con Anita Nair.
    L’altro motivo è che ho sempre chiesto ad Anita Nair la traduzione dei termini in malayalam da lei usati e lei me l’ha fornita. Nemmeno lei, nella versione originale ha mai pensato di tradurli o tanto meno aggiungere delle note. Suonerebbe assurdo per qualunque lettore indiano e molto pesante.
    La soluzione è quella di tradurre la parte inglese e lasciare i termini non inglesi come sono, (cosa c’è di “razzista” in questo?) perché così è nell’originale, ma fornire alla fine un glossario, in cui non solo vengano tradotti quei termini ma, come faccio sempre, vengano fornite più informazioni possibili su certi elementi, che in qualche modo fungano da note per un lettore italiano digiuno di certi aspetti di quella cultura.
    E’ ovvio che per tradurre determinati autori da una determinata cultura, è necessario conoscere almeno molto bene quella cultura e possibilmente almeno una lingua indiana in questo caso, o, se questa conoscenza linguistica non c’è, almeno avere un costante rapporto di collaborazione con chi ha queste competenze. Diversamente è facile cadere in certi equivoci.
    Ovviamente riferisco quella che è la mia ormai lunga esperienza di traduttrice di autori indiani che scrivono in inglese.

    Chiedo ancora un po’ di pazienza alla padrona di casa e a Gobetti. Cambiando discorso, vorrei aggiungere che l’espressione inglese “pushing and pulling at him” ha un perfetto corrispettivo nell’italiano “fare il tira e molla”. “Con lui ho fatto il tira e molla” – cioè non gli ho dato alcuna sicurezza, l’ho tenuto sempre sulla corda, sulle spine.
    “Rigirarmelo come volevo” tradurrebbe di più l’espressione “I twisted him round my little finger”, anche perché implicherebbe quasi un’inconsapevolezza dell’oggetto, mentre pushing and pulling suggerisce più una debolezza del marito, una sua poca capacità di reagire o resistere alla dominanza della moglie.
    Grazie per la pazienza di chi è arrivato a leggere fin qui ma grazie anche per l’opportunità di parlare di questioni di traduzione, che mi appassionano ovviamente sempre molto.

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