I santi innocenti, di Miguel Delibes

Traduzione di: Giuliano Soria

 

A sua sorella, la Régula, non piaceva il modo di comportarsi di Azarías e lo sgridava e lui, allora, ritornava alla Jara, dal signorino, perché a sua sorella, la Régula, non piaceva il suo modo di comportarsi perché lei avrebbe voluto che i ragazzi studiassero, cosa che suo fratello considerava uno sbaglio, perché poi non sono né fini né rozzi, pontificava con il suo tono di voce brumoso, lievemente nasale, e, invece, alla Jara, dal signorino, nessuno si preoccupava se questo o quello sapevano leggere o scrivere, se erano istruiti o analfabeti, o se Azarías girovagava di qua e di là, coi pantaloni di velluto rattoppati sopra il ginocchio, la chiusura senza bottoni, ruttando e scalzo , nemmeno se, improvvisamente, se ne andava da sua sorella e il signorino chiedeva di lui e gli rispondevano, è andato da sua sorella, signorino, e il signorino tanto burbero, non si arrabbiava, a volte alzava impercettibilmente una spalla, la sinistra, ma non indagava oltre, né commentava la notizia, e, quando ritornava, come se niente fosse successo,

Azarías è di ritorno, signorino, e il signorino accennava un mezzo sorriso e amen, perché al signorino l’unica cosa che lo seccava era che Azarías sostenesse di avere un anno in più del signorino, perché, in realtà, Azarías era già un giovanotto quando il signorino era nato, però Azarías non se ne ricordava, e se, più volte, affermava di avere un anno in più del signorino era perché glielo aveva detto Dacio, il Porcaro, un Capodanno in cui era piuttosto ubriaco e lui, ad Azarías, era rimasto impresso nella memoria, e tante volte gli chiedevano, quanti anni hai, tu, Azarías? Altrettante rispondeva, esattamente un anno in più del signorino, però non era per mancanza di buona volontà.

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Mio fratello, di Daniel Pennac

Editore: Feltrinelli 

Traduzione di: Yasmina Melaouah

Il desiderio di portare in scena il Bartleby di Melville mi è venuto un giorno in cui pensavo a mio fratello Bernard. Ero in macchina sull’autostrada del Sud, fra Nizza e Avignone. Ero appena stato sorpassato da uno di quei bolidi sul genere razzo extralusso come se ne vedono parecchi in quel tratto di autostrada. Forse una Ferrari, in ogni caso una roba rossa nuova fiammante. Ero un uomo piuttosto avanti negli anni, e non avevo mai comprato un’auto nuova in vita mia.

“Evitiamo di aggravare l’entropia…”

Uno dei princìpi di mio fratello morto.

“Usiamo l’usato?”

“Esatto, niente abusi e usiamo l’usato.”

Era morto da sedici mesi. La sua presenza mi mancava. Abitavamo a settecento chilometri di distanza, ci vedevamo poco ma ci telefonavamo spesso. Nelle prime settimane dopo la sua morte mi è capitato di alzare il telefono per chiamarlo. Smettila. È una cosa da mentecatti. Un conto è star male, un conto è comportarsi da mentecatti. Riattaccavo senza aver fatto il numero, accusandomi di essermi lasciato andare a una piccola sceneggiatura di lutto fraterno.

Passati sedici mesi, mi mancava ancora, ogni giorno. Lui però veniva spesso a trovarmi. Con garbo, devo dire. Discreto, si intrufolava dentro di me. Il cuore non accusava più il colpo. Le lacrime non c’erano più. Mio fratello arrivava all’improvviso e adesso il mio magone non lo cacciava più via. L’emozione si faceva ospitale. Lo accettavo così com’era. Mi accorgevo della sua presenza perché un’auto mi superava a gran velocità sull’autostrada del Sud. La fiammata che mi sfiora, quel puntino rosso lontanissimo, l’eco tenace del motore: sono stato sorpassato dal contrario esatto di mio fratello.

In quel preciso istante mi è venuto il desiderio di rileggere il Bartleby di Melville, di portarlo in teatro e di interpretarlo. Se c’è una cosa che rimpiango — ma ovviamente non significa nulla — è che Bernard non abbia visto lo spettacolo.

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Origin, di Dan Brown

Editore: Mondadori

Traduzione di: Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli

Sul vecchio treno a cremagliera che arrancava per la vertiginosa salita, Edmond Kirsch osservava la cresta frastagliata sopra di lui. In lontananza, il massiccio monastero di pietra costruito nella parete a picco pareva come sospeso, magicamente fuso con il fianco verticale della montagna.

Quel luogo sacro e senza tempo della Catalogna resisteva da secoli all’inesorabile forza di gravità senza mai sfuggire al suo scopo originario: isolare i religiosi dal mondo moderno.

“Per ironia della sorte, ora saranno i primi a conoscere la verità” pensò Kirsch, chiedendosi quale sarebbe stata la loro reazione. Storicamente, gli uomini più pericolosi sulla terra erano uomini di Dio… specialmente quando qualcuno minacciava le loro divinità. “E io sto per sollevare un vespaio.”

Quando il treno raggiunse la vetta, Kirsch trovò una figura solitaria ad attenderlo sulla banchina: un uomo scheletrico e avvizzito che indossava la tradizionale veste talare paonazza dei vescovi cattolici con rocchetto bianco e lo zucchetto. Kirsch riconobbe i lineamenti ossuti dalle foto che aveva visto di lui e avvertì una inaspettata scarica di adrenalina.

“Valdespino è venuto ad accogliermi di persona.”

Il vescovo Antonio Valdespino era una figura temuta e rispettata in Spagna: non solo amico fidato e consigliere del re, ma uno dei più influenti e accesi difensori dei tradizionali valori cattolici e delle politiche conservatrici.

«Edmond Kirsch, suppongo?» chiese il vescovo appena Kirsch scese dal treno.

«Mi dichiaro colpevole» rispose Kirsch con un sorriso, stringendo la mano ossuta del suo ospite. «Monsignore, desidero ringraziarla per aver organizzato questo incontro.»

«E io le sono grato per averlo richiesto.» La voce del vescovo era più forte di quanto Kirsch si aspettasse, chiara e squillante come il suono di una campana. «Non ci capita spesso di essere interpellati da uomini di scienza, tanto meno da persone del suo calibro. Mi segua, prego.»

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Gabriel Garciía Márquez, Vivere per raccontarla e Lorenzo Silva, La linea del meridiano

  • Vivere per raccontarla

Traduzione di: Angelo Morino

Mia madre mi chiese di accompagnarla a vendere la casa. Era arrivata quel mattino a Barranquilla dal paese lontano dove viveva la famiglia e non aveva la minima idea su come trovarmi. Domandando qui e là fra i conoscenti, le indicarono di cercarmi nella libreria Mondo o nei caffè lì accanto, dove mi recavo due volte al giorno a chiacchierare con i miei amici scrittori. Chi glielo disse l’avvertì: «Ci stia attenta perché sono dei pazzi scatenati». Arrivò a mezzogiorno in punto. Si fece strada con il suo andare lieve fra i tavoli carichi di libri in mostra, mi si piantò davanti, guardandomi negli occhi con il sorriso malizioso dei suoi giorni migliori, e prima che io potessi reagire, mi disse: «Sono tua madre.» Qualcosa in lei era cambiato e mi impedì di riconoscerla a prima vista. Aveva quarantacinque anni. Sommando i suoi undici parti, aveva passato quasi dieci anni incinta e almeno altrettanti allattando i suoi figli. I capelli le erano incanutiti prima del tempo, gli occhi sembravano più grandi e attoniti dietro le sue prime lenti bifocali, e osservava un lutto stretto e severo per la morte di sua madre, ma conservava la bellezza romana del suo ritratto di nozze, adesso nobilitata da un’aura autunnale. Innanzitutto, ancora prima di abbracciarmi, mi disse col solito stile cerimoniale: «Vengo a chiederti il favore che mi accompagni a vendere la casa.»

Non dovette dirmi quale, né dove, dal momento che per noi ne esisteva una sola al mondo: la vecchia casa dei nonni ad Aracataca, dove avevo avuto la buona sorte di nascere e dove non avevo più abitato dopo gli otto anni. Avevo appena abbandonato la Facoltà di Legge dopo sei semestri, dedicati più che altro a leggere quanto mi finiva tra le mani e a recitare a memoria le poesie irripetibili del Secolo d’Oro spagnolo. Avevo già letto, tradotti e in edizioni imprestate, tutti i libri che mi sarebbero bastati per imparare la tecnica di scrivere romanzi, e avevo pubblicato sei racconti in supplementi di giornali, che avevano riscosso l’entusiasmo dei miei amici e l’attenzione di alcuni critici.

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  • La linea del meridiano

Traduzione di: Roberta Bovaia

Non era né il momento né il luogo più indicato, ma come ogni donna che si rispetti, vista l’occasione, la colse al volo. Non appena la guardia Arnau andò verso i bagni della stazione di servizio, il sergente Chamorro si girò e, guardandomi come se volesse fulminarmi, sparò: «Tu mi nascondi qualcosa».

Quando una donna (in questo caso Chamorro) butta in faccia a un uomo (il sottoscritto) un simile sospetto, di solito la muove qualcosa che va ben oltre il desiderio di provocarlo in merito a quanto avrebbe dovuto rivelarle e invece ha preferito tacerle. È l’oscura capacità, raggiunta da milioni di donne fin dal principio dei tempi, di smascherare la colpevolezza non meno cupa alimentata da milioni di uomini a partire da un passato ben più remoto, di cui non si conserva neanche la memoria. Perché un uomo nasconde sempre un segreto, porta sempre qualcosa con sé che preferirebbe non aver mai fatto o detto o sperimentato, e una donna ha immancabilmente quel sesto senso che le permette di fiutarlo, e la sfacciataggine o la temerarietà, comunque la si voglia chiamare, di obbligarlo a confessare. Perché le azioni degli uomini sono talvolta evanescenti come la schiuma del mare, che sale e scende con la stessa facilità e senza un vero motivo, mentre quelle donne, che non per questo sono meno perniciose all’occorrenza, vengono da dentro, dalla pancia, e dipendono da un certo quid cui loro non vengono meno mai, nemmeno sotto minaccia di essere mandate al rogo o davanti a un plotone d’esecuzione. Per questo possono chiedere spiegazioni con tanta fierezza e sempre per questo noi uomini, che non lo capiamo perché sotto sotto cozza contro la nostra ragion pratica, non riusciamo ad accettare di dovergliele dare. Non pretendo certo che quanto ho appena detto abbia il benché minimo valore scientifico. Sono disposto a rimangiarmi tutto, a liquidarlo come uno dei tanti luoghi comuni con cui cerchiamo, invano, di ridimensionare la perplessità di fronte al nostro stesso comportamento e a quello dei nostri simili. Ma mi aiuta a capire perché, pur sapendo che lei sapeva e che così facendo non avrei migliorato le cose, decisi di far finta di niente e risponderle: «Di cosa stai parlando, scusa?»

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Una ragazza come lei, di Marc Levy

Editore: Rizzoli

Traduzione di: Ilaria Piperno e Giovanni Zucca

 

Prima c’è stato l’odore, come quando fanno i fuochi d’artificio; e poi il buio, che torna a inghiottire la notte allo spegnersi degli ultimi bagliori.

Ricordo di aver sbattuto le palpebre e di aver visto gli occhi di mio padre, in cui si mescolavano rabbia e lacrime. Poi i miei genitori riuniti, l’uno accanto all’altra: una scena talmente improbabile che ho pensato a uno scherzo della morfina.

L’infermiera mi misurava la pressione. Mi capita la sera, nel prendere sonno, di rivedere la sua faccia. A volte mi hanno fatto i complimenti per il mio sorriso — gli amici dicevano che ha un certo fascino —, ma quello di Maggie non ha paragoni. Chi la incrocia fuori dall’ospedale vede solo una donna dalle forme abbondanti, ma chi la conosce sa che in quel corpo batte un cuore altrettanto grande. E non venitemi più a dire che solo magro è bello.

Julius era appoggiato alla porta, e aveva uno sguardo talmente serio da farmi paura. Se n’era accorto, e i suoi tratti si erano addolciti. Avrei voluto fare la spiritosa, dire la battuta giusta per rasserenarli. Avrei potuto chiedere per esempio se avevo vinto la gara; sono sicura che papà si sarebbe divertito — o forse no, non so. Ma non riuscivo a dire mezza parola. È stato lì che mi sono spaventata. Maggie mi ha tranquillizzata: avevo un tubo in gola, non dovevo assolutamente cercare di parlare, tanto meno di deglutire. Il tempo di riprendere conoscenza, e già me lo stavano togliendo. Non avevo più voglia di far ridere mio padre.

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Mary Shelley, Frankenstein e Ian McEwan, L’inventore di sogni

  • Frankenstein 

Editore: Giunti

Traduzione di: Nicoletta Della Casa Porta

A Mrs Saville, Inghilterra

San Pietroburgo, 11 dicembre 17**

Sarai felice di sapere che all’inizio di un’impresa, da te sempre avvertita come carica di brutti presagi, non è stato, in realtà, accompagnato da alcuna disavventura. Sono arrivato qui solo ieri e il primo pensiero che ho avuto è stato quello di rassicurare mia sorella sulla mia buona salute e sulla continua fiducia che nutro verso il successo del mio progetto.

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Mi trovo già molto più a nord di Londra e, mentre passeggio lungo le strade di San Pietroburgo, sento il freddo vento polare che mi accarezza le guance, mi ritempra i nervi e mi riempie di entusiasmo. Riesci a immaginare queste mie sensazioni? È un vento proveniente proprio da quelle regioni verso cui io ora sto per salpare, che mi anticipa quel clima gelido e rende le mie fantasie, rinvigorite da quest’aria carica di promesse, più vivide e accese. Tento invano di persuadermi di come il Polo non sia altro che il regno desolato dei ghiacci, ma in realtà si presenta ai miei occhi come terra di bellezza e di gioia. Laggiù, Margaret, il sole non tramonta mai, laggiù l’ampio disco, che sfiora appena l’orizzonte, diffonde il suo perpetuo splendore. Laggiù (poiché con il tuo permesso, cara sorella, voglio credere ai racconti dei viaggiatori che mi hanno preceduto) neve e gelo sono banditi e, navigando su un mare calmo, io potrei raggiungere la terra che supera per meraviglie e bellezza tutte le regioni conosciute dal nostro pianeta. I suoi prodotti e le sue caratteristiche sono unici, così come i fenomeni dei corpi celesti che si verificano in quelle inesplorate solitudini. Non dobbiamo forse aspettarci di tutto da una regione di luce eterna? Lì potrei scoprire la forza miracolosa che attrae l’ago magnetico e svelare le teorie che regolano migliaia di fenomeni celesti, fenomeni che aspettano solo questo viaggio per rendere più logica loro apparente eccentricità.

 

  • L’inventore di sogni

Editore: Einaudi

Traduzione di: Susanna Basso

 

Quando Peter Fortune aveva dieci anni, i grandi dicevano che era un bambino difficile. Lui però non capiva in che senso. Non si sentiva per niente difficile. Non scaraventava le bottiglie del latte contro il muro del giardino, non si rovesciava in testa il ketchup facendo finta che fosse sangue, e neppure se la prendeva con le caviglie di sua nonna quando giocava con la spada, anche se ogni tanto aveva pensato di farlo. Mangiava di tutto, tranne, s’intende il pesce, le uova, il formaggio e tutte le verdure eccetto le patate. Non era più rumoroso, più sporco o più stupido degli altri bambini. Aveva un nome facile da dire e da scrivere e una faccia pallida e lentigginosa, facile da ricordare. Andava tutti i giorni a scuola come gli altri e senza fare poi tante storie. Tormentava sua sorella non più di quanto lei tormentasse lui. Nessun poliziotto era mai venuto a casa per arrestarlo. Nessun dottore in camice bianco aveva mai proposto di farlo internare in un manicomio. Gli pareva, tutto sommato, di essere un tipo piuttosto facile. Che cosa c’era in lui di così complicato?

Fu solo quando era ormai grande da un pezzo che Peter finalmente capì. La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto. E a quanto pare questo dava fastidio. L’altro problema era che gli piaceva starsene da solo. Non sempre naturalmente. Nemmeno tutti i giorni. Ma per lo più gli piaceva prendersi un’ora per stare tranquillo in qualche posto, che so, nella sua stanza, oppure al parco. Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri.

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L’impostore, di Javier Cercas

Traduzione di Bruno Arpaia

 

Io non volevo scrivere questo libro. Non sapevo esattamente perché non volessi scriverlo, oppure lo sapevo ma non volevo riconoscerlo o non osavo riconoscerlo; o non del tutto. Il fatto è che per più di sette anni mi sono rifiutato di scrivere questo libro. Durante quel periodo ne ho scritti altri due, anche se questo non l’avevo dimenticato; al contrario: a modo mio, mentre scrivevo quei due libri, scrivevo anche questo. O forse era questo libro che a modo suo scriveva a me.

I primi paragrafi di un libro sono sempre gli ultimi che scrivo. Questo libro è finito. Questo paragrafo è l’ultimo che scrivo. E siccome è l’ultimo, ormai so perché non volevo scrivere questo libro. Non volevo scriverlo perché avevo paura. È questo che sapevo fin dall’inizio, ma che non volevo riconoscere o che non osavo riconoscere; o non del tutto. Quello che so soltanto adesso è che la mia paura era giustificata.

Conobbi Enric Marco nel giugno 2009, quattro anni dopo che era diventato il grande impostore e il gran
maledetto. Molti ricorderanno ancora la sua storia. Marco era un ottuagenario di Barcellona che per quasi tre decenni si era fatto passare per deportato nella Germania hitleriana e per sopravvissuto ai campi nazisti, aveva presieduto per tre anni la grande associazione spagnola dei sopravvissuti, la Amical de Mauthausen, aveva tenuto centinaia di conferenze e concesso decine di interviste, aveva ricevuto importanti
onorificenze ufficiali e aveva fatto un discorso al Parlamento spagnolo a nome di tutti i suoi presunti compagni di sventura, finché, agli inizi di maggio del 2005, si era scoperto che non era un deportato e che non era mai stato prigioniero in un campo nazista. La scoperta l’aveva fatta un oscuro storico di nome Benito Bermejo, giusto prima di che venisse celebrato, nell’ex campo di Mauthausen, il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di sterminio, in una cerimonia alla quale per la prima volta avrebbe partecipato un presidente del governo spagnolo e in cui Marco avrebbe svolto un ruolo importante, al quale all’ultimo momento la rivelazione della sua impostura lo costrinse a rinunciare.

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Suite francese, di Irène Némirovsky

TRADUZIONE 1

Editore: Adelphi

Traduzione di: Laura Frausin Guarino

Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera.

Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano, dall’estrema linea dell’orizzonte — senza fretta si sarebbe detto. Quelli che non dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé i ciottoli e le onde, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di buoni che galoppano pesanti facendo tremare il suolo con gli zoccoli; ma il sogno finiva e socchiudendo appena gli occhi gli uomini mormoravano:

«È l’allarme?».

Le donne, più ansiose, più pronte, erano già in piedi. Alcune, dopo aver chiuso imposte e finestre, tornavano a letto. Il giorno precedente, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall’inizio della guerra, Parigi era stata bombardata; ma la popolazione non si era fatta prendere dal panico, benché le notizie fossero tutt’altro che buone. Nessuno riusciva a crederci. Così come nessuno avrebbe creduto all’annuncio di una vittoria. «Chi ci capisce qualcosa è bravo» diceva la gente. Le madri vestivano i bambini facendo luce con una pila. Poi alzavano di peso i piccoli corpi inerti e tiepidi: «Vieni, non avere paura, non piangere». È l’allarme. Si spegnevano le luci, ma sotto quel cielo di giugno dorato e trasparente ogni casa, ogni strada era visibile. Mentre la Senna pareva concentrare in sé ogni sparso chiarore per poi rifletterlo, centuplicato, come uno specchio sfaccettato: le finestre non oscurate a sufficienza, i tetti che luccicavano nell’ombra leggera, le guarnizioni di ferro delle porte su cui ogni sporgenza brillava debolmente, qualche semaforo rosso che, chissà perché, durava più a lungo degli altri — la Senna li attirava, li catturava e li faceva danzare nei suoi flutti. Dall’alto, doveva sembrare un fiume di latte. Guida gli aerei nemici, pensavano alcuni. Altri affermavano che era impossibile. In realtà nessuno sapeva niente. «Me ne resto a letto,» mormoravano voci assonnate «non ho paura». «Basta una volta e siamo fritti» rispondevano voci più sagge.

 

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TRADUZIONE 2

Editore: Fermento

Traduzione di Caterina Valoti

 

Questa notte farà caldo. Così pensavano i parigini in quell’aria di primavera. Notte di guerra, l’allarme. Ma la notte finisce e la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con i figli al fronte, le donne innamorate con gli occhi asciugati dalle lacrime, sentivano il primo gemito della sirena. Era ancora solo un ansito profondo simile al sospiro di un petto oppresso. Pochi istanti ancora e il cielo intero si sarebbe riempito di clamori che arrivavano da lontano, da oltre l’orizzonte, si sarebbe detto senza fretta. Quelli che dormivano sognavano il mare che spinge davanti a sé le onde e i ciottoli, la tempesta di marzo che scuote la foresta, una mandria di pesanti buoi in corsa che fa tremare sorda la terra sotto i loro zoccoli. Poi il sonno s’interrompeva e gli uomini farfugliavano socchiudendo appena gli occhi: «È l’allarme?».

Le donne, più nervose, più attente, erano già in piedi. Alcune, dopo aver chiuso le finestre e gli scuri, tornavano a letto. Il giorno precedente, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall’inizio della guerra alcune bombe erano cadute su Parigi; ma la popolazione manteneva la calma. Eppure le notizie erano brutte. Ma nessuno ci credeva. Come nessuno avrebbe creduto all’annuncio di una vittoria. «Chi ci capisce qualcosa?» diceva la gente. Si vestivano i bambini alla luce di una torcia elettrica. Le madri sollevavano tra le braccia i piccoli corpi abbandonati e tiepidi: «Su, non aver paura, non piangere». È l’allarme. Tutte le luci si spegnevano, ma sotto quel cielo di giugno dorato e trasparente ogni casa, ogni strada era visibile. La Senna sembrava concentrare in sé ogni sparso chiarore e rifletterlo centuplicato come uno specchio sfaccettato. Le finestre non completamente oscurate, i tetti che luccicavano nell’ombra leggera, le guarnizioni metalliche delle porte di cui ogni sporgenza brillava debolmente, qualche semaforo che inspiegabilmente restava acceso più a lungo degli altri, era la Senna ad attirarli, a catturarli, facendoli danzare nei suoi flutti. Dall’alto si doveva vederla scorrere bianca come un fiume di latte. Guidava gli aerei nemici, pensavano alcuni. Altri sostenevano che era impossibile. In realtà nessuno sapeva niente. «Me ne resto a letto», mormoravano voci insonnolite, «io non ho paura. — Comunque, basta una sola bomba», replicava qualcuno saggiamente.

Cuore di tenebra, di Joseph Conrad

TRADUZIONE 1

Editore: Feltrinelli

Traduzione di: Ettore Capriolo

Il Nellie, una iole da crociera, ruotò sull’ancora senza alcun tremolio delle vele e si immobilizzò. La marea era alta, il vento si era quasi del tutto placato e, dal momento che stavamo discendendo il fiume, l’unica cosa da fare era fermarsi ad aspettare il riflusso.

L’ultimo tratto del Tamigi verso il mare si stendeva davanti a noi, come l’inizio di una via d’acqua senza fin

e. Al largo, mare e cielo erano saldati assieme senza una giuntura, e in quello spazio luminoso le vele marrone dei barconi spinti a monte dalla marea parevano bloccate in rossi grappoli di tela fortemente appuntiti, tra un luccichio di livarde verniciate. Una nebbiolina era calata sulle basse sponde che scorrevano piatte a dissolversi nel mare. Sopra Gravesend l’aria era cupa e più lontano ancora pareva condensarsi in una lugubre foschia, che incombeva immobile sulla più grandiosa, e la più grande, città della terra.

Il direttore delle Com

pagnie era il nostro comandante e il nostro ospite. Noi quattro guardavamo con affetto la sua schiena mentre, in piedi sui masconi, contemplava il mare. Su tutto il fiume non c’era niente che avesse un aspetto così nautico. Sembrava un pilota, che per un marinaio è l’incarnazione stessa dell’affidabilità. Era difficile rendersi conte che il suo lavoro non si svolgeva laggiù nell’estuario luminoso, ma alle sue spalle sotto quel buio incombente.

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TRADUZIONE 2

Editore: Giunti

Traduzione di: Marco Longhi Paripurna

 

Il Nellie, uno yawl da crociera, girò sull’ancora, senza il minimo fileggiare delle vele, e si fermò. La marea si era alzata, il vento era quasi calmo e, dovendo discendere il fiume, l’unica cosa da fare era restare alla fonda ad aspettare il riflusso della marea.

L’ultimo tratto del Tamigi si stendeva davanti a noi come l’inizio di un’interminabile via d’acqua. Al largo, il mare e il cielo si saldavano senza giunture e, in quello spazio luminoso, le vele abbrunite dei barconi in risalita con la marea sembravano riposare in rossi grappoli di tele appuntiti, riflettendo bagliori con i pennoni scintillanti di vernice. Una leggera nebbia ricopriva le basse coste che si appiattivano svanendo verso il mare. Sopra Gravesend l’aria era scura e, più oltre ancora, pareva condensarsi in una lugubre cappa che incombeva immobile sulla più grande e importante città della terra.

Nostro comandante e ospite era il direttore delle Compagnie di navigazione. Noi quattro osservavamo con affetto la sua schiena mentre contemplava il mare dalla prua. Non vi era nulla su tutto il fiume che avesse anche solo la metà dell’aria navigata che aveva lui. Sembrava davvero un pilota, il che, per un uomo di mare, rappresentava l’affidabilità in carne e ossa. Era difficile convincersi che il suo lavoro non si svolgesse laggiù, nell’estuario luminoso, ma dietro di lui, sotto quella cappa incombente.

Rosa Ribas, La detective miope

Traduzione di Pierpaolo Marchetti

 

Molti detective privati sono ex poliziotti. Io no. Io sono la vedova di un poliziotto. E detective privata.

Lavoro per l’agenzia Detectives Marín, che è diretta dal suo fondatore, Miguel Marín Caballero, il mio capo.

Marín mi ha assunto immediatamente dopo il nostro primo colloquio. Quando dico immediatamente, voglio dire dopo aver parlato con me poco più di un’ora.

Era il mio secondo appuntamento quel giorno. Al mattino il direttore dell’agenzia Argos mi aveva liquidato in pochi minuti. Credo che in realtà mi avesse invitato solo per darmi un’occhiata, magari per vedere se in me trovava qualcosa. Non saprei dire cosa; ma a quanto pare devo averlo deluso. Mi restituì il curriculum con un misto di commiserazione e impazienza.

«Non si faccia troppe illusioni».

Perché no? Avevo voglia di lavorare, esperienza e buone referenze. Eccellenti quelle del capo della mia agenzia precedente, che si era così ripulito la coscienza per non avermi rinnovato il contratto al mio ritorno.

«Il tuo sostituto è molto bravo, Irene».

«Anch’io».

«Cerca di capire. È con noi da oltre sei mesi e si è integrato benissimo nella squadra».

Io ero in quell’agenzia da oltre otto anni e mi consideravo parte della squadra. Ma nessuno era venuto a reclamare il mio ritorno. Niente di personale, suppongo. Semplicemente non sapevano come trattarmi.

Il colloquio con Marín, dunque, era il secondo di quella giornata. Di quella giornata e in totale. E l’ultimo, sempre in totale. Le altre agenzie a cui avevo scritto non si erano nemmeno perse la briga di rispondermi.

Davanti ai miei occhi sfogliò il curriculum che gli avevo spedito.

«Mi sembra eccellente, signora Ricart. Proprio quello che stavo cercando».

Eccellente. Vi rendete conto? Aveva detto eccellente. Era vero, ma prima che quella bolla scoppiasse, decisi di pungerla io stessa:

«Sa che ho passato diversi mesi in una clinica psichiatrica, vero? Sette, per essere esatti».

«Per questo ho letto il suo curriculum, signora».