Arturo Pérez Reverte, Il maestro di scherma

Battaglia-di-Pavia-quarto-arazzoLa flessibile lama italiana si curvò, infierendo un robusto colpo di bottone sul petto dell’avversario.

«Toccato, eccellenza.»

Luis de Ayala-Velate y Vallespín, marchese de los Alumbres, soffocò una maledizione degna del suo rango mentre si strappava, furibondo, la maschera che gli copriva il volto. Era congestionato, rosso per il calore e lo sforzo. Spesse gocce di sudore colavano dall’attaccatura dei capelli, inzuppandogli sopracciglia e baffi.

«Che io sia maledetto, don Jaime!» C’era una nota d’umiliazione nella voce dell’aristocratico. «Ma come è possibile? È la terza volta in meno di un’ora che mi fate mangiare la polvere».

Jaime Astarloa si strinse nelle spalle con la dovuta modestia. Quando si tolse la maschera, sotto i baffi spruzzati di fili bianchi la bocca disegnava un sorriso gentile.

«Oggi non è la vostra giornata, eccellenza»

Luis de Ayala scoppiò in una risata gioviale e a lunghi passi attraversò il salone decorato con preziosi arazzi fiamminghi e panoplie di antiche spade, fioretti e sciabole. I suoi capelli, crespi e folti, ricordavano vagamente la criniera di un leone. In lui tutto era vitale, esuberante: il corpo grande e ben piantato, la voce energica, l’inclinazione per gli atteggiamenti ampollosi, gli accessi di passione e di allegro cameratismo. A quarant’anni, scapolo, prestante e, a detta di tutti, in possesso di una considerevole fortuna, giocatore e donnaiolo impenitente, il marchese de los Alumbres era il prototipo dell’aristocratico scapestrato tanto comune nella Spagna del XIX secolo: non aveva mai letto un libro in vita sua, ma poteva recitare a memoria la genealogia di qualsiasi cavallo famoso negli ippodromi di Londra, Parigi o Vienna. Quanto alle donne, gli scandali che di tanto in tanto regalava alla società madrilena costituivano l’argomento dei salotti, sempre avidi di novità e di chiacchiere. Portava i suoi quarant’anni splendidamente, e il solo nominarlo evocava, tra le dame, slanci romantici e passioni tempestose.

(Traduzione di Paola Tommasinelli)

J.D. Salinger, Franny e Zooey

franny-and-zooey_273736Anche se c’era un bel sole, sabato mattina era di nuovo tempo da cappotto, non da soprabito, com’era stato tutta la settimana e come tutti avevano sperato continuasse durante il gran week-end, il week-end dell’incontro con lo Yale. Dei venti e più giovanotti in attesa alla stazione che le loro ragazze arrivassero col dieci-e-cinquantadue, non più di sei o sette erano fuori sul marciapiede freddo e scoperto. Gli altri, senza cappello e avvolti nel fumo, erano sparsi in gruppetti di due, di tre o di quattro, per la sala d’aspetto riscaldata. Parlavano con voci nelle quali, quasi senza eccezione, risuonava l’accento dogmatico dei college, come se ciascuno di quei giovanotti, nelle sue stridule battute, stesse liquidando una volta per tutte un qualche profondissimo problema che il mondo degli estranei, dei profani, aveva, magari apposta, inutilmente complicato per secoli.

Lane Coutell, che doveva avere una fodera di lana abbottonata sotto il Burberry, era uno dei sei o sette ragazzi in attesa sul marciapiede scoperto. Cioè, era e non era uno di loro. Per dieci minuti o anche più era rimasto ostentatamente in disparte dalla conversazione degli altri ragazzi, la schiena appoggiata alla rastrelliera degli opuscoli gratuiti della Christian Science, le mani senza guanti infilate nelle tasche dell’impermeabile. Portava una sciarpa marrone di cashmere che gli si era arrampicata sul collo, lasciandolo quasi senza riparo. Improvvisamente, con aria di noncuranza, tirò fuori la mano destra dalla tasca e si mise ad aggiustarsi la sciarpa, ma prima che fosse a posto cambiò parere e adoperò la stessa mano per pescare una lettera dalla tasca interna della giacca. Cominciò subito a leggerla, la bocca semiaperta.

La lettera era scritta – scritta a macchina – su carta azzurro pallido. Era stropicciata, sgualcita, come se fosse stata tolta dalla busta e letta già parecchie volte.

(Traduzione di R.C. Cerrone e R. Bianchi)

 

Intervista a Marina Rullo di Biblit: fare rete è un elemento imprescindibile nella vita professionale

handa-per-sfondo2-prova1Buongiorno Marina, e grazie dell’intervista. Ci racconti un po’ di lei e del suo rapporto con la traduzione.

Grazie a voi di questa opportunità. Mi sono laureata in lingue alla Sapienza di Roma, dove ho successivamente frequentato un corso di perfezionamento in teoria e prassi della traduzione letteraria. Sono poi riuscita a pubblicare le opere che avevo tradotto per la tesi di laurea e la tesi del corso di perfezionamento, e da lì ho cominciato a lavorare. Purtroppo, il primo impatto con l’editoria non è stato dei migliori. Questo mi ha spinto a interessarmi alla condizione professionale di chi traduce in diritto d’autore e, alla fine, mi sono ritrovata a occuparmi più di traduttori che di traduzione. Il che, per certi versi, è stato un bene. Di traduzioni ben fatte ce n’erano tante, ma di persone impegnate nella tutela dei traduttori, almeno in quegli anni, ben poche.

Quando è nato Biblit e che cos’è?

Biblit, nella sua doppia articolazione di sito e mailing-list, è uno spazio di confronto dedicato ai traduttori letterari da e verso l’italiano, nato nel 1999. Le prime esperienze negative con l’editoria mi avevano fatto subito capire quanto fosse importante la condivisione per superare i limiti di un settore così individualistico e competitivo e ho approfittato della nascente comunità virtuale (Internet era ancora agli albori in Italia) per offrire ai traduttori la possibilità di confrontarsi sulla professione. E poiché credo nelle sinergie e nella capacità di vedere la situazione da punti di vista diversi, ho scelto sin dall’inizio di non circoscrivere il dialogo ai soli traduttori, ma di aprirlo a tutti gli esponenti dell’editoria interessati al tema. Nel giro di pochi anni, Biblit è diventata un punto di riferimento per centinaia di professionisti, anche grazie alle tante risorse e informazioni messe a disposizione attraverso il sito web.

Quanto è importante per un traduttore fare rete?

Credo sia un elemento imprescindibile nella vita professionale. Non solo per condividere informazioni e risorse e trovare nuove opportunità di lavoro, ma anche per acquisire consapevolezza dei propri diritti e sentirsi parte attiva di una categoria.

Sappiamo che la formazione continua è una parte integrante del lavoro del traduttore. Cosa consiglia a un aspirante traduttore editoriale per iniziare?

Innanzitutto, di sgombrare il campo dall’alone romantico che ancora circonda questa professione. Tradurre può essere un’attività gratificante, ma non c’è nulla di romantico nel firmare un contratto o nel negoziare un compenso o nel passare i fine settimana incollati al computer per rispettare una scadenza ravvicinata. Passato il primo entusiasmo nel vedere il proprio nome sul frontespizio di un libro, resta la realtà del lavoro e bisogna essere disposti, e preparati, ad affrontarla.

La seconda cosa che consiglio è di autovalutare con obiettività il proprio carattere. Per quanto Internet e gli spazi di confronto come Biblit abbiano favorito la nascita di uno spirito di categoria, la traduzione resta un lavoro autonomo, in cui la negoziazione individuale e la capacità di emergere hanno un ruolo chiave. Aspetti ulteriormente accentuati dalla crisi che in questi anni ha colpito l’editoria, portando alla progressiva riduzione del numero di titoli tradotti. Competenza e buona volontà non bastano. Ci vogliono anche grande determinazione e capacità di autopromozione continua.

Quali sono secondo lei le qualità che un traduttore dovrebbe coltivare per svolgere al meglio la sua professione?

L’umiltà di non sentirsi mai “arrivati” e di continuare ad affinare le proprie competenze. La correttezza nei confronti del testo e nei rapporti professionali. La consapevolezza di fare parte di una categoria e di poter contribuire a migliorarne le condizioni insieme ai colleghi.

Si sente di consigliare qualche utile strumento per chi traduce?

Suona un po’ come Cicero pro domo sua, ma, più che uno strumento, mi sentirei di consigliare un intero repertorio di strumenti: il sito di Biblit. Dizionari, software per il lavoro, studi di settore, informazioni legali, articoli… ce n’è per tutti, esordienti e professionisti.

La presenza a fiere ed eventi quale vantaggio può portare a un traduttore alle prime armi?

Personalmente, sconsiglio agli esordienti di vedere nelle fiere l’occasione per fare volantinaggio di CV: gli editori, o gli editor, presenti hanno altro per la mente e quei fogli benintenzionati il più delle volte prendono la strada del cestino. Meglio cogliere l’opportunità per visitare con calma gli stand, farsi un’idea delle diverse linee editoriali e delle tendenze generali del mercato, appuntarsi il nome di chi in casa editrice segue la narrativa straniera, scambiare due parole, approfittare dei laboratori e degli incontri sulla traduzione che ormai vengono offerti in quasi tutte le fiere. Tutte informazioni utili non solo per orientarsi nella professione, ma anche per elaborare una eventuale proposta letteraria da sottoporre agli editori.

E a un traduttore che già lavora da molti anni?

Come ho detto, questa professione richiede aggiornamento e autopromozione continua. Per chi ha già esperienza le fiere sono ottime occasioni per incontrare di persona gli editori e gli editor con cui già si lavora o si vorrebbe lavorare. Gli eventi sulla traduzione, poi, non sono pensati solo per gli esordienti: spesso offrono interessanti opportunità di confronto e crescita professionale anche per chi già lavora nel settore. Infine, tra gli aspetti più belli delle fiere c’è la possibilità di incontrare i colleghi con cui spesso si mantengono contatti solo via Internet.

Ha avviato qualche anno fa il progetto Risguardi. Le va di parlarcene?

Risguardi è un piccolo progetto avviato insieme al collega e amico Vincenzo Barca. Tutti e due abbiamo una lunga esperienza nella valutazione di testi stranieri per le case editrici italiane e abbiamo dentro questa curiosità per le storie originali, ci piace andare a caccia di nuovi talenti letterari, non necessariamente legati ai canali di pubblicazione tradizionali. Così, parlando, è venuta fuori l’idea di segnalare gli autori che ci sembrano più interessanti in un sito dedicato e di promuoverli presso gli editori italiani. Non come un’agenzia letteraria tradizionale: non entriamo nel rapporto tra autore ed editore né prendiamo commissioni sui contratti. Anzi, collaboriamo con diversi agenti letterari. Quello che ci interessa è semplicemente offrire un canale alternativo di scouting letterario, con un occhio particolare alla traduzione, anche se, a dire il vero, negli ultimi tempi siamo stati contattati da diversi autori italiani interessati al progetto.

Nuove idee? Nuovi stimoli?

Di idee ne avrei tante. Parliamo di quelle concretizzate: lo Sportello di orientamento professionale per traduttori letterari da me gestito in collaborazione con la Casa delle Traduzioni di Roma e la Consulta sul Diritto d’Autore, uno spazio di confronto per tutti i professionisti del diritto d’autore, di cui sono stata promotrice, aperto recentemente da SLC-CGIL Sindacato Lavoratori della Comunicazione.

Carmen Martín Gaite, Nuvolosità variabile

coverIl locale era quasi vuoto, c’erano solo tre ragazzi al banco, ma non ci guardavano. Mi asciugai le lacrime con la mano libera.

«Tino!» chiamò uno di loro, «mi fai un altro cubalibre?»

Tino si alzò in piedi e mi diede un colpetto amichevole sul ginocchio.

«Ti lascio, così pensi alle tue cose. Ma niente fisse, ok? Davvero non vuoi un altro caffè?»

«Davvero, e poi me ne vado via subito».

«Resta quanto vuoi. Stai lì tranquilla. E dammi retta, niente fisse, non ne vale la pena».

«Grazie, hai ragione».

Rimasi lì, protetta da quella gente sconosciuta: mi sentivo sempre meglio. Sì, era come la scena di un film in bianco e nero. Di tanto in tanto, Tino mi guardava da dietro il bancone e io gli sorridevo. Quando mi alzai per pagare, non volle i soldi, disse che il vomito era gratis. Strappai un rametto di lillà e glielo allungai. Mi guardava fisso mentre lo prendeva, e, senza smettere di guardarmi, si protese attraverso il bancone.

«Senti, non è che sei uscita in televisione tipo una settimana fa, a parlare dei tossici?»

Gli altri lo avevano sentito e mi guardarono anche loro.

«Alla tele? No, non ero io, sarà stata un’altra».

«Be’, comunque ti assomigliava un casino», disse uno che indossava un giubbotto di jeans con una tigre stampata sulla schiena.

«Lei è molto più bella» disse Tino. «Una tipa da sballo. Vero che cucchi anche di spalle?»

«Sì, e poi quei lillà sono proprio una figata!» disse quello della tigre.

Mi accomiatai in netta ripresa e con la promessa che sarei ritornata un altro giorno. Come si sta bene a volte nei bar di Madrid nel tardo pomeriggio!

(Traduzione di Michela Finassi Parolo)

 

Dorothy Baker, La leggenda del trombettista bianco

trombettista-light-673x1024La verità – e chiunque l’abbia conosciuto vi dirà la stessa cosa – è che a scuola non era molto brillante: non riusciva mai a ricordarsi, per dire, quanto faceva sette per sette. Non sapeva neanche indicare sulla cartina il punto in cui nasce il Nilo, e ignorava in che direzione scorra e quali terre bagni; né aveva la minima idea di quanti metri cubi di sedimento lasci sul delta nell’arco di un anno. E quel che è peggio, aveva lo stesso problema con il Mississippi. In compenso aveva una memoria lampo. Cioè riusciva a memorizzare tutto ciò che aveva un andamento preciso e un ritmo riconoscibile. Ma questo non lo aiutava minimamente. Una volta la maestra gli diede il compito di imparare a memoria la prima strofa di The Children’s Hour per il giorno dopo. Gli bastò leggere tutta la poesia quattro o cinque volte e l’indomani filò tutto liscio, almeno all’inizio. Quando fu il suo turno si alzò e recitò la prima strofa alla perfezione, solo che si dimenticò di fermarsi: ripeté anche la seconda, e stava per attaccare la terza quando la maestra disse: «Seduto. Devi averla imparata in qualche altra scuola».

Così andarono le elementari: sembrava proprio che non riuscisse a rigar dritto. Non che fosse discolo, aveva anzi una discreta educazione, ma non riusciva a ingranare, e ogni giorno faticava sempre di più. Ciononostante, gli diedero il diploma. Anche perché in quella scuola il diploma lo davano a tutti. Non era un granché, come scuola: i messicani non riuscivano a imparare l’inglese, i negri stavano sempre a zonzo, e anche agli americani mancavano le basi. In compenso c’erano i giapponesi: i giapponesi erano delle schegge, brillanti come le monete da un dollaro. Alla fine si diplomarono tutti con dieci e lode. E sua zia, per premio, gli regalò un paio di braghe bianche che aveva rubato in fabbrica.

Le superiori, che in teoria sarebbero dovute andar meglio, furono ancora peggio.

(Traduzione di Stefano Tummolini)

Rafael Sánchez Ferlosio, Il Jarama

ice-1092875_960_720L’omone occupò tutta la porta con le spalle. Al momento d’entrare s’era guardato a destra e a sinistra. Il locale si oscurò quando varcò la soglia.

– Dove lo poso? Buongiorno.

Portava, poggiata a un lato del collo, una sbarra di ghiaccio avvolta in una tela di iuta.

– Ciao Demetrio. Be’, posalo qui per il momento; bisogna prima spezzarlo. Va’ a prendere gli altri, che non se li succhi il sole.

Mauricio lo aiutò ad aprire la iuta. L’altro uscì di nuovo. Mauricio cercava il martello in tutti i cassetti. Demetrio rientrò con la seconda sbarra.

– Dove hai lasciato il furgoncino che non l’abbiamo sentito?

– All’ombra, no? Dove voleva che lo lasciassi?

– Già. Mi pareva strano. Hai portato anche le casse?

– Sì, due: una di birra e l’altra di gazosa. Non va bene?

– Sì che va bene. Va’ a prendere l’altra sbarra che si starà sciogliendo. Questo martello del diavolo! Faustina! Qui ti portan via le cose dai loro posti, e mai che si prendano il disturbo di rimetterle dove uno le tiene. Faustina!

Alzò la testa e se la vide davanti.

– Cosa vuoi? Sono qui. Mi basta che mi chiami una volta; non sono mica sorda.

– Vorrei sapere dove avete ficcato il martello, accidenti!

– Se era un palo ci sbattevi il muso! – Indicò gli scaffali:

– Guardalo lì.

– Ma guarda dove lo vanno a cacciare! Cosa ci stanno a fare i cassetti?

– Nient’altro?

– Nooo!

Andandosene, Faustina toccò Lucio sulla spalla, e con il pollice all’indietro indicò al marito:

– Hai capito, eh?

Lucio ammiccò e si strinse nelle spalle. Il camionista posò l’ultima sbarra di ghiaccio vicino alle altre.

– Non portare ancora le casse. Aiutami a rompere il ghiaccio, per favore.

Demetrio teneva ferma la sbarra mentre Mauricio l’andava spaccando a colpi di martello. Un frammento di ghiaccio schizzò su Lucio che lo guardò sciogliersi rapidamente sulla manica della giacca, fino a ridursi in una gocciolina.

(Traduzione di Raffaella Solmi)

Kanthapura, la letteratura dell’India postcoloniale

Il nostro villaggio, non credo che ne abbiate mai sentito parlare, ha nome Kanthapura, ed è nella provincia di Kara. È appollaiato sui Ghat, appollaiato sulle erte montagne che guardano il fresco mare arabico, proprio nel cuore della regione costiera di Malabar, dove si trovano Mangalore e Puttur, nelle terre dove crescono il cardamomo e il caffè, il riso e la canna da zucchero. Strade strette e polverose, strade con infossati solchi carrai serpeggiano attraverso la foresta di tek e di giacha, di sandalo e di sal, e dopo essersi abbarbicate su gole frastornanti e aver inghiottito valli dove pascolano gli elefanti piegano ora a sinistra ora a destra, e valicati i passi di Alambè e di Champa, di Mena e di Kola entrano nei grandi granai del commercio. Lì, sulle acque cerulee, termina a quanto si dice il viaggio dei carri; i cardamomi e il caffè sono caricati sulle navi fatte venire dai Visi-rossi, e dopo aver navigato per i sette oceani arrivano, proseguono i racconti, nelle terre dove vivono coloro che ci governano.

Carro dopo carro attraversa cigolante le strade di Kanthapura, e non sono poche le notti in cui le ultime luci da noi scorte prima di chiudere gli occhi sono quelle del convoglio dei carri, e l’ultima voce da noi udita è quella del conducente che canta penetrando il silenzio della notte. I carri passano per la strada principale e per il viottolo dei Vasai, poi svoltano accanto allo stagno di Chennayya, e di lì proseguono inoltrandosi per i passi sino al mattino che sorgerà sul mare. A volte, quando Rama Chetty o Subba Chetty hanno delle mercanzie, i carri si fermano e ci sono saluti, e in ogni casa è possibile udire i giovenchi da 350 rupie di Subba Chetty che fanno tintinnare i campanacci mentre sono aggiogati.

(Traduzione di Alessandro Monti)

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Il nostro villaggio − non penso l’abbiate mai sentito nominare − Kanthapura è il suo nome, e si trova nella provincia di Kara. Si trova su, in alto sopra i Ghati Occidentali, in alto sopra le ripide montagne che sovrastano il freddo mar Arabico, è sopra la costa del Malabar, sopra Mangalore e Puttur, e per lo più sopravvive grazie a cardamomo e caffè, riso e canna da zucchero.

Strade, strette, polverose, piene di buche, vento nelle foreste di teak e alberi del pane, di sandalo e piante di sal, strade che si distendono su gole ruggenti e sovrastano le valli popolate dagli elefanti, girano ora a destra ora a sinistra e ti conducono attraverso i passi di Alambè, Champa, Mena e Kola nei grandi granai del commercio. Qui, nelle acque azzurre, si dice, i nostri carri di caffè e cardamomo vengono caricati sulle navi portate dagli Uomini Rossi e, sempre così si dice, viaggiano per i sette mari fino alle terre in cui vivono i nostri sovrani.

Carro dopo carro, il cigolio risuona nelle strade di Kanthapura e, molte volte la notte, prima di chiudere gli occhi, le ultime luci che vediamo sono quelle della fila di carri, e l’ultimo rumore che sentiamo è la voce del carrettiere che canta nelle tenebre. I carri percorrono la via principale e il viottolo dei Vasai, poi svoltano al laghetto dei Chennayya e vanno su, su verso i passi, incontro al sole che sorge sopra il mare.

A volte, quando il Chetty Rama o il Chetty Subba hanno qualche mercanzia, il carro si ferma e ci sono saluti, e in ogni casa si può sentire il tintinnio dei campanelli dei buoi da 350 rupie di Chetty Subba mentre assecondano il giogo.

(Traduzione di Alice Dalla Palma)

Juan Valera, Pepita Jiménez

pathway-1149550_960_72022 marzo.

«Caro zio e venerando maestro: sono arrivato da quattro giorni felicemente in questo mio luogo di nascita, dove ho trovato in buona salute mio padre, il signor vicario, gli amici e i parenti. Il piacere di vederli e di parlare con loro, dopo tanti anni di assenza, mi ha commosso e rubato del tempo, di modo che fino ad ora non ho potuto scriverle.

Lei mi perdonerà.

Siccome partii di qua da piccolo e vi ritorno già uomo fatto, è singolare l’impressione che mi procurano tutti questi oggetti che io conservavo nella memoria. Tutto mi sembra più piccolo, molto più piccolo, ma anche più bello del ricordo che ne avevo. La casa di mio padre, che nella mia immaginazione era immensa, è senza dubbio la grande casa d’un ricco contadino, ma più piccola del Seminario. Quello che capisco adesso e posso meglio stimare è la campagna, da queste parti. I poderi, soprattutto, sono deliziosi. Che bei sentieri vi sono! Da una parte e a volte d’ambedue, corre l’acqua cristallina con dolce mormorìo; le sponde dei canali sono ricoperte di erbe profumate e di fiori di tante qualità. In un istante è possibile raccogliere un mazzo di viole. A queste stradicciole fanno ombra alberi di noce pomposi e giganteschi, fichi ed altre piante, e vi sono nelle vallette, more di rovo, rosai, melagrani e madreselve.»

(Traduzione di Andrés A. Guffanti)

Casino Royale, Ian Fleming

casinoroyale26Fumo, sudore: alle tre del mattino l’odore di un casinò dove si gioca forte è nauseante. Sarà l’odore, o il fumo, o il sudore. Di fatto, il logorio interiore tipico dell’azzardo – un misto di avidità, paura e tensione – diventa intollerabile. I sensi si risvegliano e si torcono per il disgusto.

All’improvviso James Bond si era accorto di essere stanco. Quando il corpo o la mente erano al limite lo capiva sempre, e si regolava di conseguenza. Era l’unico modo di prevenire la spossatezza e l’intorpidimento, da cui nascono gli errori.

Senza dare nell’occhio si scostò dal tavolo della roulette e andò ad appoggiarsi un istante alla transenna di ottone, alta fino al petto, che circondava il tavolo principale della salle privée.

Le Chiffre stava ancora giocando; e, a occhio, stava ancora vincendo. Aveva davanti un mucchio di fiches colorate da centomila franchi. All’ombra del massiccio braccio sinistro si annidava una pila di quelle grosse, gialle, da mezzo milione l’una.

Bond rimase per un po’ a guardare quel profilo strano, impressionante; quindi diede una scrollata di spalle per rilassarsi, e si allontanò.

La barriera che circondava la caisse arrivava fino al mento e il caissier – in genere niente più di un mezze-maniche – sedeva su uno sgabello, tuffando le mani nelle cataste di fiches e banconote disposte su vari scaffali a un metro di altezza, e protette dalla barriera.

Per difendersi, il caissier era armato di un manganello e di una pistola, ma arrampicarsi sopra la barriera, arraffare un po’ di soldi, fare un volteggio all’indietro e uscire attraversando corridoi e porte sarebbe stato impossibile. Senza contare che quasi sempre i caissiers lavoravano in coppia.

(Traduzione di Massimo Bocchiola)

R.J. Palacio, Wonder. La lección de August

wondIn macchina

Il viaggio verso casa è stato lunghissimo. Io mi sono addormentato sul sedile posteriore come faccio sempre, la testa in grembo a Via come se fosse il mio cuscino e un asciugamano avvolto in modo da non sbavarle addosso.

Anche Via si è addormentata e mamma e papà hanno discusso tranquillamente di cose da grandi di cui a me non importava un tubo.

Non so quanto ho dormito, ma, quando mi sono svegliato, fuori dal finestrino splendeva una luna piena. Era una notte violetta e stavamo guidando su un’autostrada piena di macchine. E poi ho sentito la mamma e il papà che parlavano di me.

«Non possiamo continuare a proteggerlo» ha bisbigliato la mamma al papà che era alla guida. «Non possiamo fare semplicemente finta che si sveglierà domattina e che questa non sarà la sua realtà, perché lo è e basta, Nate, e noi dobbiamo aiutarlo a imparare a farci i conti. Non possiamo solo continuare a evitare le situazioni in cui…»

«Perciò vorresti mandarlo alla scuola media come un agnello al macello…» l’ha interrotta papà arrabbiato, ma non ha nemmeno finito la frase perché si è accorto dallo specchietto retrovisore che li stavo guardando.

«Che cos’è un agnello al macello?» ho domandato assonnato.

«Rimettiti a dormire, Auggie» ha detto gentilmente papà.

«Mi fisseranno tutti a scuola» ho detto io, mettendomi tutt’a un tratto a piangere.

«Tesoro» ha detto la mamma. Si è girata e ha posato una mano sulla mia. «Lo sai che se non te la senti di fare questa cosa non la farai. Ma abbiamo parlato col preside della scuola, gli abbiamo raccontato di te e a lui piacerebbe davvero molto incontrarti».

«E che cosa gli avreste raccontato, di me?»

«Di quanto sei simpatico, ma anche educato e intelligente. Quando gli ho detto che hai letto Dragon Rider a sei anni lui ha detto una cosa tipo: ‘Uau, devo assolutamente conoscere questo ragazzino’».

 

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