Intervista a Federica Garlaschelli, traduttrice editoriale

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Federica Garlaschelli è laureata in Traduzione all’Università IULM di Milano. Ha lavorato in casa editrice svolgendo diversi ruoli in redazione e oggi si occupa di traduzioni editoriali dall’inglese (nonostante gli studi da germanista).

Ha tradotto La ragazza fuori ufficio di Nicola Doherty (Mondadori, 2012), Un cielo pieno di lucciole di Christie Watson (Mondadori, 2013), Sei bellissima stasera di Samantha Young (Mondadori, 2013), un estratto da “Salvador” di Joan Didion in La guerra a un passo: grandi reportage di quarant’anni di guerre (BUR, 2009), il catalogo d’arte Happy Heretic Few (Juliet Editrice, 2012), il fantasy di Mark Lawrence Il re dei fulmini (Newton Compton, 2013, trad. parziale) e il saggio Unwritten Rules of Social Relationships di Temple Grandin e Sean Barron, di prossima pubblicazione per l’editore Uovonero. Ha recentemente collaborato con il Goethe Institut di Milano, traducendo l’incipit di alcuni gialli e thriller tedeschi nell’ambito del progetto multimediale “Auftakt zum Mord”. Al momento, oltre a tradurre per l’editoria, si occupa anche di traduzioni finanziarie.

Benvenuta sul blog, Federica, entriamo subito nel vivo del tuo lavoro da traduttrice: come procedi quando ti viene commissionata una traduzione di un romanzo?

Anzitutto comincio a leggere il testo. Può sembrare banale ma è una fase importante per rendersi conto di cosa si sta per affrontare, delle peculiarità dello stile, delle possibili difficoltà. In genere cerco anche qualche informazione sull’autore e quando posso, leggo eventuali libri precedenti, anche in traduzione, se disponibili. Questo è senz’altro un passaggio utile per familiarizzare con lo stile dell’autore ma anche imprescindibile quando ci si trova – come mi è capitato – a tradurre un volume successivo al primo di qualche serie. Il secondo passo fondamentale è stabilire una “tabella di marcia”. Le tempistiche sono un aspetto essenziale del lavoro editoriale ed è importante capire quanto tempo si potrà dedicare alla traduzione e quanto alla revisione.

Tu hai una laurea in Traduzione e diverse esperienze nel campo ma non tutti i traduttori seguono la stessa strada, che tipo di conoscenze dovrebbe avere secondo te un traduttore letterario?

Credo che un traduttore letterario debba conoscere prima di tutto la propria lingua madre e le sue possibilità. Deve essere consapevole degli innumerevoli modi di rendere una determinata espressione, parola, frase, e tra questi innumerevoli modi operare una scelta. Non basta la conoscenza del proprio idioletto piuttosto che del linguaggio della tivù o dello stile tipico di un thriller. Un traduttore letterario dovrebbe conoscere la propria lingua in tutte le sue sfumature, indipendentemente dal genere di testo che sta traducendo. Va da sé che sia necessario anche conoscere alla perfezione non solo la lingua ma anche la cultura che si traduce. Oltre alle conoscenze linguistiche credo però che il traduttore editoriale debba essere un po’ tuttologo o, almeno, essere disposto a diventarlo, dal momento che in un romanzo ci si può imbattere davvero in qualunque tipo di argomento.

Che tipo di percorso hai fatto per arrivare a fare la traduttrice editoriale? Ci racconti il tuo esordio?

Per arrivare a svolgere questa professione per me sono stati fondamentali gli studi in traduzione, le esperienze di stage presso alcune case editrici, e il lavoro di lettrice editoriale che ho fatto per un po’ di tempo. Dopo la laurea triennale in lingue non avrei avuto idea di come muovermi in questo ambiente. Questo per dire che non è sufficiente conoscere bene una o più lingue straniere, ma è necessario imparare sul campo come affrontare un testo. Le esperienze lavorative in ambito editoriale, invece, mi sono state utili perché mi hanno permesso di vivere dall’interno, anche se per poco, una realtà che spesso sembra astratta e inarrivabile e di capirne le dinamiche.

Quanto al mio “esordio”, ricordo bene la prova di traduzione che mi portò al mio primo contratto. Si trattava di un estratto dall’ultimo volume uscito della saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin. Il fantasy è un genere che come lettrice non ho mai frequentato e con cui non ho dimestichezza, avevo all’incirca una settimana di tempo per completare la prova ed era impensabile (e forse anche insensato) leggere i libri precedenti. Non avendo altra scelta, mi buttai e andò bene. Il primo testo che mi proposero era un romanzo femminile, brioso e divertente, che mi fu affidato dopo un’ulteriore prova. Del primo lavoro, ricordo soprattutto il timore di non riuscire a rispettare la data di consegna. Durante gli studi avevo sempre tradotto brani relativamente brevi, qualche cartella al massimo, cui spesso dedicavo delle ore, e di colpo dovevo consegnare un intero libro nel giro di quattro mesi. Alla fine ci riuscii. Fu una bella sfida e una grande soddisfazione.

Che scrittori hai tradotto? Quali sono le differenze principali tra loro? 

Finora ho tradotto molta narrativa femminile ma anche fantasy, saggistica di ambito psicologico, reportage di guerra e cataloghi d’arte. Devo dire che le differenze tra gli scrittori, per quella che è la mia esperienza, sono forse più riconducibili al genere. Joan Didion, nel suo reportage “Salvador”, per esempio, ha uno stile molto descrittivo e si sofferma parecchio sui dettagli, spesso anche cruenti, della guerra; Samantha Young, autrice di romance, ha una scrittura molto giovane, ricca di espressioni colloquiali e caratterizzata da un linguaggio colorito e da descrizioni anche spinte; Christie Watson, di cui ho tradotto un romanzo di formazione ambientato in Nigeria, ha invece uno stile più poetico; ancora diverso il linguaggio dei fantasy di Mark Lawrence, che si contraddistinguono per uno stile particolarmente crudo. Non ho l’abitudine di contattare gli autori in corso d’opera, ma mi è capitato di farlo una volta a lavoro ultimato, giusto per “conoscere” virtualmente l’autrice.

Traduci prevalentemente romanzi di evasione, qual è la cosa più importante da fare quando si traduce questo tipo di narrativa?

Credo che la cosa fondamentale sia tenere sempre presente il pubblico di riferimento e l’intento del romanzo. Chi legge romanzi di intrattenimento vuole svagarsi, vuole evadere dalla routine quotidiana ed essere coinvolto dalla storia. Ci deve essere un’attenzione maggiore per l’effetto di insieme sul lettore, e non, come per esempio accade nel tradurre classici o narrativa non di genere, sulla singola parola. Questo ovviamente non significa che sia sempre lecito non essere fedeli al testo di partenza, ma che è senz’altro opportuno intervenire nel momento in cui rimanendo troppo fedeli si tradisce l’intenzione dell’autore e si ottiene un effetto diverso da quello desiderato. Bisogna anche considerare che nel mondo anglosassone c’è una concezione dell’editing diversa dalla nostra, e quindi spesso ci troviamo a tradurre romanzi imprecisi (occhi o capelli che cambiano magicamente colore, paragrafi ripetuti identici a poche pagine di distanza) o non particolarmente curati, ancor più quando si traduce un romanzo autopubblicato dall’autore.

Quindi in genere, per questo tipo di narrativa, la priorità è la leggibilità. Sei tu a muovere il testo in direzione del lettore.

Sì. Per esempio, nelle scene d’amore dei romanzi rosa, soprattutto in quelli del filone erotico sdoganato dalle “Cinquanta sfumature”, l’inglese è crudo, diretto, preciso. C’è un’attenzione ai dettagli della fisicità che l’italiano non tollera perché rovina l’atmosfera. Qui il traduttore deve intervenire addolcendo passaggi troppo espliciti o che le lettrici italiane percepirebbero come di dubbio gusto. È importante tenere a mente che il traduttore è un mediatore culturale e deve quindi saper riconoscere che il pubblico italiano è più sensibile alle volgarità piuttosto che al turpiloquio rispetto a quello anglosassone, e che quindi il suo compito è trovare un equilibrio tra fedeltà e accettabilità.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

Senza dubbio il fatto che mi permette di immergermi in un mondo nuovo, che non è il mio ma che inevitabilmente lo diventa. Tradurre significa annullarsi per diventare qualcun altro, e credo che questa sia un’opportunità meravigliosa. A volte mi capita di uscire di casa dopo una giornata di lavoro e di sentirmi quasi fuori posto nella vita reale, come se mi fosse estranea. E bellissima, per me, è anche la sensazione agrodolce che si prova nel momento della consegna, quando con soddisfazione e sollievo, ma anche con una certa malinconia, si dice addio alla storia e ai personaggi che ci hanno fatto compagnia per qualche mese della nostra vita.

Come ti aggiorni?

Il primo aggiornamento in assoluto per me è la lettura, che è anche un piacere enorme. Frequento poi il più possibile le varie fiere di settore, come il Salone del Libro di Torino, che con gli incontri dell’Autore Invisibile offre un’ottima opportunità di aggiornamento e di confronto. Lo scorso anno sono stata per la prima volta alle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino, una tre giorni ricchissima di stimoli e un’occasione di arricchimento cui non mancherò di partecipare anche nei prossimi anni.

Cosa ti piace di meno invece?

I tempi di consegna troppo stretti. A volte, anzi, molto spesso, ci si trova a lavorare a ritmi folli senza poter dedicare al testo l’attenzione e la cura che meriterebbero perché c’è troppa fretta. Senza contare che quello del traduttore editoriale, per via delle tariffe, è un lavoro che “costringe” o ad accettare più incarichi contemporaneamente o a dedicarsi anche ad altre attività.

Su cosa stai lavorando ora?

Non so se si possa rivelare, quindi dico soltanto che sto traducendo il secondo volume di una trilogia “rosa” di una giovane autrice scozzese.

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