Intervista a Giuseppe Maugeri: il traduttore è un equilibrista sospeso su una fune

Ciao Giuseppe, in genere ti occupi di traduzione editoriale dal francese e dall’inglese di saggistica divulgativa e narrativa – hai lavorato per Garzanti, per Vallardi, per Nord e altre realtà editoriali. Qual è il tuo approccio su ognuno di questi differenti testi?

Rischio di rispondere con una banalità (tanto per iniziare bene!): l’approccio varia in base al tipo di libro che ho davanti. E questo non solo perché, ovviamente, un romanzo appena scritto è cosa ben diversa da un classico dell’Ottocento, così come un saggio di argomento geopolitico non ha nulla a che vedere con un manuale di psicologia, un ricettario o un’intervista al Dalai Lama. Il punto, infatti, non è solo l’eterogeneità del materiale con cui mi capita di confrontarmi, ma il grado di conoscenza che posso vantare sull’argomento (talvolta discreto, per fortuna… ma non sempre!). In genere le redazioni per cui lavoro hanno un’idea di quali sono i miei campi di elezione, però – come dire? – c’è sempre una prima volta (o, se non sempre, comunque abbastanza spesso). Quindi direi che il mio approccio si basa su due elementi che si adattano “a tutte le stagioni”: tanta curiosità (d’altronde, un traduttore è prima di tutto un forte lettore) e una buona dose di umiltà nell’accostarmi a un lavoro che non smette mai d’insegnarmi qualcosa.

 

Qual è la caratteristica più importante che un traduttore editoriale dovrebbe possedere secondo te?

Prescindendo dai due elementi che ho citato nella risposta precedente, ritengo che un traduttore editoriale debba sempre sapere dove mette le mani. O forse i piedi: giacché è un po’ come un equilibrista sospeso su una fune. Basta un passo fatto con eccessiva (o scarsa) sicurezza, senza tener conto del vento, della luce e di mille altri fattori, e si finisce a testa in giù. Dunque dico: l’equilibrio. Che poi significa: capire in ogni momento qual è il giusto compromesso tra forma e contenuto, tra la capacità mimetica e tutta quell’enorme roba ingombrante che è il proprio vissuto, il proprio bagaglio culturale, la propria sensibilità linguistica ed emotiva. Sono infatti d’accordo con chi sostiene che la traduzione sia mimesi, però rimane il fatto indiscutibile che lo stesso testo in lingua originale tradotto da dieci persone diverse darà come risultato dieci testi diversi nella lingua d’arrivo. Magari nessuno di questi traduttori scivola dalla fune durante il percorso: però ci sarà sicuramente chi procede con un passo più elegante e agile, e chi arranca un po’ più goffamente.

 

Dove preferisci lavorare quando traduci?

Una delle cose che più adoro di questo lavoro è che basta un portatile (con la batteria carica, eh!) e ti ci puoi dedicare ovunque. Parlo per me, naturalmente, perché conosco diversi colleghi che su questo non transigono: per loro il “posto” di lavoro è uno e uno soltanto, la scrivania. Sarà che sono cresciuto in una famiglia numerosa e che quindi ho imparato a studiare circondato da gente, o in una stanza sempre diversa (se non in balcone o sul terrazzo), ma a me piace lavorare ovunque (che poi, come detto, è la bellezza di questo lavoro ma anche un po’ la sua maledizione). Sono convinto, anzi, che a volte lo “scenario” faccia la sua parte. Io sono siciliano, e quindi d’estate torno sempre alla “base”. E non per questo smetto di lavorare… ma vuoi mettere alzarti al mattino e accendere il portatile davanti allo scintillio del mare (con una bella granita accanto)?

 

Ci vuoi raccontare il tuo esordio da traduttore?

Benché a) i libri siano sempre stati (insieme ai viaggi) la mia più grande passione e b) io mi sia laureato in Lingue, sinceramente non avrei mai pensato che un giorno questo sarebbe diventato il mio lavoro. Dopo un dottorato di ricerca in italianistica e un’esperienza all’estero come insegnante di italiano… a un certo punto è arrivato il momento di capire cosa fare “da grande”. Sbarcato a Milano, ho frequentato un corso di editoria e poi ho iniziato con uno stage nella redazione di un’importante casa editrice (Garzanti, si può dire?). In un primo momento, però, mi occupavo appunto di redazione pura: ovvero di Garzantine. Poi, stando lì, è stato inevitabile che incrociassi qualche bozza, prima, e qualche revisione, dopo. Nel frattempo, tramite una cara amica conterranea che all’epoca lavorava in Kowalski, ho cominciato a lavorare anche per questa seconda casa editrice (poi del tutto assorbita da Feltrinelli). Ed è stata proprio Kowalski, a un certo punto, a propormi una prima traduzione (dopo l’immancabile “prova”, ovviamente). Era un libro un po’ particolare che trattava di viaggi nello spazio, argomento di cui sinceramente ero totalmente all’oscuro… Ma si sa: se vuoi buttarti in qualcosa, una dose d’incoscienza è condizione necessaria. Di quella prima esperienza ricordo (con un sorriso) soprattutto una cosa: l’estrema lentezza con cui procedevo. Fortuna che i tempi di consegna erano abbastanza generosi. Tanto per rendere l’idea, adesso – ovvero dieci anni dopo – traduco almeno al quadruplo della velocità.

 

Puoi farci un esempio di una difficoltà che mentre traducevi ti sembrava insuperabile, e che poi hai risolto?

Non nego che ogni tanto mi capitino di quei libri in cui tutto scorre senza intoppi (meraviglia!), ma il più delle volte si finisce per incappare in qualche scoglio da farti mettere le mani nei capelli. Partiamo già dal presupposto (scontato solo per gli addetti ai lavori) che tra i tempi verbali dell’inglese e quelli dell’italiano non c’è corrispondenza diretta (“I was” non significa necessariamente “ero”), e che lo “you”, con cui gli anglofoni si rivolgono indifferentemente al neonato, al prof, alla regina e a qualsivoglia divinità, in italiano richiede continuamente delle scelte: banalmente, nel caso di una relazione tra due persone che evolve – dal primo incontro, diciamo, all’amicizia o all’amore – devo essere necessariamente io a decidere (naturalmente in base a tutta una serie di elementi) quando è il momento di passare dal “lei” al “tu”. Ma poi bisogna tener conto anche dell’ambientazione geografica e temporale di un testo. Comunque, per rispondere con precisione alla domanda, forse lo scoglio più arduo, per quanto mi riguarda, è stato tradurre i versi del Cimbelino di Shakespeare: potrei elencare un miliardo di motivi (lingua del Seicento, conoscenza del sottotesto, del contesto storico, problema di come rendere la musicalità, le variazioni tra “verso sciolto” e rimato), ma basterà dire: ehi, è Shakespeare! (per quanto, lo so, non stiamo parlando della sua opera più riuscita). Altro esempio che mi viene in mente è Il profeta di Gibran, e per il motivo diametralmente opposto: qui l’asciuttezza del testo originale imponeva un’aderenza rigorosa che rischiava però di appiattire la mia traduzione su quelle già esistenti (una bella rogna, vi assicuro).

 

Come dovrebbe essere la relazione ideale tra traduttore e redazione, secondo te?

Finora, nelle vesti di traduttore mi sono trovato a collaborare con una decina di case editrici, e devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi la redazione rispondeva abbastanza ai miei canoni di “ideale”: chiarezza sui tempi ma anche elasticità e disponibilità nel capire i problemi e nel cercare di risolverli insieme. In questi anni di esperienza ho capito una cosa: all’atto pratico, non esiste la traduzione “perfetta” di un testo… esiste, magari, la traduzione “più consona” per quella determinata casa editrice.

 

Come ti approcci alla fase di revisione del tuo testo da parte di un revisore, in genere?

Ho appena finito di dire che la disponibilità è una delle caratteristiche che più apprezzo di una redazione. D’altra parte, però, ci tengo a precisare che anch’io sono molto disponibile e aperto per indole. Tra l’altro, facendo anche il lavoro di revisore e correttore di bozze, so benissimo come ci si trova “dall’altra parte”: quali sono i problemi, le tempistiche e tutto il resto. Quindi mi fido molto dei revisori, anche perché spesso conoscono anche meglio di me il “mood” della casa editrice, ovvero il “taglio” verso cui propende.

 

Un consiglio ai traduttori alle prime armi?

Ai traduttori alle prime armi direi semplicemente questo: abbiate paura di sbagliare! Scherzi a parte: mi è capitato, nel ruolo di revisore, di incappare in strafalcioni veramente (ma veramente!) improponibili. Ecco… chi si accinge a fare questo lavoro deve sapere che – giustamente – in redazione si presta molta attenzione a questo aspetto: è normale che un traduttore alle prime armi possa risultare legnoso, e che la sua traduzione riporti qualche calco dall’originale. Ma la sciatteria no! Quindi: un po’ di accuratezza e mai (e dico mai!) lasciarsi prendere dalla voglia di strafare per mostrarsi bravi o creativi.

 

Qual è l’ultimo libro che ha letto?

E qui arriviamo alle note dolenti. Uno dei pochissimi risvolti negativi del mio lavoro è che ormai non ho più tempo e modo di leggere quello che voglio, ma solo quello che devo (per carità: è bellissimo trovarsi in mano un libro che ancora non è un libro, o che lo è magari solo all’estero, e contribuire a dargli la forma con cui finirà nelle librerie e sui comodini). Paradossalmente, però, piuttosto che rifugiarmi nelle letture di evasione, quando ho un briciolo di tempo cerco di coltivare – nei miei limiti – la mia vecchia passione per la filosofia indiana. L’ultimo libro che ho letto per intero è Meditazioni buddhiste di Jeffrey Hopkins, pubblicato da Astrolabio/Ubaldini.

 

A cosa stai lavorando ora?

Ho da poco finito di tradurre The Confidence Man di Melville – una botta dopo la quale mi sarebbe servito un anno sabbatico alle Maldive. Invece no: sto per chiudere un saggio sul calciomercato per Egea e, per Garzanti, un romanzo distopico che ha per target un lettore adolescente e che fa parte di una serie di romanzi di autori diversi ma collegati tra loro da personaggi, tema e ambientazioni: un mondo in cui adulti e bambini spariscono in pochi giorni, decimati da una malattia per la quale gli adolescenti erano stati invece vaccinati…

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Héctor Aguilar Camín, Tutta la vita

Traduzione di Giulia Zavagna

Non so perché vado alla veglia del defunto Olivares. Non è mio amico e non conosco la sua famiglia. Felo Fernández mi dà la notizia che la veglia è domani. Mi dice: «In ogni caso ci vediamo lì». Ho un debole per Felo Fernández. Sono anni che non lo vedo, eppure continuo a scoprire cose inverosimili sul suo conto. Per esempio, che mastica vetro quando è ubriaco. Oppure, che ha cavalcato un elefante. O meglio: si è procurato un elefante perché uno dei candidati in campagna elettorale lo cavalcasse entrando in paese. Il candidato vuole comunicare al popolo che i tempi sono cambiati e che lui rappresenta il nuovo. Felo gli suggerisce di fare il suo rivoluzionario ingresso in paese in sella all’elefante di un circo accampato poco lontano. L’idea ha un successo strepitoso, ma Felo è obbligato a montare l’elefante prima del candidato, come i cuochi assaggiano gli alimenti prima dei loro signori.

Alla veglia ci sono tutti gli amici di Olivares.

Non so se è amicizia la parola adatta a descrivere ciò che unisce quelle persone. Sono stati tutti compagni, e poi complici, alla facoltà di scienze politiche della vecchia università nazionale. Chiudo gli occhi e rivedo la cara vecchia facoltà, con il cortiletto e il bar pieno di belle ragazze, delle quali Olivares è sempre stato un diligente Cicerone, prima come alunno, poi come professore, alla fine come direttore.

Alla veglia di Olivares c’è il meglio della sua generazione: un ex rettore, una ex guerrigliera, un ex capo di polizia.

E il Pato Vértiz, ex di sé stesso. Il defunto Olivares è stato allievo del Pato Vértiz, poi suo segretario, più tardi suo protettore, quando il Pato ha iniziato ad abbandonarsi alla vecchiaia che sfoggia adesso: i denti sporchi, il naso incavato, il ventre un tempo piatto ora scandalosamente gonfio.

Quando arrivo, lo vedo in fondo alla sala. Anche lui mi vede. Tenta un saluto sopra il mare di teste calve e bianche che riempiono la stanza, con il rischio che io lo ignori ma consapevole che a unirci c’è una storia che non posso tralasciare. La storia mi riecheggia dentro come una ferita.

 

La linea nera, di Jean-Cristophe Grange

Traduzione di D. Comerlati, casa editrice Garzanti

I bambù.

L’avevano guidato fino a lì, fra le muraglie fruscianti e per i sentieri della giungla. Come le volte precedenti, gli alberi gli avevano sussurrato la direzione da prendere, gli avevano mormorato come agire. Era sempre stato così. In Cambogia. In Thailandia. E ora qui, in Malesia. Le foglie gli sfioravano il viso, lo chiamavano, gli davano il segnale…

Ma ecco che gli alberi gli si rivoltavano contro.

Ecco che lo prendevano in trappola. Non sapeva come fosse successo, ma i bambù gli si erano stretti intorno, chiudendolo in una prigione senza via d’uscita.

Fece scorrere le dita lungo la porta. Nessuno spiraglio. Grattò il pavimento per tentare di scostare le tavole. Invano. Alzò gli occhi verso il soffitto, ma vide soltanto le palme. Da quanto non respirava? Un minuto? Due minuti?

Un calore da bagno turco riempiva l’ambiente. Aveva il viso madido di sudore. Si concentrò sulle pareti della cella: ogni interstizio era otturato da fili di giunco. Se riusciva a districarne uno, forse l’aria sarebbe passata. Tentò con due dita: impossibile. Dopo qualche secondo graffiò il muro, si spezzò le unghie. Colpì la parete con rabbia e si lasciò cadere sulle ginocchia. Sarebbe crepato. Lui, il maestro dell’apnea, sarebbe morto in quella capanna, per mancanza di ossigeno.

Tre uomini in barca, di Jerome K. Jerome

Traduzione di Katia Bagnoli, casa editrice Feltrinelli

Eravamo in quattro: George, William Samuel Harris, io e Montmorency. Fumavamo, seduti nella mia stanza, e parlavamo della nostra pessima situazione, pessima da un punto di vista medico voglio dire, ovviamente.

Eravamo tutti depressi, e la cosa cominciava a renderci nervosi. Harris disse che a volte lo assalivano certi capogiri che quasi non si rendeva più conto di quello che faceva; e George disse che anche lui aveva attacchi di vertigine, e che anche lui quasi non si rendeva più conto di quello che faceva. Per quanto riguarda me, invece, era il fegato a essere in disordine. Sapevo che si trattava del fegato perché avevo letto di recente il foglietto illustrativo di alcune pillole per il fegato dov’erano descritti con dovizia vari sintomi dai quali ci si rende conto se si ha il fegato in disordine oppure no. Io li presentavo tutti.

È una cosa straordinaria, ma non ho mai letto la pubblicità di un prodotto medicinale senza dover giungere alla conclusione di soffrire della particolare malattia di cui vi si tratta nella sua forma più virulenta. La diagnosi sembra sempre corrispondere esattamente alla sensazione che provo io.

Ricordo che un giorno andai al British Museum a cercare la cura per qualche leggero malanno che mi aveva appena sfiorato, febbre da fieno, credo che di questo si trattasse. Presi il libro dallo scaffale e trovai quello che ero venuto a cercare; ma poi, in un momento di distrazione, girai con noncuranza le pagine e diedi un’occhiata distratta alle malattie in generale. Non ricordo quale fu il primo disturbo in cui mi immersi — un flagello spaventoso e devastante — ma prima di essere arrivato a metà dei “sintomi premonitori” ero più che certo di essermelo beccato.

La zia Tula e Sonata d’autunno

Miguel de Unamuno, La zia Tula

Traduzione di Flaviarosa Rossini

Il corpo della zia Tula era agli estremi. La sua anima si agitava in esso come un uccellino in una gabbia sgangherata dalla quale fugge, e pur soffrendo di dover pagare dolorosamente la sua libertà, brama di volare oltre le nubi. Non sarebbe arrivata in tempo per vedere il nipotino. Lo sentiva? «Lassù, quando sarò con loro» sognava «saprò com’è, e se è un maschio o una femmina… o tutti e due… e lo saprò con maggiore chiarezza che quaggiù, perché di lassù si vedono meglio le cose di questo mondo.»

L’ultimo attacco di febbre l’aveva costretta a letto con un estremo esaurimento. Distingueva i suoi nipoti soltanto dal passo, soprattutto Caridad e Manolita. Il passo di Caridad le giungeva come quello di una creatura che portasse il proprio frutto e le pareva persino di sentire il profumo del frutto maturo.

E quello di Manolita leggero, come quello di un uccellino che non si sa se corra o voli rasentando la terra. «Quando entra» pensava la zia «sento il rumore di ali spiegate e quiete».

 

Ramón María del Valle-Inclán, Sonata d’autunno

Traduzione di Oreste Macrì

 

Povera Concetta!… Pur così dimagrita e così pallida, essa aveva ne’ suoi trasporti la nobile resistenza di una dea per il piacere. Quella notte la fiamma della passione ci avvolse per molto tempo, ora moribonda, ora frenetica, con la sua lingua d’oro. Udendo il canto degli uccelli nel giardino, mi addormentai nelle braccia di Concetta. Quando mi svegliai, essa stava sollevata sui guanciali, con tale espressione di dolore e di sofferenza, che mi sentii gelare. Povera Concetta! Nel vedermi aprire gli occhi, sorrise ancora. Accarezzandole le mani, le domandai:

«Che hai?».

«Non so. Credo di stare molto male.»

«Ma che hai?».

«Non so! Che vergogna se mi trovassero morta qui!».

Nell’udirla, provai il desiderio di trattenerla al mio fianco:

«Stai tremando, povero amore!».

E la strinsi tra le mie braccia. Essa socchiuse gli occhi: era il dolce svenimento delle sue palpebre quando voleva che io gliele baciassi! Poiché tremava tanto, volli infonderle il calore in tutto il corpo con le mie labbra, e la mia bocca percorse avidamente le sue braccia fino alla spalla, e depose un vezzo di rose al suo collo.

 

 

Gli occhi gialli dei coccodrilli, di Katherine Pancol

Traduzione di Roberta Corradini, casa editrice Bompiani

Joséphine lanciò un urlo e lasciò cadere il pelapatate. La lama era slittata, entrando in profondità nella pelle del polso. Sangue, sangue, sangue dappertutto. Guardò le vene blu, lo sfregio rosso, il bianco del lavello, lo scolapasta in plastica gialla dove aveva messo le patate già pelate, bianche e lucenti. Le gocce di sangue cadevano a una a una, chiazzando le piastrelle. Appoggiò le mani ai due lati del lavello e si mise a piangere.

Aveva bisogno di piangere. Non sapeva perché. Aveva un sacco di buone ragioni per farlo, e questa era da prendere al volo. Cercò con gli occhi uno strofinaccio, lo afferrò e lo applicò come un laccio emostatico sulla ferita. Sto per diventare una fontana, fontana di lacrime, fontana di sangue, fontana di sospiri. Sto per lasciarmi morire.

Era una soluzione. Lasciarsi morire, senza dire niente. Spegnersi come una luce che si smorza.

Lasciarsi morire ben dritta sul lavello. Non si muore dritte, rettificò immediatamente, si muore distese oppure inginocchiate, con la testa nel forno o nella vasca da bagno. Aveva letto su un giornale che il metodo di suicidio più comune tra le donne è la defenestrazione. L’impiccagione, per gli uomini. Saltare dalla finestra? Non avrebbe mai potuto farlo. Ma svuotarsi del sangue piangendo, non sapere più se il liquido che cola fuori di te è rosso o bianco. Addormentarsi a poco a poco. Allora, lasci andare lo straccio e tuffi i pugni nel lavello! Eppure, eppure… dovrai restare in piedi, e non si muore in piedi.

Tranne che in battaglia. In tempo di guerra…

Non era ancora tempo di guerra.

Tirò su col naso, aggiustò lo strofinaccio sulla ferita, frenò le lacrime, fissò il proprio riflesso nella finestra. Si era fermata i capelli con una matita. Su, si disse, pela le patate… al resto ci penserai dopo!

La ragazza con l’orecchino di perla e Canto di Natale

La ragazza con l’orecchino di perla, di Tracy Chevalier

Traduzione di Luciana Pugliese, casa editrice Neri Pozza

La mamma non mi aveva detto che sarebbero venuti. Non voleva che sembrassi nervosa, mi spiegò in seguito. Mi stupii, perché pensavo che mi conoscesse bene. Gli estranei mi avrebbero visto serena. Da bambina non piangevo mai. Solo mia madre si accorgeva di una certa tensione nelle mie mascelle e dello sgranarsi dei miei occhi, già grandi per loro natura.

Ero in cucina e stavo tritando le verdure quando udii delle voci provenire dalla porta di ingresso: quella d’una donna, squillante come rame lucidato, e quella d’un uomo, grave e cupa come il legno del tavolo su cui stavo lavorando. Voci di un genere che raramente si udivano in casa nostra. Mi suggerivano immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce.

Pensai con sollievo che solo poco prima avevo sfregato ben bene il gradino della porta d’ingresso.

La voce di mia madre — un tegame sul fuoco, una brocca — si avvicinava dalla stanza anteriore della casa. Venivano tutti verso la cucina. Misi al loro posto i porri che avevo tritato, quindi posai il coltello sul tavolo, mi ripulii le mani nel grembiule e strinsi le labbra per spianarle.

La mamma comparve sull’uscio, gli occhi due mute esortazioni. La donna dietro di lei dovette abbassare la testa perché era molto alta, più alta dell’uomo che la seguiva.

In famiglia eravamo tutti bassi, persino mio padre e mio fratello.

 

 

Canto di Natale, di Charles Dickens

Traduzione di Emanuele Grazzi, casa editrice Mondadori

Marley era morto, tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il registro della sua sepoltura era stato firmato dal suo sacerdote, dal chierico, dall’impresario delle pompe funebri e da colui che conduceva il funerale. Scrooge lo aveva firmato, e alla Borsa il nome di Scrooge era buono per qualsiasi cosa che egli decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.

Badate bene che con questo io intendo dire che so di mia propria scienza che cosa ci sia di particolarmente morto in un chiodo confitto in una porta; personalmente, anzi, propenderei piuttosto a considerare un chiodo confitto in una bara come il pezzo di ferraglia più morto che si possa trovare in commercio. Ma in quella similitudine c’è la saggezza dei nostri antenati, che le mie mani inesperte non possono permettersi di disturbare, altrimenti il paese andrà in rovina. Vogliate pertanto permettermi di ripetere con massima enfasi che Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.

Scrooge sapeva che era morto? Senza dubbio; come avrebbe potuto essere altrimenti? Scrooge e lui erano stati soci per non so quanti anni; Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, il suo unico procuratore, il suo unico amministratore, il suo unico erede, il suo unico amico e l’unico che ne portasse il lutto; e neanche Scrooge era così terribilmente sconvolto da quel doloroso avvenimento da non rimanere un eccellente uomo di affari anche nel giorno stesso del funerale e da non averlo solennizzato con un affare inatteso e particolarmente buono.

 

Dell’amore e di altri demoni, di Gabriel García Márquez

Il 26 ottobre 1949 non fu una giornata con grandi notizie. Il professor Manuel Clemente Zabala, caporedattore del quotidiano dove facevo i miei primi passi come giornalista, mise fine alla riunione del mattino con due o tre suggerimenti di prammatica. Non affidò un lavoro concreto ad alcun redattore. Qualche minuto dopo venne informato per telefono che stavano svuotando le cripte funerarie dell’antico convento di Santa Clara, e mi ordinò senza illusioni:

«Va’ a fare un giro da quelle parti e vedi un po’ cosa riesci a cavarne».

Lo storico convento delle clarisse, trasformato in ospedale da un secolo, doveva essere venduto affinché al suo posto si costruisse un albergo a cinque stelle. La preziosa cappella era quasi scoperchiata per via del crollo progressivo del tetto, ma nelle sue cripte rimanevano sepolte tre generazioni di vescovi e badesse e altri personaggi di rango. Il primo passo consisteva nello sgomberarle, nel consegnare i resti a chi li avesse reclamati, e nel buttare i rimanenti nella fossa comune.

Mi stupì il primitivismo del metodo. Gli operai sventravano le fosse a colpi di zappa e piccone, tiravano fuori le bare marce, che si sfasciavano appena venivano spostate, e separavano le ossa dall’impiastro di polvere con brandelli di abiti e capelli avvizziti. Più il morto era illustre e più il lavoro era arduo, perché bisognava frugare tra le vestigia dei corpi e cernere con sottigliezza i residui per recuperarne le pietre preziose e i pezzi di gioielleria.

Il capomastro copiava i dati della lapide su un quaderno da scolaro, sistemava le ossa in mucchietti separati, e metteva il foglio col nome sopra ognuno per evitare che si confondessero. Sicché la mia prima visione quando entrai nel tempio fu una lunga fila di cumuli di ossa, riscaldate dall’inclemente sole di ottobre che penetrava a fiotti attraverso gli spiragli del soffitto, e senz’altra identità che il nome scritto a matita su un pezzo di carta. Quasi mezzo secolo dopo sento ancora lo stupore che mi causò quella testimonianza terribile del passaggio devastante degli anni.

(Traduzione di Angelo Morino)

Nana, di Émilie Zola

Traduzione di Maria Bellonci, casa editrice Rizzoli

Alle nove, la sala del teatro Variétés era ancora vuota. Poche persone in balconata e nelle prime file di platea aspettavano, sperdute nelle poltrone di velluto color granato, sotto la mezza luce del lampadario a fiamma abbassata. La grande macchia rossa del sipario annegava nell’ombra; non un rumore veniva dal palcoscenico, la ribalta era spenta, i leggii dei suonatori sparsi qua e là. Soltanto in alto, nella galleria di terz’ordine, intorno al soffitto rotondo sul quale donne e bambini nudi s’involavano in un cielo inverdito dal gas, risa e richiami si alzavano da un brusio continuo di voci, e teste coperte da berretti e da cuffie si allineavano sotto gli ampi vani concavi incorniciati d’oro. Ogni tanto appariva una ouvreuse che teneva in mano i biglietti e faceva passare davanti a sé un signore e una signora, i quali prendevano posto, l’uomo in frac, la donna sottile e flessuosa che lentamene girava intorno lo sguardo.

Due giovani entrarono in platea e rimasero in piedi guardando la sala.

— Che t’avevo detto, Ettore? esclamò il più anziano dei due, un giovanotto dai baffetti neri. Siamo venuti troppo presto. Avresti anche potuto farmi finire il sigaro.

— Oh, signor Fauchery, disse familiarmente un’ouvreuse passando, ci vorrà più di mezz’ora prima che lo spettacolo cominci.

— Perché allora scrivono sui manifesti che comincia alle nove?, mormorò Ettore mentre il suo lungo viso magro prendeva un’espressione scontenta. Anzi, questa mattina Clarissa, che recita anche lei, mi ha giurato che avrebbero cominciato alle otto precise.

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Traduzione di Luisa Collodi, casa editrice Newton Compton Editori

Alle nove, la sala del teatro delle Variétés era ancora vuota. Poche persona, in balconata e in platea, aspettavano, sperse in mezzo alle poltrone di velluto granata, nella scarsa luce del lampadario a fiamma abbassata. Un’ombra copriva la grande macchia rossa del sipario; e dal palcoscenico non proveniva nessun rumore, la ribalta era spenta, i leggii dei suonatori sparsi qua e là. Solo in alto, nella galleria di terz’ordine, intorno alla rotonda del soffitto su cui donne e bambini nudi spiccavano il volo in un cielo inverdito dal gas, da un brusio continuo di voci si alzavano risa e richiami, e teste coperte da cuffiette e da berretti si assiepavano sotto gli ampi vani concavi, incorniciati d’oro. Di tanto in tanto si scorgeva una maschera, indaffarata, con dei biglietti in mano, che faceva passare davanti a sé un signore e una signora, i quali prendevano posto, l’uomo in frac, la donna sottile e flessuosa, che lentamente lasciava vagare intorno lo sguardo.

In platea apparvero due giovani. Restarono in piedi, guardandosi intorno.

«Che ti dicevo, Hector?» esclamò il meno giovane, un ragazzone con baffetti neri. «Siamo arrivati troppo presto. Avresti potuto lasciarmi finire in pace il sigaro.»

Passava una maschera.

«Oh! Monsieur Fauchery», disse in tono confidenziale, «non si comincerà certo prima di una mezz’ora.»

«Allora, perché lo annunciano per le nove?», mormorò Hector, il cui lungo volto magro assunse un’aria scontenta. «Stamattina, Clarisse, che recita nello spettacolo, mi ha giurato che avrebbero cominciato per le otto in punto.»

Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

Traduzione di Fernanda Pivano, casa editrice Einaudi

È un fatto universalmente noto che uno scapolo provvisto di un cospicuo patrimonio non possa fare a meno di prendere moglie.

Per poco che si conoscano i sentimenti o le intenzioni di un uomo ricco e senza moglie al momento del suo primo apparire in un certo luogo, questo fatto è cosí radicato nella mente delle famiglie del vicinato, che egli viene considerato legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figliuole.

— Caro Bennet, — gli disse un giorno la moglie, — hai sentito che Netherfield Park è stato finalmente affittato?

Mr Bennet rispose di no.

— Ma cosí è, — ella replicò; — perché Mrs Long è stata qui poco fa e mi ha detto tutto.

Mr Bennet non rispose.

— Non hai voglia di sapere chi lo ha preso in affitto? — esclamò la moglie spazientita.

—Se non puoi proprio fare a meno di dirmelo, non ho niente in contrario a sentirlo.

L’invito era piú che sufficiente.

— Dunque, caro, Mrs Long dice che Netherfield è stato preso in affitto da un giovanotto molto ricco dell’Inghilterra del Nord; che è venuto lunedí in un tiro a quattro a vedere il posto e gli è tanto piaciuto che si è subito messo d’accordo con Mr Morris; che ne prenderà possesso prima di san Michele e una parte della servitù entrerà in casa alla fine della settimana prossima.

— Come si chiama?

— Bingley.

— È ammogliato o scapolo?

— Oh! scapolo, caro, certo! Uno scapolo molto ricco; quattro o cinquemila sterline all’anno. Che bella cosa per le nostre figlie!

— Perché? Che cosa c’entrano loro?

— Caro Bennet, — rispose la moglie. — Come sei noioso! Devi sapere che sto pensando di fargliene sposare una.

 

Traduzione di I. Castellini e N. Rosi, casa editrice Newton Compton

È cosa ormai risaputa che a uno scapolo in possesso di un vistoso patrimonio manchi soltanto una moglie.

Questa verità è così radicata nella mente della maggior parte delle famiglie che, quando un giovane scapolo viene a far parte del vicinato — prima ancora di avere il più lontano sentore di quelli che possono essere i suoi sentimenti in proposito — è subito considerato come legittima proprietà di una o dell’altra delle loro figlie.

«Caro Mr Bennet», disse un giorno una signora al marito, «hai sentito che Netherfield Park è finalmente affittato?»

Mr Bennet rispose che non lo sapeva affatto.

«Oramai non ci sono più dubbi», ribatté la signora, «perché è venuta qui poco fa Mrs Long e mi ha raccontato ogni cosa.»

Mr Bennet non rispose.

«Non hai voglia di sapere chi lo ha preso?», esclamò sua moglie impaziente.

«Sei tu che hai voglia di dirmelo, e non ho nulla in contrario a sentirlo.»

Come incoraggiamento poteva bastare.

«Dunque, mio caro, devi sapere che Mrs Long dice che Netherfield è stato affittato da un ricchissimo giovane dell’Inghilterra del Nord, che arrivò lunedì con un tiro a quattro per vedere il posto; ne fu talmente entusiasta da prendere immediatamente tutti gli accordi con Mr Morris; prenderà possesso della proprietà prima di San Michele e una parte della servitù arriverà per la fine della settimana ventura.»

«Come si chiama?»

«Bingley»

«È sposato o scapolo?»

«Oh, scapolo, scapolo, grazie a Dio. Scapolo e, per di più, ricchissimo: quattro o cinquemila sterline di rendita. Che fortuna per le nostre ragazze!»

«Perché? che c’entrano loro?»

«Come sei noioso, caro Bennet!», rispose sua moglie. «Puoi immaginare che spero ne sposi una, no?»