Javier Marías, Gli innamoramenti

L’ultima volta che vidi Miguel Desvern o Deverne fu anche l’ultima volta che lo vide sua moglie, Luisa, il che continua ad apparire strano e forse ingiusto, dal momento che lei era questo, sua moglie, e io ero invece una sconosciuta e non avevo scambiato con lui una sola parola. Non sapevo neppure il suo nome, lo seppi soltanto quando ormai era tardi, quando comparve la sua foto sul giornale, pugnalato e mezzo scoperto e sul punto di trasformarsi in un morto, ammesso che già non lo fosse per la sua stessa coscienza assente che non tornò più a farsi presente: l’ultima cosa di cui si dovette render conto era che lo stavano accoltellando per sbaglio e senza motivo, cioè in maniera imbecille, e oltretutto una volta e poi ancora un’altra, senza via di scampo, non una sola, con l’intento di eliminarlo dal mondo e di scacciarlo senza dilazione sulla terra, seduta stante. Tardi per che cosa, mi domando. La verità è che lo ignoro. Solo che quando qualcuno muore, pensiamo che ormai si sia fatto tardi per qualunque cosa, per tutto – tanto più per aspettarlo – e ci limitiamo a darlo per cancellato. Anche i nostri congiunti, sebbene ci costi molto di più e li piangiamo, e la loro immagine ci accompagni nella mente quando camminiamo per le strade e in casa, e crediamo per molto tempo che non ci abitueremo. Ma sin dall’inizio sappiamo – sin da quando ci muoiono – che non dobbiamo più contare su di loro, neppure per le cose più insignificanti, per una telefonata banale o una domanda sciocca («Me le hai lasciate lì le chiavi dell’auto?», «A che ora uscivano oggi i bambini?»), per nulla. Nulla è nulla. In realtà è incomprensibile, perché presuppone avere certezze e questo è in contrasto con la nostra natura: quella secondo cui qualcuno non verrà più, né dirà null’altro, né muoverà mai un altro passo – né per avvicinarsi né per discostarsi -, né ci guarderà, né distoglierà lo sguardo. Non so come resistiamo, né come ci riprendiamo.

(Traduzione di Glauco Felici)

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Il rosso e il nero, di Stendhal

Feltrinelli Editore, traduzione di Luigi Maria Sponzilli

La cittadina di Verrières può essere considerata una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche con i loro tetti a punta di tegole rosse si distendono sul pendio di una collina, con ciuffi di robusti castagni che ne mettono in evidenza ogni minima sinuosità. Il Doubs scorre qualche centinaio di piedi al di sotto delle fortificazioni, erette molto tempo fa dagli spagnoli e oggi in rovina.

Verrières è protetta a settentrione da un’alta montagna, che è una diramazione del Jura. Le cime frastagliate del Verra si coprono di neve ai primi freddi d’ottobre. Un torrente, che si precipita giù dalla montagna, attraversa Verrières prima di gettarsi nel Doubs, e fornisce il movimento a un gran numero di segherie, un’industria molto semplice che procura un certo benessere alla maggior parte degli abitanti, più contadini che borghesi. non sono tuttavia le segherie ad avere arricchito questa cittadina. É alla fabbrica di tele dipinte, dette di Mulhouse, che si deve la generale agiatezza grazie alla quale, dopo la caduta di Napoleone, sono state ricostruite le facciate di quasi tutte le case di Verrières.

Appena entrati in città si rimane storditi dal fracasso di una macchina rumorosa e dall’aspetto terribile. Venti martelli pesanti vengono sollevati da una ruota mossa dall’acqua del torrente, e ricadono con un rumore da far tremare il selciato. Ognuno di questi martelli forgia non so quante migliaia di chiodi al giorno. Sono delle graziose ragazza in fiore a mettere sotto i colpi di questi enormi martelli i pezzi di ferro che vengono rapidamente trasformati in chiodi. Un lavoro, tanto rude all’apparenza, che più di ogni altro stupisce il viaggiatore addentratosi per la prima volta fra le montagne che separano la Francia dalla Svizzera. Se, al suo ingresso in città, il viaggiatore chiede a chi appartenga questa bella fabbrica di chiodi che assorda i passanti sulla via principale, si sentirà rispondere strascicando le parole: “Ah! È del signor sindaco”.

 

 

 

Einaudi, traduzione di Margherita Botto

La cittadina di Verrières può essere considerata una delle più graziose della Franca Contea. Le case bianche, con i tetti aguzzi di tegole rosse, sono disposte sul fianco di una collina dove ogni minima sinuosità è evidenziata da macchie di vigorosi castagni. Il Doubs scorre poche centinaia di piedi sotto le fortificazioni costruite un tempo dagli spagnoli, e ora in rovina.

Verrières è protetta a nord da un alto monte, una propaggine del Giura. Le cime frastagliate del Verra si coprono di neve già ai primi freddi di ottobre. Un torrente che scende impetuoso dalla montagna attraversa Verrières per poi gettarsi nel Doubs, e fa funzionare un gran numero di segherie: è un’attività semplicissima, che procura una certa agiatezza alla maggior parte degli abitanti, più contadini che borghesi. Però non sono state le segherie ad arricchire la cittadina. È la manifattura di tele stampate, dette di Mulhouse, a garantire il diffuso benessere che, dalla caduta di Napoleone in po, ha permesso di restaurare le facciate di quasi tutte le case di Verrières.

Già entrando in città si resta storditi dal frastuono di una macchina rumorosa e dall’aspetto terribile. Venti pesanti martelli si abbattono con un fracasso da far tremare il selciato, sollevati da una ruota mossa dal torrente. Ognuno fabbrica non so quante migliaia di chiodi al giorno. Sono ragazze fresche e graziose a porre sotto gli enormi martelli i pezzetti di ferro che vengono rapidamente trasformati in chiodi. Quel lavoro, che appare così rude, è fra quelli che più stupiscono il viaggiatore quanto si inoltra per la prima volta tra le montagne che separano la Francia dalla Svizzera. Se, entrando a Verrières, chiede a chi appartenga la bella fabbrica di chiodi che l’assorda mentre percorre la via principale, si sente rispondere con una cadenza strascicata: «Eh, è del signor sindaco!»

 

Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde

Giunti Editore, traduzione di Luciana Pirè

            Lo studio era pervaso dal sontuoso profumo delle rose e, quando la brezza estiva frusciava lievemente tra gli alberi del giardino, dalla porta aperta penetrava l’intenso effluvio dei lillà o la più delicata fragranza delle rose canine.
Dall’angolo del divano di cuoio orientale sul quale era sdraiato, fumando come suo solito innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton intravedeva il baluginino dei fiori dei maggiociondoli – del colore del miele e come il miele dolci – i cui tremuli ramoscelli pareva fossero appena in grado di sopportare il fulgore di tanta bellezza. A tratti, fantastiche ombre di uccelli in volo guizzavano sulle lunghe tende di seta tese davanti all’ampia finestra, e creavano un fuggevole effetto giapponese che gli ricordava quei pittori di Tokyo dal viso di pallida giada che, con i mezzi di un’arte fatalmente statica, tentano di racchiudere sulla tela il senso del movimento e della velocità. Il cupo ronzio delle api – che di facevano largo fra i cumuli d’erba non falciata o roteavano con monotona insistenza intorno agli aghi impolverati d’oro dei caprifogli sparsi in terra – rendeva la sensazione d’immobilità ancora più opprimente. Il rombo sommesso di Londra giungeva come la nota bassa di un organo lontano.
Al centro della stanza, fissato a un cavalletto, si trovava il ritratto a figura intera di un giovane di straordinaria bellezza e, di fronte, a una certa distanza, sedeva l’artista, Basil Hallward, la cui improvvisa sparizione alcuni anni prima aveva suscitato grande clamore e dato spunto a tante strane congetture.
Mentre il pittore contemplava la forma aggraziata e attraente che la sua arte aveva abilmente rispecchiato, un sorriso compiaciuto gli passò sul viso, e lì sembrò quasi indugiare. All’improvviso balzò in piedi e, chiudendo gli occhi, si coprì le palpebre con le dita, come a voler imprigionare nella mente uno strano sogno dal quale temeva di risvegliarsi.

 

Einaudi, traduzione di Franco Ferrucci

Lo studio era pervaso da un denso odore di rose, e quando il leggero vento estivo si agitava fra gli alberi del giardino, dalla porta aperta giungeva il forte aroma dei gigli o il più delicato profumo dei biancospini.
Dall’angolo del divano fatto di gualdrappe persiane sul quale era sdraiato, fumando, come al solito, una sigaretta dopo l’altra, lord Henry Wotton scorgeva il luccichio dei fiori di laburno, dal sapore di miele e dal colore di miele, i cui ramoscelli tremuli parevano poter appena sostenere il peso della loro fiammeggiante bellezza; e a tratti le ombre fantastiche di uccelli in volo svariavano tra le tende di seta grezza tirate davanti alle grandi finestre, e producevano una sorta di rapido effetto giapponese. Gli ricordavano quei pittori di Tokyo dalle pallide facce color di giada, che, con un’arte forzatamente immobile, cercano di comunicare un senso di rapidità e di movimento. Il cupo brusio delle api che si aprivano la strada nell’erba a lungo non tagliata, o giravano con monotona insistenza intorno alle punte dorate dei caprifogli dalla fioritura disordinata, sembravano rendere l’immobilità ancora più opprimente. Il fievole frastuono di Londra era come la nota di basso di un organo lontano.
Al centro della stanza, sistemato su un cavalletto verticale, si levava il ritratto completo di un giovane uomo di straordinaria bellezza, e lì davanti, a qualche distanza, sedeva l’artista in persona, Basil Hallward, la cui improvvisa scomparsa, qualche anno fa, causò tanta eccitazione pubblica e dette origine a tante strane congetture.
Mentre il pittore guardava la figura aggraziata ed elegante che aveva reso con tanta bravura nella propria arte, un sorriso di piacere gli passò sul viso e sembrò dovervi rimanere. Ma d’improvviso balzò in piedi, e, chiudendo gli occhi, pose le dita sulle palpebre, come se volesse imprigionare nella sua mente un qualche sogno curioso da cui temeva di doversi svegliare.

Intervista a Anna Lovisolo: per tradurre ci vuole costanza

Ciao, Anna. Raccontaci chi sei.

Buongiorno a voi. Faccio la traduttrice editoriale da quasi vent’anni e traduco principalmente narrativa non-fiction. Che cos’è? Sono saggi che raccontano la realtà in maniera narrativa; nel mio caso, soprattutto storia delle idee, dei luoghi, della cultura. Per esempio, ho tradotto London Calling, il libro di Barry Miles (Edt 2012) sulla cultura underground di Londra dal 1945 a oggi. Ma anche cose come Il respiro degli abissi di James Nestor (Edt 2015), che parla della vita sottomarina, dal canto delle balene ai ricercatori che nuotano con gli squali e agli apneisiti, oppure Il paradiso ritrovato di Brook Wilensky-Lanford (Edt, 2012), una narrazione colta e insieme divertente su chi, soprattutto nel xix e xx secolo, ha cercato il sito geografico reale dell’Eden.

 

Hai sempre saputo di voler fare la traduttrice o ci sei arrivata per caso?

In realtà è stato un percorso tortuoso. Al liceo mi divertivo a tradurre dal greco e dal latino a prima vista, poi però mi sono laureata in filosofia. Nel frattempo leggevo molti romanzi in inglese per imparare bene la lingua, e mentre li leggevo mi veniva voglia di tradurli. Diciamo che era un po’ un istinto. Era la fine degli anni Novanta, a Milano non c’erano corsi di traduzione, ma grazie a un amico che mi ha presentato sono entrata in contatto con due editori, Sylvestre Bonnard (che ora non c’è più) e poco tempo dopo Neri Pozza: fortunatamente mi hanno preso entrambi: anche se non avevo alcuna esperienza le prove di traduzione evidentemente erano andate bene. Vittorio Di Giuro, che era direttore editoriale di Sylvestre Bonnard e a sua volta traduttore, mi ha insegnato tantissime cose. Gli devo molto e gli sono molto grata per la fiducia che mi ha dato.

 

Che consiglio vorresti dare a chi vuole entrare nel mondo della traduzione?

Rispetto a quando ho iniziato a lavorare io, nei primi anni del 2000, adesso ci sono molte più opportunità di formazione, e credo che frequentare un corso, se si ha la possibilità di farlo, sia utile: può aiutare a evitare degli errori che io probabilmente ho fatto. D’altro canto è anche più difficile entrare a far parte del mondo della traduzione editoriale, perché ci sono molti più soggetti che vogliono intraprendere questo percorso professionale, e i compensi sono purtroppo mediamente più bassi.

Io vorrei dire tre cose. La prima è che bisogna essere umili: all’inizio si deve tradurre un po’ di tutto, sia perché questo è un lavoro che si impara molto facendolo, sia perché è necessario trovare la propria strada. Io come tanti volevo tradurre narrativa, e con Neri Pozza ne ho avuto l’opportunità, poi ho scoperto che mi piaceva molto la non-fiction, che traducevo per Sylvestre Bonnard, e soprattutto la letteratura di viaggio, che avevo “sperimentato” traducendo qualche titolo della collana “Il cammello battriano” di Neri Pozza, perciò ho preso quella direzione. Ma naturalmente ci è voluto un po’ di tempo.

La seconda è che bisogna conservare la propria dignità: se vi propongono tariffe troppo basse non dovreste accettarle. Il lavoro ha sempre un valore, anche se si è degli esordienti. Per questo è importante secondo me non pensare che la traduzione possa essere la vostra unica fonte di reddito, soprattutto all’inizio. Io avevo un lavoro fisso, part-time, che mi garantiva un’entrata regolare e che integravo con le traduzioni.

La terza è che questo lavoro richiede molta costanza, molta pazienza: per tradurre bisogna essere disciplinati, saper gestire il proprio tempo e lavorare anche sulle singole parole. E poi ci vuole costanza per raggiungere dei risultati professionali soddisfacenti.

 

Come entri in contatto con nuovi committenti?

Attualmente se c’è un editore che mi interessa mando il curriculum, e poi se mi chiama faccio una prova di traduzione. Negli ultimi anni mi è capitato anche di essere contattata io da editori che magari avevano letto un mio lavoro. Però ormai ho tradotto una quarantina di titoli, e questo naturalmente rappresenta una garanzia per i committenti. All’inizio non è così semplice, bisogna farsi avanti con un po’ di faccia tosta, frequentare le fiere e i festival, fare un corso, stare con intelligenza sui social. Insomma, nel xxi secolo ci sono molti mezzi per farsi notare, usiamoli! Io adesso lavoro molto con Edt, ho iniziato credo nel 2009: avevano da poco inaugurato una collana di narrativa di viaggio e storia delle idee che mi interessava, La biblioteca di Ulisse, perciò mi sono proposta con il mio curriculum, che allora era decisamente meno ricco di adesso. Mi hanno chiamato, e da lì è nata una collaborazione molto bella, che prosegue tuttora.

 

Leggi sempre tutto il testo prima di cominciare a tradurre? Come ti organizzi?

In realtà non leggo mai il libro prima di tradurlo. Mi piace scoprirlo mentre procedo, e trovare con il tempo il giusto tono di voce. La traduzione è un lento processo di avvicinamento a un autore e alla sua scrittura. Per prima cosa faccio una traduzione molto grezza e molto letterale. È brutta, ma mi aiuta a restare aderente al testo, a non fare errori e a essere precisa, cosa molto importante soprattutto nella non-fiction. Quando ho finito di scrivere sono a metà dell’opera: generalmente rileggo la mia traduzione due o tre volte, curo la sintassi, riordino la punteggiatura, controllo e decido quali siano i termini più adatti. Infine traduco gli apparati, cioè la bibliografia e l’indice analitico. Dopo la consegna a volte lavoro con il revisore, ci confrontiamo se ha dei dubbi o se ci sono dei passaggi non chiari che bisogna modificare.

 

Qual è la cosa che ami di più di questo lavoro? E quella che ami di meno?

La cosa che amo di più è scrivere, comporre materialmente il testo. Dovete pensare che il traduttore quando inizia un nuovo lavoro si trova davanti la classica pagina bianca. Altrettanto entusiasmante è cercare di mantenere sempre l’equilibrio tra precisione e creatività. Secondo me questo è l’aspetto più importante, direi fondamentale, del lavoro di traduzione.

Invece quello che mi sta pesando, che attualmente mi piace meno, è la solitudine. Si lavora in casa, si hanno pochissime occasioni di confronto con i colleghi e con il mondo esterno, dal punto di vista professionale, e questa cosa a lungo andare è sfibrante, almeno per me. Per fortuna ci sono i social e le liste dedicate, con cui mi tengo in contatto e scambio informazioni con gli altri traduttori e con chi lavora nel settore editoriale.

 

C’è una traduzione che hai amato particolarmente, e perché?

Ammetto di essere fortunata, in qualche modo, perché sono davvero pochi i libri che non mi è piaciuto tradurre. O forse, come dicevo sopra, a un certo punto ho capito che cosa volevo fare, nel campo della traduzione, e mi sono buttata in quella direzione. Per cui no, forse non c’è un libro che amo più degli altri. Alcuni, come la storia del Chelsea Hotel di New York (Sherill Tippins, Chelsea Hotel. Viaggio nel palazzo dei sogni, Edt, 2014), in cui hanno vissuto scrittori, artisti e rockettari, magari mi hanno particolarmente divertito mentre li traducevo, altri li ho trovati forse più noiosi, però non saprei citare un “preferito”.

 

Come sono i rapporti con gli autori che traduci? Ti metti in contatto con loro per avere chiarimenti sul testo?

In realtà non è la norma entrare in contatto con gli autori, soprattutto nel settore della non-fiction, e spesso non servirebbe neppure. Di solito se c’è qualche problema sul testo la casa editrice fa da filtro, e si cerca di risolverlo con l’editor. Un anno e mezzo fa invece un medico-scrittore inglese, Gavin Francis, ha voluto leggere la mia traduzione del suo libro prima che uscisse, perché conosce un po’ l’italiano; il libro si chiama Avventure nell’essere umano (Edt 2016), ed è un racconto molto poetico e divertente di come siamo fatti, di come funziona il nostro corpo; la traduzione gli è piaciuta e nel frattempo ho potuto chiedergli lumi su alcuni dubbi che mi erano rimasti. È stata un bella esperienza, siamo rimasti in contatto.

Poi si creano anche rapporti di continuità, quando traduci più libri dello stesso autore: alla fine diventa un po’ tuo amico. A me sta capitando con un biologo americano, Bill Streever, che ha scritto un libro sul freddo, Gelo, uno sul caldo, Calore, e l’ultimo, sul vento, che uscirà tra qualche mese per Edt, come gli altri due.

 

Per chiudere, ci racconti su cosa stai lavorando?

Ho appena finito la prima stesura della traduzione di un libro che racconta la storia di tre donne volitive e indipendenti, Luisa Casati, Doris Castlerosse e Peggy Guggenheim, e del loro rapporto con la città di Venezia nell’arco del Novecento. Un altro libro che, tanto per cambiare, mi è piaciuto molto.

Musso, Un appartamento a Parigi

Londra, un sabato mattina sul tardi

Ancora non lo sai, ma tra meno di tre minuti affronterai una delle prove più ardue della tua esistenza. Una prova che non avevi previsto, ma che ti segnerà con il dolore di un marchio a fuoco sulla pelle morbida.
Per ora cammini, tranquilla, nella galleria di negozi dall’aspetto di un antico atrio. Dopo dieci giorni di pioggia, il cielo ha ritrovato un bel color turchese. I raggi di sole che rendono cangiante la vetrata del centro commerciale ti hanno messo di buon umore.
Per festeggiare l’arrivo della primavera, ti sei persino concessa quel vestitino rosso a pois bianchi che ti faceva l’occhiolino da un paio di settimane. La tua giornata si preannuncia piacevole: prima, un pranzo con Jul’, la tua migliore amica, una seduta di manicure tra donne, probabilmente una mostra a Chelsea, poi stasera il concerto di PJ Harvey a Brixton. Una tranquilla navigazione tra le sinuose anse della tua vita.
Se non che all’improvviso, te ne accorgi.

***

È un bambino biondo vestito con una salopette di jeans e un montgomery blu oltremare. Due anni forse, o poco più. Grandi occhi chiari e vivaci che brillano dietro a occhiali colorati. Lineamenti delicati messi in risalto da un faccino tondo da bambolotto incorniciato da corti riccioli lucenti come il grano sotto il sole d’estate. Lo guardi da un po’, da lontano, ma più ti avvicini, più sei incantata dal suo viso. Un territorio vergine, radioso, che né il male né la paura hanno ancora avuto il tempo di contaminare.
Su quel musetto, non vedi altro che un ventaglio di possibilità. Gioia di vivere, felicità allo stato puro.
Adesso, anche lui ti sta guardando. Un sorriso complice e candido illumina il suo volto. Con orgoglio, ti mostra l’aeroplanino di metallo che fa volare sulla sua testa tra le dita paffute.
– Vroommm…

(Traduzione di Emanuela Costantini)

Ildefonso Falcones, La regina scalza

Maledetto don José! Caridad se n’era presa cura durante la traversata. Dicevano che avesse la «peste delle navi». «Morirà», avevano dichiarato con convinzione. E infatti il male se l’era portato via dopo una lenta agonia, mentre il suo corpo si consumava poco a poco tra orrendi gonfiori, sfoghi cutanei ed emorragie. Per un mese padrone e schiava erano rimasti chiusi a poppa, in una piccola cabina dall’aria viziata con una sola amaca che don José, dopo aver pagato una bella somma, era riuscito a farsi costruire dal comandante con delle assi, sottraendo spazio a quella di uso comune destinata agli ufficiali.

«Elegguà, fa’ che la sua anima non riposi mai in pace, che vaghi per il mondo» gli aveva augurato Caridad percependo un quello spazio esiguo la potente presenza dell’Essere Supremo, il Dio che regge il destino degli uomini. E come se l’avesse sentita, il padrone le aveva chiesto pietà con i suoi impressionanti occhi itterici, allungando una mano in cerca del calore della vita che, lo sentiva, lo stava abbandonando. Sola con lui nella cabina, Caridad gli aveva negato quella consolazione. Lei non aveva forse teso la mano mentre la separavano dal suo piccolo Marcelo? E cos’aveva fatto il padrone? Aveva ordinato di portar via il bambino.

«E falla tacere!» aveva aggiunto nello spiazzo davanti alla casa grande, dove gli schiavi si erano riuniti per sapere chi sarebbe stato il loro nuovo padrone e quale destino li aspettasse. «Non sopporto…»

Don José si era zittito di colpo, vedendo le facce stupite degli schiavi. Con una reazione istintiva, Caridad aveva spintonato il sorvegliante e, liberatasi dalla sua stretta, stava per correre dal suo bambino, quando si era resa conto dell’imprudenza commessa, e si era fermata. Per qualche istante si erano sentiti solo gli strilli acuti e disperati di Marcelo.

«Volete che la frusti, don José?» aveva chiesto il sorvegliante mentre riacciuffava Caridad per un braccio.

«No», aveva concluso l’altro dopo averci riflettuto. «Non voglio portarla in Spagna tutta rovinata».

A un cenno deciso del sorvegliante, Cecilio, un nero enorme, aveva trascinato il bambino verso la capanna. Caridad era caduta in ginocchio e il suo pianto si era intrecciato a quello di suo figlio. Era stata l’ultima volta che l’aveva visto. Non le avevano nemmeno permesso di dirgli addio…

«Caridad, cosa fai lì impalata, ragazza?»

Sentendo il proprio nome, Caridad tornò con i piedi per terra e in quel baccano riconobbe la voce di don Damián, il vecchio cappellano della Reina, anche lui appena sbarcato.

(Traduzione di Roberta Bovaia e Silvia Sichel)

Gary Shteyngart, Mi chiamavano piccolo fallimento

Un anno dopo essermi laureato lavoravo downtown, all’ombra immensa del World Trade Center, e durante la mia scanzonata pausa pranzo quotidiana di quattro ore passavo davanti ai due giganti mangiando e bevendo e proseguivo su per Broadway, giù per Fulton Street, fino allo Strand Book Annex. Nel 1996 la gente leggeva ancora i libri e la città poteva permettersi una succursale extra del leggendario Strand nel Financial District, a dimostrazione che all’epoca ci si aspettava che agenti di cambio, segretarie, funzionari governativi… tutti avessero una qualche vita interiore.

Nel corso dell’anno precedente avevo tentato di fare l’assistente in uno studio legale che si occupava di diritti civili, ma non era andata bene. Lavorare in uno studio legale richiedeva grande attenzione ai dettagli, molta più attenzione di quanta ne potesse garantire un giovanotto nervoso con la coda di cavallo, un problemino di abuso di sostanze psicotrope e una spilla a forma di foglia di marijuana sulla cravatta con finto nodo. Più vicino di così a esaudire il sogno dei miei genitori di vedermi avvocato non sarei arrivato. Come la maggior parte degli ebrei sovietici, come quasi tutte le persone immigrate dai paesi comunisti, i miei genitori erano profondamente conservatori, e non avevano mai tenuto in grande considerazione i quattro anni che avevo passato alla mia università progressista, l’Oberlin College, a studiare marxismo e scrittura. Durante la sua prima visita a Oberlin, mio padre si piazzò sopra una gigantesca vagina dipinta in mezzo al cortile interno dall’organizzazione di lesbiche, gay e bisessuali del campus, e ignaro della crescente marea di fischi e della calca, mi sciorinò le differenze fra le stampanti laser e le stampanti a getto di inchiostro, e in particolare i prezzi al dettaglio delle cartucce. Se non sbaglio, era convinto di trovarsi sopra una pesca.

(Traduzione di Katia Bagnoli)

Cuore di ghiaccio, Almudena Grandes

Le donne non portavano calze. Le ginocchia grosse, sporgenti, carnose, sottolineate dall’elastico dei gambaletti, spuntavano a tratti da sotto l’orlo degli abiti, che non erano abiti ma piuttosto federe di tela leggera, senza forma né risvolti. Non saprei come definirle. Fu per questo che le notai, piantate come alberi tozzi sull’erba incolta del cimitero, senza calze, senza stivali, con le giacche di lana pesante che si stringevano al petto incrociando le braccia come unico cappotto.

Neanche gli uomini indossavano il cappotto, ma si erano chiusi le giacche, anch’esse a maglia e pesanti, più scure, per affondare le mani nelle tasche dei pantaloni. Si assomigliavano tra loro come le donne. Avevano tutti la camicia abbottonata fino al collo, la barba dura fatta da poco e i capelli cortissimi. Alcuni portavano un basco, altri no, ma la posa era la stessa, le gambe larghe, la testa ben dritta, i piedi incollati al terreno, alberi pure loro, bassi e robusti, capaci di resistere alle avversità, vecchissimi e allo stesso tempo assai forti.

Anche mio padre disdegnava il freddo e i freddolosi. Mi tornò in mente, in quell’istante, mentre il vento gelido di montagna – un filo d’aria, avrebbe detto lui – mi tagliava la faccia con una lama orizzontale, affilatissima. All’inizio di marzo il sole sa imbrogliare, fingersi più maturo, più caldo nelle ultime mattine invernali, quando il cielo pare una fotografia di se stesso, d’un blu così intenso che sembra ritoccato da un bambino con un pastello a cera, il cielo ideale, limpido, profondo, trasparente, le montagne sullo sfondo, le cime ancora ingioiellate di neve e qualche pallida nube che si sfilaccia lenta, per confermare con la propria indolenza la perfezione di un miraggio primaverile. Che bella giornata, avrebbe detto mio padre, ma io avevo freddo, il vento gelido mi tagliava la faccia e l’umidità del terreno trapassava la suola dei miei stivali, la lana dei calzettoni, la fragile barriera della pelle, per congelarmi le ossa delle dita, le piante dei piedi, le caviglie. Dovevate sentire in Russia, in Polonia, ci diceva lui quando eravamo piccoli e ci lamentavamo del freddo che faceva al suo paese in mattinate come quella, certe domeniche d’inverno in cui il cielo più bello del mondo sceglieva Madrid per mostrarsi all’alba.

(Traduzione di Roberta Bovaia)

Insieme e basta, di Anna Gavalda

Traduzione di Antonella Viale e Marcella Maffi, Sperling & Kupfer

Paulette Lestafier non era poi matta come dicevano. Certo che sapeva distinguere un giorno dall’altro, dato che ormai non aveva altro da fare. Contarli, aspettarli e dimenticarli. Sapeva benissimo che quel giorno era mercoledì. Infatti era pronta! Si era messa il cappotto, aveva preso la sporta e riordinato i buoni sconto. Aveva anche sentito la macchina dell’Yvonne da lontano… Ma ecco che il gatto si era messo davanti alla porta, aveva fame e lei era caduta proprio mentre si chinava per porgergli la ciotola, battendo la testa contro il primo gradino della scala.

Paulette Lestafier cadeva spesso, ma era un segreto. Non doveva parlarne, a nessuno.

«A nessuno, chiaro?» si minacciava in silenzio. «Né e Yvonne, né al medico, né, meno che mai, al tuo ragazzo…»

Ora doveva rialzarsi piano piano, aspettare che gli oggetti tornassero normali, spalmarsi un po’ di pomata e nascondere quei maledetti lividi.

I lividi di Paulette erano proprio lividi. Giallo livido, verde livido, o viola livido e le rimanevano sul corpo a lungo. Troppo a lungo. A volte anche per mesi… Era difficile nasconderli. Tutti le chiedevano perché si vestisse sempre come se fosse inverno, perché portasse calze spesse e non si togliesse mai il golfino.

Soprattutto il ragazzo la tormentava: «Che c’è, nonna? Che cos’è tutta ’sta roba? Levatela di dosso, sennò crepi di caldo!»

No, Paulette Lestafier non era affatto matta. Sapeva che quei lividi enormi che non andavano mai via, prima o poi le avrebbero portato guai…

Sapeva che cosa succede alle vecchie inutili come lei. Quelle che lasciano crescere la gramigna nell’orto e si aggrappano ai mobili per non cadere. Le vecchie che non riescono a fare entrare il filo nella cruna dell’ago e non si ricordano nemmeno più come si fa ad alzare il volume della tele. Quelle che schiacciano tutti i tasti del telecomando e finiscono per spegnere l’apparecchio piangendo di rabbia.

Piccole lacrime amare.

La testa tra le mani davanti a una tele morta.

 

 

 

Il cacciatore di aquiloni, di Khaled Hosseini

Traduzione di Isabella Ivaj, Edizioni Piemme

 

Dicembre 2001

Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

Nell’estate del 2001 mi telefonò dal Pakistan il mio amico Rahim Khan. Mi chiese di andarlo a trovare. In piedi in cucina, il ricevitore incollato all’orecchio, sapevo che in linea non c’era solo Rahim Khan. C’era anche il mio passato di peccati non espiati. Dopo la telefonata andai a fare una passeggiata intorno al lago Spreckels. Il sole scintillava sull’acqua dove dozzine di barche in miniatura navigavano sospinte da una brezza frizzante. In cielo due aquiloni rossi con lunghe code azzurre volavano sopra i mulini a vento, fianco a fianco, come occhi che osservassero dall’alto San Francisco, la mia città d’adozione. Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava: Per te qualsiasi cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni.