Intervista ad Andrea Giampietro, poeta e traduttore

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Andrea Giampietro è un poeta e traduttore abruzzese. Ha debuttato come autore con una silloge di versi pubblicata nel 2010. La sua opera  letteraria è stata riconosciuta da poeti come Maria Luisa Spaziani, Valerio Magrelli e Dante Maffia. Specializzato nella traduzione di poesia francese (Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé), ha tradotto dall’inglese Shakespeare, Oscar Wilde e Edgar Allan Poe. Dal dicembre 2012 collabora come redattore con la rivista letteraria online l’EstroVerso come curatore di una rubrica di poesia straniera.

Ha pubblicato Il paradiso è in fondo (Edizioni Lepisma, 2010), Di notte a luna spenta (Edizioni Il Foglio, 2012), Cronache dall’imbuto (Portaparole, 2014), Poesie di Stéphane Mallarmé (Editori Internazionali Riuniti, 2014) e La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde (Edizioni Libreria Croce, 2012).

Ciao Andrea, benvenuto. Raccontaci un po’ di te come traduttore. Come decidi di fare una traduzione di un testo poetico? 

Anzitutto ci tengo a dire che non sono un traduttore professionista, o almeno, non ancora. Sono semplicemente un poeta che ha deciso di provare a interpretare nella propria lingua gli autori che più ama. Quindi è anzitutto la passione che mi spinge a scegliere i testi da tradurre. E poi, con un progetto di traduzione in mano, vado a bussare alla porta delle case editrici. Avevo cominciato per diletto la traduzione del poema La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, quando mi ritrovai a parlarne con l’editore Fabio Croce (Edizioni Libreria Croce), che fu subito interessato e accettò di pubblicarlo. Nel contempo traducevo, per puro piacere personale, i versi dei poeti che più adoravo (soprattutto i grandi francesi, come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Mallarmé), e non smettevo di proporre agli editori la mia opera di traduttore, ma trattavo un genere non molto commerciale. Poi ho incontrato Massimo Blanco, grande francesista e ricercatore universitario presso la Sapienza, che mi ha coinvolto nella realizzazione di una nuova traduzione italiana dell’opera di Stéphane Mallarmé. Di nuovo casualmente, presentando il progetto a un’editrice illuminata quale Cristina Guarnieri (Editori Internazionali Riuniti), ho trovato spazio per questa nuova pubblicazione. In passato sono stato sempre io a presentare le mie proposte alle case editrici. In questo momento, invece, ho un testo commissionato per le mani: si tratta di un romanzo francese, che sarà pubblicato da un buon editore che opera in ambito internazionale.

Che tipo di conoscenze dovrebbe avere secondo te un traduttore di poesia?

Deve possedere necessariamente un requisito: essere un poeta. Credo si tratti di un presupposto fondamentale per intendere nel modo più intimo e sottile, non soltanto la lingua, quanto il linguaggio – vale a dire lo stile, l’estetica – di un poeta che si voglia interpretare.

Ci racconti il tuo esordio da traduttore?

Come già accennato, si trattava di una traduzione dall’inglese: il poema La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, un testo di straordinaria forza espressiva, che mi costò non poco impegno emotivo. È l’ultimo lavoro del geniale poeta irlandese, scritto poco dopo la sua tragica esperienza carceraria. Decisi di tradurlo perché era impossibile trovarne una copia in libreria, visto che allora tutte le edizioni italiane erano fuori commercio, e mi sembrava indecente che un testo di tale portata venisse dimenticato. Trovai l’appoggio dell’editore romano Fabio Croce, che si appassionò subito dell’idea e mi concesse carta bianca. Allora coinvolsi nel progetto due miei carissimi amici: Marina Carbone, autrice dell’impeccabile prefazione, e Giorgio Celin, che ha realizzato delle illustrazioni davvero suggestive. Nella primavera del 2012 la “Ballata” è uscita nelle librerie, ottenendo, per mia soddisfazione, il consenso di un illustre anglista come Masolino D’Amico.

Qual è la cosa più importante da fare quando si traduce questo tipo di testi?

Stabilire una profonda sintonia con lo spirito dell’autore, identificarsi con il profilo umano scolpito nel marmo dei versi. Interpretare un poeta significa anzitutto farsi portavoce di un tesoro emotivo e intellettuale, che non si può restituire al lettore se prima non lo si è riconosciuto, e il modo migliore per farlo è lasciarsi permeare dal flusso vitale che scorre attraverso il canale privilegiato della poesia. Questo può avvenire soltanto rapportandosi con estrema empatia, compassione (nel senso strettamente etimologico di “soffrire i sentimenti altrui”) e umiltà, e ovviamente con un buon mestiere, perché la tecnica poetica è fondamentale quanto il pathos, direi inscindibile da esso.

Tradurre poesia è molto difficile perché oltre che ai significati bisogna stare attenti al ritmo, alla forma, ai suoni, alle figure retoriche. Che tipo di approccio hai nella traduzione? Qual è per te la priorità?

La fedeltà nei confronti dell’autore che si vuol tradurre è fondamentale, ma la lingua resta un grande limite, un saldo ostacolo, ed è difficile, se non addirittura impossibile, rendere le stesse sfumature del lessico originale, le stesse peculiarità musicali: occorre allora risalire al principio estetico che le ha generate, e cercare di restituirlo nella propria lingua, cosicché si avranno nuovi ritmi, nuovi accenti, nuovi accostamenti fonetici, nuovi effetti retorici, che rispondono però alla medesima idea di poesia che li ha generati.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

La profonda soddisfazione di far esprimere con le mie parole il canto di un poeta. Più grande è l’autore, più difficile e pericolosa è la sfida, ma quando alla fine si riesce a ricreare nella propria lingua almeno un riflesso dello splendore originale, il godimento è davvero immenso.

Come ti aggiorni?

Attualmente sono proiettato con maggior passione verso il passato, quindi mi confronto prevalentemente con autori classici, ma non manco di interessarmi, anche come lettore, di nuovi scrittori, che magari non hanno ancora avuto successo di pubblico, ma che già dimostrano talento e competenza. Lo strumento di internet in questo è straordinario, giacché travalica i confini imposti dal monopolio delle grandi distribuzioni, e permette di confrontarsi con una ricca e imprevista gamma di realtà letterarie. Guarda caso, ora sono alle prese con la traduzione di un autore contemporaneo.

Cosa ti piace di meno del tuo lavoro?

Il modo in cui viene vergognosamente sottovalutato. Basti guardare la situazione letteraria del nostro Paese.

Come influisce la tua carriera di poeta sul lavoro da traduttore?

È qualcosa di vicendevole: il poeta influenza il traduttore così come il traduttore influenza il poeta. Credo sia inevitabile che una mia traduzione rappresenti il mio personale modo di intendere l’espressione poetica, di calibrare il verso, di effettuare una scelta linguistica. Allo stesso tempo però, l’esperienza di confronto con un altro autore, non può che restituirmi a me stesso come rigenerato, con una nuova e più ricca sensibilità, e, nel migliore dei casi, con un diverso modo di intendere il concetto stesso di poesia.

Che rapporto hai con i poeti che traduci? E con le case editrici?

Il mio rapporto con il mondo editoriale, non è idilliaco. Sono rarissime le case editrici italiane che, oltre al necessario interesse economico, badano a riconoscere e valorizzare la qualità artistica. Il mercato è saturo e gli autori validi faticano a trovare spazio d’espressione. Sono pochi gli editori con cui mi trovo d’accordo, ma sono sempre pronto a ricredermi.

I miei rapporti coi poeti che traduco? Straordinari, ovviamente, poiché sono stato io stesso a sceglierli finora. Come ho già detto, ho trattato esclusivamente scrittori del passato, però mi è già capitato di tradurre alcuni componimenti in versi di un autore contemporaneo, il quale si è detto molto soddisfatto del mio lavoro. E chissà che non riesca a venirne fuori una pubblicazione… Mi sembra chiaro comunque, quanto sia sempre l’amore per la vera poesia, a condurre le mie scelte e i miei rapporti.

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