Traduzione The Cruelest Miles, di Gay e Laney Salisbury (lezione 5)

E anche questa settimana eccoci con la possibile traduzione dell’esercizio. Il brano è tratto dal saggio narrativo The Cruelest Miles di Gay e Laney Salisbury

Mare di Bering

Curtis Welch era l’unico medico nel raggio di centinaia di chilometri su quella costa dimenticata del mare di Bering, e da diciotto anni osservava l’inverno scendere all’improvviso, come accade di solito nell’estremo nord. Si diceva che lì ci fossero solo due stagioni, l’inverno e il Quattro Luglio. A Nome l’inverno durava almeno sette mesi, e le altre stagioni andavano e venivano nel giro di poche, brevi settimane. Da luglio a ottobre il mare di Bering era libero dal ghiaccio, e la cittadina poteva accogliere battelli a vapore e golette salpati da Seattle, il porto di rilievo più vicino, situato circa 4.000 chilometri più a sud, a quattordici giorni di navigazione. Entro l’inizio di novembre, il mare di Bering si ghiacciava fino alla primavera successiva, e la luce spariva quasi completamente dal cielo. La Victoria, di solito la prima nave passeggeri ad arrivare in primavera e l’ultima a ripartire in autunno, scaricava le merci e si dirigeva a sud, lasciando la cittadina tagliata fuori dal mondo, con l’eccezione di un’unica via: la pista per slitte che collegava Nome ai porti non ghiacciati del sud-est, attraverso l’entroterra dell’Alaska.

Il freddo implacabile arrivava all’improvviso, violento, con bufere che duravano giorni e causavano un isolamento estremo che avrebbe minato la determinazione anche dell’animo più tenace. Ogni autunno, quasi metà della popolazione partiva con le ultime navi e non tornava fino a primavera. Eppure, Welch rimaneva. Così aveva fatto ogni anno, tranne quella volta che si era allontanato brevemente per prestare la sua opera di medico in un’altra parte del Paese, durante la Grande Guerra. Si era innamorato dell’Alaska dal primo momento in cui vi aveva messo piede, nel 1907, e la sua passione era aumentata con gli anni. Una volta scrisse alla sorella rimasta a casa a New Haven, nel Connecticut, che in quel vasto territorio c’era abbastanza spazio da permettergli di distendere l’anima.

Fin da quando era piccolo, Welch aveva sempre provato un forte senso di diversità, e poiché il minimo gesto sociale gli costava fatica – era nota la sua abitudine di lasciare le feste non appena la conversazione iniziava – lo spazio sconfinato dell’Alaska fu per lui una benedizione. Finalmente, scrisse, aveva trovato se stesso.

Ora aveva cinquant’anni, i suoi capelli dorati erano ormai bianchi e gli stavano ritti in testa. Non aspettava altro che l’annuale esodo dalla cittadina per rimanere solo.

(traduzione di Thais Siciliano)

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