Il morso della reclusa, Fred Vargas

Giulio Einaudi Editore, traduzione di Margherita Botto

Seduto su uno scoglio del molo, al porto, Adamsberg guardava i marinai di Grimsey che rientravano dalla pesca quotidiana, attraccavano, sollevavano le reti. Lí, su quella isoletta islandese, lo chiamavano «Berg». Vento dal largo, undici gradi, sole opaco e puzza di scarti di pesce. Non ricordava più che poco tempo prima era un commissario, a capo di ventisette agenti all’Anticrimine di Parigi, tredicesimo arrondissement. Gli era caduto il cellulare negli escrementi di una capra, che ce l’aveva sepolto dentro con un impeccabile colpo di zoccolo, senza aggressività. Un modo inedito di perdere il cellulare, e Adamsberg l’aveva apprezzato come meritava.

Stava arrivando al porto anche Gunnlaugur, il proprietario della piccola locanda, a scegliere i pesci migliori per la cena. Adamsberg, sorridente, gli fece un cenno di saluto. Ma Gunnlaugur non aveva la faccia dei giorni buoni. Con le bionde sopracciglia aggrottate si diresse verso di lui, senza degnare di uno sguardo le cassette dei pesci, e gli porse un messaggio.

Fyrir big [Per te], – disse indicandolo con un dito.

Ég? [Me?]

Adamsberg, incapace di memorizzare i più puerili rudimenti di qualunque lingua straniera, lì aveva acquisito, inspiegabilmente, un bagaglio di circa settanta parole, il tutto in diciassette giorni. Gli parlavano nel modo più semplice possibile, con tanti gesti.

Da Parigi, quel biglietto veniva da Parigi, per forza. Lo richiamavano laggiù, per forza. Sentì una rabbia triste e scosse la testa in segno di rifiuto, girandosi verso il mare. Gunnlaugur insistette, aprì il foglio e glielo infilò tra le dita.

Donna travolta da un’auto. Un marito, un amante.
Non tanto semplice. Gradita presenza.
Seguono informazioni.

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Il racconto dell’ancella, di Margaret Atwood

Ponte alle Grazie, traduzione di Camillo Pennati

Si dormiva in quella che un tempo era la palestra. L’impianto era di legno verniciato, con strisce e cerchi dipinti, per i giochi che vi si effettuavano in passato; i cerchi di ferro per il basket erano ancora appesi al muro, ma le reticelle erano scomparse. Una balconata per gli spettatori correva tutt’attorno lo standone, e mi pareva di sentire, vero come l’aleggiare di un’immagine, l’odore acre di sudore misto alla traccia dolciastra della gomma da masticare e del profumo che veniva dalle ragazze che stavano a guardare, con le gonne di panno che avevo visto nelle fotografie, poi in minigonna, poi in pantaloni, con un orecchino solo e i capelli a ciocche rigide, puntute e striate di verde. C’erano state delle feste da ballo; la musica indugiava, in un sovrapporsi di suoni inauditi, stile su stile, un sottofondo di tamburi, un lamento sconsolato, ghirlande di fiori di carta velina, diavoli di cartone e un ballo ruotante di specchi, a spolverare i ballerini di una neve lucente.
Sesso, solitudine e attesa di qualcosa senza forma né nome. Ricordo quello struggimento per qualcosa che stava sempre per succedere e non era mai la stessa cosa, come le mani che c’erano addosso lì per lì, nel piccolo spazio dietro la casa, o più in là nel parcheggio, o nella sala della televisione col sonoro abbassato e soltanto le immagini, guizzanti sulla carne tesa. Ci struggevamo al pensiero del futuro. Come l’avevamo appresa, quella disposizione all’insaziabilità? Era nell’aria; e restava ancora nell’aria, un pensiero persistente, mentre si cercava di dormire, nelle brande militari che erano state disposte in corsie, con molto spazio tra l’una e l’altra, così che non si potesse parlare.
Avevamo lenzuola di flanella leggera, come i bambini, e vecchie coperte di quelle in dotazione all’esercito, ancora con la scritta U.S. Ripiegavamo i nostri abiti per bene e li riponevamo sugli sgabelli ai piedi del letto. Le luci venivano abbassate ma non spente. Zia Sara e Zia Elisabetta vigilavano, camminando avanti e indietro; avevano dei pungoli elettrici di quelli di quelli che si usano per il bestiame agganciati a delle cinghie che pendevano dalle loro cinture di cuoio.

Dopo di te, Jojo Moyes

Traduzione di Maria Carla Dallavalle

L’uomo corpulento seduto in fondo al balcone è visibilmente agitato. Tiene la testa bassa sul suo doppio scotch, ma di tanto in tanto alza gli occhi guardandosi intorno e si volta verso la porta alle sue spalle. Un sottile velo di sudore gli imperla la fronte facendola brillare sotto le luci al neon. Prende un lungo respiro tremante camuffato da sospiro e torna a concentrarsi sul suo drink.

«Senta, mi scusi.»

Alzo lo sguardo smettendo per un attimo di asciugare i bicchieri.

«Posso averne un altro?»

Vorrei dirgli che non è una buona idea, che non lo aiuterà, che potrebbe perfino fargli male, ma è un uomo grande e grosso e manca solo un quarto d’ora alla chiusura e, secondo le linee guida aziendali, non ho alcuna ragione per rifiutarmi di servirgli un altro drink. Così mi avvicino, prendo il suo bicchiere e mi accingo a riempirlo di nuovo. Lui indica la bottiglia. «Doppio» dice, e si passa la mano grassa sul viso sudato.

«Sette sterline e venti, prego».

Sono le undici meno un quarto di un martedì sera e lo Shamrock and Clover, il pub irlandese dell’East City Airport, che in realtà è irlandese come il Mahatma Gandhi, si sta preparando a spegnere le luci. Il bar chiude dieci minuti dopo il decollo dell’ultimo aereo della giornata, e in questo momento siamo rimasti soltanto io, un giovane uomo concentrato sul suo portatile, le donne al tavolo 2 che chiacchierano ridacchiando e l’uomo che sorseggia il suo doppio Jameson in attesa dell’SC107 per Stoccolma o del DB224 per Monaco, quest’ultimo posticipato di quaranta minuti.

Sono di turno da mezzogiorno perché Carly aveva mal di stomaco ed è andata a casa prima. La cosa non mi secca. Non mi dispiace mai rimanere fino a tardi. Canticchiando sottovoce la melodia di Celtic Pipes of the Emerald Isle, Vol. III, mi avvicino alle due donne intente a guardare un video sul cellulare. Hanno sulle labbra il risolino tipico di chi è un po’ brillo.

«La mia nipotina. Ha cinque giorni» dice la donna bionda mentre ritiro il suo bicchiere.

«Deliziosa.» Sorrido. Per me tutti i bambini assomigliano a delle pagnottelle all’uvetta.

Correre, di Jean Echenoz

Adelphi Edizioni, traduzione di Giorgio Pinotti

I tedeschi sono entrati in Moravia. Sono arrivati a cavallo, in macchina, in motocicletta, in camion ma anche in carrozza, seguiti da unità di fanteria e da colonne di rifornimento, poi da qualche semicingolato di piccola taglia e poco altro. È ancora presto per vedere i grandi Panzer Tiger e Panther guidati da carristi in divisa nera, colore che si rivelerà assai pratico per nascondere le macchie d’olio. Alcuni Messerschmitt monotone da ricognizione di tipo Taifun sorvolano l’operazione, ma hanno solo il compito di assicurarsi dall’alto che tutto fili liscio, non sono neanche armati. È soltanto una piccola invasione lampo senza scosse, una piccola annessione senza tante storie, per ora non è la guerra vera e propria. Diciamo che i tedeschi arrivano e si insediano, tutto qua.
L’alto comando dell’operazione viaggia su auto Horch 901 o Mercedes 170 coi finestrini posteriori schermati da tendine grigie a fitte pieghe, sicché è impossibile distinguere bene i generali. Le carrozze, maggiormente esposte, sono occupate da ufficiali di grado inferiore dai lunghi cappotti, alti copricapi e croci di ferro strette sotto il mento. I cavalli sono montati da altri ufficiali o trainano cucine da campo. Gli autocarri destinati al trasporto truppe sono del modello Opel Blitz e le motociclette, pesanti sidecar Zündapp, sono pilotate da gendarmi con elmetti e gorgiere metalliche. Tutti questi mezzi di trasporto sono adorni di orifiamme rosse con il disco bianco in cui campeggia quella croce nera un po’ particolare che non ha più bisogno di presentazioni, e che gli ufficiali portano anche sui bracciali.
Quando questa combriccola, sei mesi fa, si è presentata nei Sudeti, i tedeschi di lì l’hanno accolta con un certo favore. Ma adesso, varcata la frontiera della Boemia-Moravia, l’accoglienza è decisamente più fredda sotto il cielo basso e plumbeo. A Praga la combriccola ha fatto il suo ingresso in un silenzio di tomba, e anche nella provincia morava non c’era una gran ressa lungo le strade. Quelli che vi si sono avventurati osservano il corteo più con diffidenza, se non aperta antipatia, che con curiosità, ma qualcosa dice loro che c’è poco da scherzare, che non è il caso di sbilanciarsi.

Marian Izaguirre, La vita quando era nostra

Traduzione di T. Gibilisco

Fa freddo. È solo ottobre ma sembra già pieno inverno. Per la prima volta ho tirato fuori il cappotto, e siccome oggi è nuvoloso e c’è vento, ho deciso di mettermi un foulard in testa. È un vecchio fazzoletto di seta che a volte porto attorno al collo, con la mia giacca di Linton Tweeds. Prima però ho raccolto i capelli dietro la nuca. Mi sarebbe piaciuto avere un po’ di brillantina Rosaflor, perché così nessun capello ribelle sarebbe sfuggito, ma ho dovuto accontentarmi di passare il palmo umido della mano sulla fronte e sulle tempie. Perché i miei capelli sono così? Sono esageratamente bianchi per la mia età. A volte mi guardo allo specchio e noto un certo riflesso giallastro, color pulcino, che mi ricorda quando ero bionda.

Ho solo cinquantun anni. Sono nata con questo secolo. Non credo che dovrei avere i capelli così bianchi.

Farò quattro passi fino al suo negozio. Mi piace passeggiare. Uscire a metà pomeriggio, quando ormai sono stufa delle mie faccende, e camminare un paio d’ore senza una meta precisa per questa città che cresce velocemente come passano i giorni. Anche se ormai abito a Madrid da tredici anni, ci sono molte zone che ancora non conosco. Mi sono trasferita qui a trentott’anni. Com’ero giovane, e come mi sentivo giovane allora, sembra incredibile… Normalmente mi allontano molto, ma quando ho voglia di vedere qualcosa di completamente diverso prendo uno di quegli autobus che vanno in periferia, pronta a intraprendere un lungo viaggio, come quando si va in un altro Paese, e divoro le strade che vedo dal finestrino. Ai semafori osservo le vetrine. Cambiano a mano a mano che ci allontaniamo dal centro. Capisco di essere ormai distante quando spariscono i negozi di alimentari o di abbigliamento e cominciano a vedersi le officine.    

Gli anni della leggerezza: La saga dei Cazalet, di Elizabeth Jane Howard

Fazi Editore, traduzione di Manuela Francescon

La giornata cominciò alle sette meno cinque: la sveglia (sua madre gliel’aveva regalata quando era andata a servizio) si mise a suonare e continuò imperterrita finché Phyllis non la ridusse al silenzio. Sul cigolante letto di ferro sopra il suo, Edna gemette e si girò, rannicchiandosi contro la parete; perfino d’estate odiava alzarsi, e d’inverno capitava che Phyllis dovesse strapparle di dosso le lenzuola. Si mise seduta, si sciolse la retina e cominciò a togliersi i bigodini. Quel giorno aveva il pomeriggio libero, si sarebbe lavata i capelli. Scese dal letto, raccolse la trapunta che era finita in terra durante la notte e aprì le tende. La luce del sole ingentilì di colpo la stanza, trasformando il linoleum in caramello e donando una tonalità blu ardesia alle scheggiature del catino lavamano di smalto bianco. Si sbottonò la camicia da notte di flanella leggera e si lavò alla maniera che le aveva insegnato sua madre: il viso, le mani e poi – ma con circospezione – le ascelle, con un panno imbevuto d’acqua fredda. «Muoviti», disse a Edna. Buttò l’acqua sporca nel secchio e cominciò a vestirsi. Si tolse la camicia da notte restando con la sola biancheria e si infilò il vestito di cotone verde scuro che usava la mattina. Sistemò la cuffia sui boccoli grossi come salsicce – non li aveva spazzolati – e si legò il grembiule attorno alla vita. Edna, che al mattino si lavava appena, riuscì a vestirsi mentre era ancora a letto: un retaggio dell’inverno (la stanza non era riscaldata e per nessun motivo al mondo avrebbero aperto la finestra). Alle sette e dieci erano entrambe pronte a scendere con passo lieve nella casa ancora immersa nel sonno. Phyllis si fermò al primo piano e aprì la porta di una della camere. Tirò le tende e udì il pappagallo fremere impaziente nella sua gabbietta.

«Miss Louise! Sono le sette e un quarto».
«Oh, Phyllis!»
«Mi ha chiesto lei di svegliarla».
«È una bella giornata?».
«C’è sempre un bel sole».
«Togli il panno dalla gabbia di Ferdie».
«Se non lo faccio, si alzerà prima».

Intervista a Simona Viciani: traduttrice di Bukowski

Ciao Simona, prima di tutto ti chiederei di presentarti ai nostri corsisti. Sei la traduttrice italiana di Bukowski: come sei arrivata a questo autore e come ti sei avvicinata alla traduzione in generale?

Ciao, buongiorno a tutti.

Bukowski è l’autore che amavo fin da ragazzina. Ho cominciato a leggerlo quando avevo quindici anni.

A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta mi è stato offerto un lavoro in California come archivista per la famiglia di Mario Lanza (tenore e attore italo-americano). Fortuna vuole che la casa dei Lanza a Palos Verdes fosse a poche miglia da San Pedro, dove abitava Bukowski. Il tempo libero lo dedicavo alla ricerca del mio mito letterario. Non mi sarei mai presentata alla sua porta, perché sapevo che detestava il lettore invadente e sfacciato che gli suonava il campanello fingendosi suo caro amico, con sottobraccio la confezione da sei di birra. Quindi andavo nei posti che sapevo che lui bazzicava dalla lettura dei suoi libri: ippodromi, bar, librerie, ecc. Ho vissuto in California più di dodici anni, lui non l’ho mai incontrato, purtroppo, ma ogni volta che apro un suo libro lo ringrazio per l’enorme eredità letteraria che ci ha lasciato. Mentre ero in America ho letto le versioni originali e mi sono accorta che quelle italiane non le rispecchiavano – soprattutto non rispettavano il pensiero dell’autore. Mancava il suo animo poetico, veniva messa in risalto solo la sua maschera di ‘vecchio sporcaccione’.

Così, mi sono auto-candidata come sua traduttrice e dopo una prova di traduzione in cieco per la Harper & Collins di New York, (alla quale partecipavano altri tre traduttori italiani) sono diventata la sua traduttrice ufficiale italiana; successivamente mi è stata affidata la traduzione della sua opera omnia. Uno a zero per le ragazze!

 

C’è qualcosa che non ti piace del tuo lavoro?

L’isolamento.

 

E la cosa che ti piace di più?

L’isolamento. Oltre all’indubbio vantaggio di poter lavorare ovunque: un vero lusso.

 

È possibile vivere di sola traduzione?

Economicamente no, ma riempie l’anima, soprattutto quando si ha la fortuna di tradurre il proprio autore preferito.

 

Qual è la cosa più importante da tenere a mente quando si traduce poesia?

Il respiro del poeta che va al di là di qualsiasi termine che si riesce a fissare sulla pagina.

 

Qual è la difficoltà più grande che incontri traducendo?

Bukowski utilizza una lingua che va dagli anni Trenta agli anni Novanta. Trovo a volte difficile in un autore moderno come Bukowski utilizzare espressioni o termini di sessant’anni fa contestualizzandoli in un impianto stilistico tutt’ora ‘avveniristico’. D’altro canto è parte del fascino bukowskiano. Per fare due esempi banali, ma concreti: reggipetto (nei suoi lavori fino agli anni Sessanta), reggiseno (in quelli successivi) automobile per poi passare ad auto o macchina. E i passaggi in ‘slang’ o i giochi di parole sono sempre una vera sfida, dura, ma affascinante.

 

Che tempistiche ti danno gli editori?

Dipende. A volte mi viene dato molto tempo, altre volte pochissimo. Io curo la traduzione in tutte le sue fasi fino all’ultima bozza, a volte anche in ciano. Ho la fortuna di avere correttrici ed editor molto brave (“parlo” al femminile, perché casualmente sono tutte donne). Sono i miei angeli custodi: siamo in perfetta sintonia e questa è una grande fortuna. L’editor o la correttrice sono fondamentali. Per Feltrinelli il mio dream team è: Maddalena Ceretti, Giovanna Salvia, Barbara Travaglini. Vera Visigalli per Guanda.

Io,‘seguace’ del grande Luciano Bianciardi, sono fedele all’autore e inflessibile quando ci si distacca dal testo e ancor più dal suo pensiero. Negli anni ho imparato a rilassarmi un po’ di più, ma guai ad abbassare la guardia. Spero sempre di non incappare in un errore ormai in stampa… refusi ahimè, ci possono sempre essere.

 

Hai conosciuto la moglie di Bukowski e hai vissuto nei suoi stessi luoghi: quanto è importante conoscere l’ambiente di un autore per poterlo tradurre?

Per me è essenziale. E’ pura magia quando ritrovi sulla pagina la descrizione di un luogo o di una persona che conosci bene. Quello che leggi e scrivi salta fuori dalla pagina e prende vita arrivando senza filtri al lettore.

 

Come ti sei approcciata alla ritraduzione di romanzi già tradotti in precedenza?

Con umiltà verso i colleghi che mi hanno preceduta. Soffrendo ‘con loro’ per i passaggi meno riusciti e per gli errori. Cogliendo sempre gli spunti dove le scelte operate mi sembravano migliori.

Il mio metodo di lavoro è questo: traduco il testo come fosse un inedito e non leggo mai prima la versione italiana per non farmi influenzare. Ultimata la traduzione leggo la versione italiana già esistente e poi svolgo un’analisi molto critica. Solitamente Viciani vince uno a zero. (ahahaha) (Bukowski trionfa a mani basse).

 

Infine, se tu dovessi consigliare un solo romanzo del “tuo” Bukowski a chi non lo conosce, da quale consiglieresti di partire?

Poesie. Poesie, poesie. Bukowski era un poeta. Mmmm hai detto romanzo? Post Office tutta la vita, scritto in ventun notti dopo essersi licenziato dall’ufficio postale. Un’opera vitale, coraggiosa, irriverente, cinica e profondamente tenera. Insomma, Bukowski allo stato puro.

Invece l’ultimo da leggere: Pulp, straordinario commiato alla sua folle schiera di fedeli lettori.

 

 

 

Intervista a Giuseppina Oneto: imparare a tradurre andando “a bottega”

intervista di Nicole Bonacina

Ciao Giuseppina. Prima di tutto ti chiederei di presentarti ai nostri corsisti. Traduci prevalentemente narrativa o saggistica? Vuoi nominare qualche opera da te tradotta?

Traduco soprattutto narrativa, anche se qualche piccola incursione nella saggistica c’è stata, soprattutto quando ho iniziato a tradurre dell’inglese, nel 2004. Gore Vidal, una teoria alternativa dell’11 settembre, e poco altro. Di fatto questa attività l’ho cominciata nel 1987, data della mia prima traduzione pubblicata, dal tedesco. Era la mia tesi di laurea, la traduzione con relativa introduzione di un testo di Maxie Wander, scrittrice tedesca orientale, e per caso le Edizioni e/o avevano comprato i diritti del libro e il mio relatore mi ha messo in contatto con loro. Quando poi, per una serie di vicende di vita, sono andata a vivere negli Stati Uniti, per qualche tempo ho smesso – stordita dal nuovo mondo che stavo conoscendo e dalle sue diverse necessità –, e quando ho ricominciato, l’inglese era diventato la mia seconda lingua e mi sono dedicata a essa. È stato così che con il tempo sono diventata la voce italiana di Peter Cameron – il primo testo tradotto è stato Someday This Pain will Be Useful to You, Un giorno questo dolore ti sarà utile – e di Hilary Mantel, vincitrice di due Booker Prize. Poi, fra gli altri, ho tradotto John Irving, Andrew Sean Greer, Kiran Desai, James Lasdun, John Burnside e numerosi altri.

 

Hai sempre saputo di voler fare la traduttrice, o ci sei arrivata per caso?

Ci sono arrivata quasi per caso, durante il periodo in cui decidevo che tipo di tesi volevo fare; da sempre però avevo due motivi conduttori centrali nella mia vita: per un verso desideravo tanto vivere a stretto contatto con la parola scritta, anche se non sapevo bene in quale forma concretizzare questa frequentazione con l’unico luogo in cui mi sentissi completamente a mio agio, e per l’altro ero estremamente affascinata dalle lingue e, ho scoperto in seguito, dalle culture straniere.  Frequentare il corso di Lingue e Letterature straniere della Sapienza, a Roma, mi è venuto naturale, ma la possibilità di coniugare questi due aspetti della mia personalità è stata dovuta alla necessità, al tempo della tesi, di scegliere fra una materia di teoria del linguaggio e un confronto pratico fra due lingue scritte, nell’area della germanistica. Ho optato per la seconda, e con mio grande stupore mi si è aperto un mondo che non ho mai più abbandonato.

 

Che consiglio vorresti dare a chi vuole entrare nel mondo della traduzione?

Difficile a dirsi. Nel periodo in cui ho cominciato io, molti anni fa, non esistevano i corsi, i laboratori di traduzione come oggi. Per anni, cominciando nel periodo in cui scrivevo la tesi e traducevo Maxie Wander, ho avuto la fortuna di frequentare Moshe Kahn, pluripremiato traduttore di letteratura italiana in tedesco. Sono andata a bottega da lui, in pratica, sotto forma di lezione privata, e lui, con estrema pazienza, cultura, profondità e gioia di insegnare, mi ha aiutata a imparare il mestiere e quando mi ha ritenuto all’altezza, a ampliare le mie conoscenze nel mondo editoriale. Oggi ho l’impressione che gli incontri fortunati e proficui possano ancora essere un modo per inserirsi. Ma bisogna fare in modo che questi incontri avvengano, bisogna andarli a cercare, e soprattutto bisogna che avvengano sulla base del proprio impegno costante ad affinare tutti gli strumenti necessari a svolgere questo mestiere: la capacità di leggere – di leggere in profondità e con sensibilità nella propria e nella lingua di partenza – e la capacità di scrivere – e scrivere al servizio di un altro testo già esistente, con tutto il rispetto, la flessibilità e il bagaglio culturale che ciò comporta. Non consiglierei mai invece di costruirsi un curriculum traducendo a ogni costo, anche senza essere pagati, o pagati una cifra ridicola. Questo di per sé vuol dire lavorare per persone poco serie, che aiutano principalmente a svilire un mestiere che per quanto spesso trascurato è molto prezioso e richiede una lunga preparazione. Inoltre, non consiglierei mai di avventurarsi in questo mondo senza conoscere bene il tipo di contratti che si devono sottoscrivere, la legge sul diritto d’autore, nella quale un traduttore rientra a pieno titolo, e le forme di contrattazione che bisogna imparare. Per chi comincia – ma anche per chi continua nel mestiere – è bene tenere presente che esistono almeno due associazioni alle quali rivolgersi, una di stampo più prettamente sindacale, Strade, e l’altra di stampo più meramente professionale, Aiti, e tramite le quali imparare a destreggiarsi in campo editoriale senza inquinare il mercato e a sostenere la propria formazione continua.

 

Leggi sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre? Come procedi?

L’ho sempre fatto fino a qualche anno fa, quando ormai l’esperienza era tale che era più divertente scoprire il testo mentre lo traducevo rispetto al contrario. Questo non lo consiglierei mai a chi è alle prime armi, perché, a mio avviso, inquadrare il tipo di esigenze di un testo anche senza averlo letto completamente, è frutto di esperienza, prima di tutto. La lettura per fasi successive porta alcuni problemi, ad esempio aggiustare il tiro in corso d’opera, una volta scoperto il vero valore di alcune espressioni alla luce di tutto il testo; è anche un modo però per verificare quanto si è colto dell’autore e delle chiavi che dissemina nel testo, e se la propria lettura è stata sufficientemente profonda da coglierle, anche se individuarne il peso espressivo preciso per tradurle avviene soltanto a lettura completata. Del resto si sa, la traduzione avviene fra testi, non fra singole parole.

 

Come entri in contatto con nuovi committenti?

Per via di un incontro, di un testo proposto, o di un autore che passando da un editore a un altro vuole che sia ancora io a tradurre i suoi libri. Raramente ho ampliato il mio ventaglio di committenti tramite curriculum, anche se quando ho ricominciato – nel periodo in cui ho preso a tradurre dall’inglese – possederne uno di una certa solidità mi è stato di enorme aiuto.

 

C’è una traduzione che hai amato particolarmente, e perché?

Finisco per amarle quasi tutte, perché una volta che mi calo nella “voce” del testo, stabilisco un rapporto anche affettivo, che mi permette di rispettare il testo di partenza e dargli tutto quello di cui sono capace. Ma l’incontro a cui sono più affezionata è quello con Someday This Pain Will Be Useful to You. Ho amato quel libro sin dalla prima pagina che ho letto (e l’ho letto tutto prima di tradurlo, e di un fiato) per via del tocco delicato, sensibile, elegante, ironico del suo autore; per via di un’affinità nei valori che esprime, tanto da farmi decidere di incontrarne anche la persona che lo aveva scritto. È stato il regalo più bello che mi sono fatto: con Peter Cameron siamo diventati amici e non solo ho il piacere di tradurre i suoi libri, di essere la sua ombra italiana, ma anche di poter parlare, scambiare idee e opinioni con una persona squisita, capace di intelligente semplicità pur nella sua complicatezza.

 

Per chiudere, ci racconti su cosa stai lavorando?

Ho chiuso in questi giorni la prima stesura del romanzo di Hilary Mantel An Expriment in Love, del 1995, storia di una formazione femminile. Una studentessa degli anni Sessanta, per frequentare l’università insieme ad alcune compagne del liceo, va a vivere in una residenza studentesca a Londra, lontano dal proprio piccolo centro di provincia. Carmel McBain ci racconta in prima persona cosa è accaduto in quella stagione, con quale ferocia ha dovuto scontrarsi e venire a patti per conquistarsi un suo posto nel mondo. Nelle classi medio-basse, si trattava delle prime generazioni che potevano accedere in scala più ampia all’istruzione superiore, e quelli erano anche gli anni delle rivolte studentesche in Francia, ma non in Inghilterra, dove pure l’eco di quelle lotte arrivava. Questa è la storia di una lotta interiore, più che esteriore, di un confronto duro con l’educazione religiosa ricevuta e i sensi di colpa inculcati, con il corpo che scopre esigenze negate alle donne, con la mente che si è vista imposta rigidi canoni educativi lontani dalle nuove sfide per raggiungere un’indipendenza anche economica, una mente che vede ma non sa leggere fino in fondo le proprie spinte alla rivalsa. È una storia di ferocia, personale e sociale. È Hilary Mantel, grande scrittrice che sa piegare la prosa al passo ritmico della poesia, che sa spaziare dalle vette più alte all’infimo degli abissi, e che con le sue solide e ampie capacità di scrittura sa fa saltare sulla sedia il traduttore, regalandogli però anche enormi soddisfazioni.

Mercedes Cabrera, Con luce e tachigrafi

Traduzione di Serena Rossi

Il ritorno di Ferdinando VII in Spagna concluse il ciclo iniziato con la proclamazione della Costituzione di Cadice del 1812. Scontato il breve interludio del triennio liberale, tra il 1820 e il 1823, si dovette aspettare fino agli anni ’30 quando, morto il Re e messa in discussione la successione per l’insurrezione carlista, i liberali si schierarono apertamente in appoggio della Corona. Trasformatosi in forza di governo, il liberalismo si divise. La sua condizione minoritaria e la sua lotta contro l’assolutismo gli avevano fatto assumere le tradizioni rivoluzionarie dei pronunciamenti militari e le ribellioni unitariste, in aperta contraddizione con le condizioni elettorali e parlamentari del regime costituzionale. Le divisioni percettibili all’interno del  liberalismo e riconoscibili dal principio del secolo, finirono per palesarsi nella concezione della sovranità politica e nelle relazioni della Corona con le Cortes, così come nel loro atteggiamento verso il ricorso ai procedimenti rivoluzionari. Mentre i progressisti, difensori della sovranità nazionale, giustificavano il ricorso all’”insurrezione legale” e alla rivolta, i moderati, sostenitori del principio dottrinario della sovranità condivisa, cercarono nell’appoggio della Corona e nella centralizzazione amministrativa il modo di restare al potere e scongiurare l’alternanza politica. Ogni partito aveva tra i suoi leader dei membri di importanti gerarchie militari, e focalizzava il suo programma in un modello di Costituzione che imponeva quando si sostituiva al potere precedente.

Così, alla Costituzione del 1812, che proclamava il principio progressista della sovranità nazionale, succedette il moderato Statuto Reale del 1834. Nel 1837, tuttavia, uniti di fronte al nemico comune, i carlisti, moderati e progressisti negoziarono una Costituzione che riassumeva i principi della sovranità nazionale e della sovranità condivisa. Il suo preambolo avvertiva che il testo era “volontà della Nazione… nell’uso della sua sovranità”, ma allo stesso tempo essa depositava la podestà legislativa nelle “Cortes con il Re”.

Madame Bovary, Flaubert

Feltrinelli Editore, traduzione di Roberto Carifi

Eravamo nell’aula di studio quando il preside entrò, seguito da uno nuovo in abiti borghesi e da un modello che trascinava un grosso banco. Quelli che stavano dormendo si svegliarono, e tutti si tirarono su come fossero stati sorpresi nel bel mezzo dell’attività.

Il preside ci fece segno di rimettersi a sedere; poi, rivolgendosi all’insegnante:
“Signor Roger”, gli disse a mezza voce, “ecco un allievo che affido a voi, entra in seconda. Se il suo impegno e la sua condotta saranno meritevoli passerà tra i grandi, come la sua età richiede”.

Fermo in un angolo dietro la porta, visibile a malapena, quello nuovo doveva essere un ragazzo di campagna, di una quindicina d’anni circa, e più alto di tutti noi. Portava i capelli tagliati a frangetta sulla fronte, come un chierichetto di paese, l’espressione mite e piuttosto imbarazzata. Per quanto non avesse spalle larghe, la sua giubba di panno verde con i bottoni neri doveva stringerlo al giromanica e lasciava intravedere, attraverso l’apertura dei risvolti, certi polsi arrossati a furia di starsene nudi allo scoperto. Le gambe, coperte da calze azzurre, gli sortivano da un paio di pantaloni giallastri tenuti eccessivamente in tirare dalle bretelle. Calzava scarponi chiodati e lucidati male.

Cominciammo a ripetere la lezione. Ascoltava, tutt’orecchi, attento come durante la predica, senza azzardarsi nemmeno ad accavallare le cosce o ad appoggiarsi sui gomiti, e quando alle due suonò la campanella l’insegnante fu costretto ad avvertirlo che doveva mettersi in fila insieme a noi.

Avevamo l’abitudine, entrando in classe, di gettare per terra i nostri berretti, in modo da avere subito le mani più libere; bisognava lanciarli dalla soglia sotto il banco, facendoli sbattere contro la parete e sollevando così un mucchio di polvere; questa era l’usanza.