Le donne in traduzione: intervista ad Alison Anderson

Questa intervista è apparsa su World Literature Today il 21 settembre 2016. La riportiamo qui, rivista in alcune parti, per il pubblico italiano (traduzione a cura di Ilaria Guerra).

 

di Melissa Weiss

Tre anni fa, in un post pubblicato su Words Without Borders, Alison Anderson si chiedeva: “Che ruolo hanno le donne nel mondo della traduzione?” Due settimane dopo, il caporedattore di World Literature Today, Daniel Simon, estendeva l’interrogativo con il suo articolo “Donne scrittrici, curatrici, traduttrici”; chi si occupa di traduzione e letteratura in tutto il mondo si pone la domanda ancora oggi.

Dal 2013, sono partite piccole iniziative per aumentare il numero delle autrici in traduzione. Nel 2014 Meytal Radzinski, un’autrice del blog Biblibio, battezzò il mese di agosto come “il mese delle donne in traduzione”. Sempre nel 2014, sui social media prese il via l’iniziativa #readwomen, per stimolare la lettura di autrici.

Con l’intenzione di aggiornare, con il mio contributo, questo importante dibattito, a distanza di qualche anno, ho parlato con Alison Anderson – traduttrice e autrice (il suo ultimo libro è The Summer Guest [ancora inedito in Italia, ndt]) – e ho raccolto il suo punto di vista sullo stato delle autrici in traduzione.

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A 2016 inoltrato (data dell’intervista, ndt), qual è la sua previsione annuale? Ha constatato dei progressi o alcunché sia degno di nota finora? Prevede ci saranno novità nel 2017 a proposito delle donne in editoria?

Alison: Non proprio. Queste cose si muovono lentamente, come i ghiacciai… Il successo della serie L’amica geniale di Elena Ferrante fa ben sperare – è una prova del fatto che c’è davvero un pubblico (leggasi un mercato) per la narrativa femminile tradotta. Ci sono stati avvenimenti importanti, per esempio Han Kang ha vinto il Man Booker International, insieme alla sua traduttrice Deborah Smith; cosa inconcepibile anche solo quattro anni fa, quando mi ero lamentata pubblicamente alla London Book Fair riguardo al fatto che mai nessuna donna avesse vinto l’Independent Foreign Prize for Fiction (che ora fa parte del Booker International). E poi un editore che ho segnalato per aver pubblicato pochi libri di autrici, And Other Stories, ha annunciato che pubblicherà soltanto donne per un anno. Certo può trattarsi di episodi isolati, ma spero che continuino e che scuotano la mentalità tradizionalmente radicata; spero che convincano gli editori che è “normale” tradurre libri di autrici e, soprattutto, spero che convincano il pubblico maschile (e un certo pubblico femminile) che è “normale” leggerli.

In un post del gennaio 2016 sul blog Bibliobio, Meytal Radzinski ha pubblicato diversi dati statistici sulla presenza dei generi, maschile e femminile, in editoria. I risultati sfatano diversi luoghi comuni a proposito della carenza di donne nel settore delle pubblicazioni. Uno di questi è che alcuni paesi sono molto patriarcali e perciò le donne non vengono pubblicate affatto o ce ne sono veramente poche che riescono a superare quest’ostacolo. Biblibio sfata appunto il mito analizzando il genere degli autori pubblicati in Francia, Germania e altri paesi occidentali. I dati mostrano che in tutti i paesi il numero degli uomini per quanto riguarda le pubblicazioni supera quello delle donne, il che indebolisce la teoria secondo cui determinati paesi non siano “progressisti” come in Occidente.

Ci sono altri miti in cui le capita di imbattersi o che ancora persistono? Quali sono le osservazioni più comuni che le capita di sentire quando si parla della necessità di avere più autrici? Cosa si sente di dire ai lettori a proposito dei cosiddetti “ostacoli” che incontrano le autrici?

Alison: Secondo la mia esperienza, la Radzinski ha assolutamente ragione; è comodo (e forse logico) dire che è tutta colpa del patriarcato. No. Qui si tratta di chi ha il potere decisionale di farti entrare nel mondo dell’editoria. Credo che permanga una grande quantità di discriminazioni di genere inconsapevoli tra coloro i quali prendono le decisioni, nei paesi di lingua inglese, a proposito di quali libri siano da tradurre e pubblicare. E questo a prescindere dal sesso di chi prende le decisioni – editore, curatore, scout letterario, agente; una delle migliori case editrici negli Stati Uniti per quanto riguarda le traduzioni, che pubblica però quasi zero autrici, è gestita da una donna. Siano uomini o donne, cercano di convincerti che vogliono pubblicare “indipendentemente da tutto, la narrativa migliore”, io però ho la sensazione che si pongano gli impedimenti che normalmente incontra la narrativa scritta da donne (e anche la saggistica): i pregiudizi che l’opera sarà in qualche modo meno seria, più domestica e meno internazionale, che venderà meno bene, ecc. Inizio a pensare che i manoscritti si dovrebbero sottoporre in forma “anonima”, cosicché chi decide non possa farsi condizionare prima di leggere. Anche qui, la colpa secondo me è delle donne tanto quanto degli uomini.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrano gli editori nel pubblicare autrici donne, secondo lei?

Alison: Io non sono un editore, ma vi dirò che quando ho cercato di proporre libri di autrici in francese a editori medio-piccoli negli Stati Uniti e nel Regno Unito, non ho avuto assolutamente fortuna. Certo, è possibile che scrivere proposte non sia il mio forte, ma c’è senz’altro meno interesse, c’è forse la paura che il libro non venderà. Gli stessi editori poi mi ricontattano per chiedermi se voglio tradurre questo e quel libro del tale scrittore uomo. Ma quando – per miracolo! – mi chiedono di tradurre il libro di una donna, molto spesso la stampa se ne interessa poco.

Come si può mettere in atto un cambiamento globale, al di là degli editori, in modo che un numero maggiore di donne venga letto e pubblicato? In altre parole, mi riferisco ai modi in cui possiamo interagire con gli studenti di letteratura nelle classi, o nei club del libro dove le persone forse non considerano o non leggono autrici. Per un cambiamento a lungo termine, credo che si debba pensare al di là delle semplici case editrici. Quali sono i suoi consigli per agire in questo senso?

Alison: Un cambiamento globale al di là delle case editrici: senz’altro sono d’accordo che gli “studenti di letteratura” debbano leggere autrici, e questo il prima possibile, anche dalla scuola primaria. Esistono traduzioni meravigliose di letteratura per l’infanzia in tutto il mondo che aprirebbero la mente sia sulle donne sia sulla diversità globale, in modo che gli uomini – tra i quali ci sono futuri editori, recensori, critici – poi non rifiuteranno la letteratura scritta da donne (si spera). Neanche dieci anni fa proponevo solo titoli di autrici al nostro club del libro (misto) e percepivo una forte ma tacita riluttanza da parte dei partecipanti di sesso maschile (neanche gli avessi chiesto di vestirsi di rosa). Nel presentare i miei romanzi ai colleghi uomini, per esempio, mi sono scontrata con il pregiudizio che i miei libri fossero per forza “narrativa femminile” in senso stretto – cioè romanzi chick-lit o rosa; supposizioni simili, credo, sono dure a morire per gli uomini e anche per tante donne, e possono sconfinare fin troppo facilmente, purtroppo. Sembra che gli uomini apprezzino il fatto che un’autrice tradotta diventi nota e stimata – nonostante il fatto che sia una donna – solo quando l’autrice abbia affermato una propria solida reputazione come scrittrice di narrativa in patria. Quindi anche se molti progressi sono stati fatti, la strada è ancora lunga…

 

(Luglio-agosto 2016)

 

Alison Anderson è traduttrice e scrive romanzi. L’ultimo, The Summer Guest, basato su un episodio della vita di Anton Cechov, è uscito nel 2016 (in inglese, per Harper, ndt). Vive in Svizzera.

Ian McEwan, L’amore fatale. Esercitazione finale dall’inglese

51_amorefatale_1175077253L’inizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. Io stavo inginocchiato sull’erba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva la bottiglia – un Daumas Gassac del 1987. L’istante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dall’altra parte del prato, e intuimmo il pericolo. L’attimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito la raccomandazione che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l’erba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e l’urlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dell’incidente, correndo come me.

È come se assistessi alla scena da un’altezza di cinquanta metri, con gli occhi della poiana che poco prima avevamo osservato volteggiare ad ali spiegate e tuffarsi nel tumulto delle correnti: cinque uomini in corsa silenziosa diretti al centro di un prato di una quarantina di ettari. Io arrivavo da sud-est, con il vento a favore. Circa duecento metri alla mia sinistra correvano affiancati due individui. Erano Joseph Lacey e Toby Greene, braccianti agricoli che stavano riparando il lato meridionale dello steccato, là dove costeggia la strada. Più o meno alla stessa distanza da loro, veniva John Logan la cui vettura era parcheggiata ai margini del prato con la portiera, o le portiere, spalancate. Sapendo ciò che solo ora, è curioso ricordare la figura di Jed Parry dritta di fronte a me: è uscito da un filare di faggi e avanza controvento dal lato opposto del prato a una distanza di cinquecento metri.

(Traduzione di Susanna Basso)

L’eleganza del riccio. Esercitazione finale dal francese

2501877“Marx cambia completamente la mia visione del mondo” mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge nemmeno la parola.
Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi –, era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualche cosa. Che cosa possono capirci le masse lavoratrici dell’opera di Marx? La lettura è ardua, la lingua forbita, la prosa raffinata, la tesi complessa.

A questo punto, per poco non mi tradisco stupidamente. “Dovrebbe leggere L’ideologia tedesca” gli dico a quel cretino in montgomery verde bottiglia. Per capire Marx, e per capire perché ha torto, bisogna leggere L’ideologia tedesca. È lo zoccolo antropologico sul quale si erigeranno tutte le esortazioni per un mondo migliore e sul quale è imperniata una certezza capitale: gli uomini, che si dannano dietro ai desideri, dovrebbero attenersi invece ai proprio bisogni. In un mondo in cui la hybris del desiderio verrà imbavagliata potrà nascere un’organizzazione sociale nuova, purificata dalle lotte, dalle oppressioni e dalle gerarchie deleterie.

“Chi semina desiderio raccoglie oppressione” sono sul punto di mormorare, come se mi ascoltasse solo il mio gatto. Ma Antoine Pallières, a cui un ripugnante aborto di baffi non conferisce invece niente di felino, mi guarda, confuso dalle mie strane parole. Come sempre, mi salva l’incapacità del genere umano di credere ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine. Una portinaia non legge L’ideologia tedesca e di conseguenza non sarebbe affatto in grado di citare l’undicesima tesi su Feuerbach.

(Traduzione di Emanuelle Caillat e Cinzia Poli)

Arturo Pérez Reverte, Il tango della vecchia guardia. Esercitazione finale dallo spagnolo

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Il caffè fumoir del transatlantico metteva in comunicazione le coperte di prima classe di babordo e tribordo con quelle di poppa, e Max vi si diresse durante la pausa per la cena, sapendo che a quell’ora sarebbe stato quasi vuoto. Il cameriere di turno gli servì un caffè nero e doppio in una tazza con lo stemma di Hamburg-Südamerikanische. Dopo essersi allentato un po’ la cravatta bianca e il collo inamidato, fumò una sigaretta accanto al finestrone dal quale, tra i riflessi delle luci interne, si indovinava la notte là fuori, con la luce che inondava la piattaforma di poppa. A poco a poco, mentre la sala da pranzo si svuotava, cominciarono ad arrivare passeggeri che occuparono i tavoli; così Max si alzò e uscì. Sulla porta, si scostò per lasciare il passaggio a un gruppo maschile con i sigari in mano, tra i quali riconobbe Armando de Troeye. Il compositore non era in compagnia della moglie, e mentre camminava per la coperta di tribordo verso la sala da ballo Max la cercò fra i capannelli di uomini e donne, avvolti in cappotti, impermeabili e scialli, che prendevano il fresco e contemplavano il mare. La serata era gradevole, ma l’Atlantico iniziava a incresparsi per una mareggiata per la prima volta da quando erano salpati da Lisbona; e anche se il Cap Polonio era dotato di moderni sistemi di stabilizzazione, il dondolio provocava commenti inquieti. Per il resto della serata, la sala da ballo fu poco frequentata, e molti tavoli rimasero vuoti, incluso quello abituale dei De Troeye. Iniziavano i primi mal di mare e il programma musicale fu breve. Max ebbe poco lavoro; a stento un paio di valzer, e poté ritirarsi presto.

S’incrociarono accanto all’ascensore, rilessi nei grandi specchi della scala principale, mentre lui stava per scendere nella sua cabina, nella coperta di seconda classe. Lei aveva indossato una mantellina di pelliccia di volpe grigia, teneva in mano una piccola borsa di lamé, era sola e si dirigeva verso una delle coperte; e Max ammirò, con una rapida occhiata, la sicurezza con cui camminava sui tacchi malgrado il dondolio, perché con il mare grosso perfino il pavimento di una nave grande come quella acquistava una scomoda qualità tridimensionale. Tornando indietro, il ballerino mondano aprì la porta che dava all’esterno e la tenne aperta finché la donna non la superò. Lei gli rivolse un secco «grazie» mentre oltrepassava la soglia, Max chinò il capo, chiuse la porta e ritornò indietro lungo il corridoio per otto o dieci passi. L’ultimo lo fece lentamente, pensieroso, prima di fermarsi. Che diavolo, si disse. Non ci perdo nulla a tentare, concluse. Con le opportune cautele.

(Traduzione di Bruno Arpaia)

Almudena Grandes, Cuore di ghiaccio

9788860889676_0_0_318_80Mio padre viaggiava ormai verso l’oblio, quando finalmente mi ero avvicinato anch’io e avevo ripreso il mio posto in mezzo agli altri.

«Io sì che l’ho vista.» Mio nipote Guille, il secondogenito di Rafa e il più sveglio di tutti, smise di giocare con il cellulare e mi guardò. «Aveva una giacca a quadretti e pantaloni alla cavallerizza infilati in un paio di stivali che arrivavano fino al ginocchio, vero?»

«Sì, bravo, proprio lei. Meno male che l’hai vista almeno tu…» Gli sorrisi e ricevetti in cambio un sorriso di quattordici anni, ebbro di protagonismo. «E l’hai vista andare via?»

«No, quello no. Stava dietro e credevo che poi sarebbe venuta da noi, come gli altri, invece non l’ho più vista. L’ho notata perché… Era bella, vero?»

«In effetti, è molto strano…» Mio fratello Rafa guardò suo figlio, poi mia madre e alla fine me, parve sul punto di aggiungere qualcosa ma poi tacque all’improvviso.

«E non può essere una nostra parente, mamma?» insistetti. «Non so, una lontana cugina o qualcosa del genere…»

«No.» La negazione di mia madre fu secca, tagliente, tuttavia tardò un po’ a motivarla. «Come puoi immaginare, figliolo, riesco ancora a riconoscere tutti i miei parenti. Sarò anche vecchia, ma ci sto con la testa.»

«Già, ma il punto è che…» La guardai negli occhi e non mi azzardai a proseguire, però vidi anche qualcosa che non mi aspettavo. «No, niente.»

«Senti Álvaro, stai prendendo qualcosa?» Mia sorella Angelica intervenne con il tono di sospettosa sollecitudine che era diventato famoso grazie ai parti, ai ricoveri ospedalieri e alle convalescenze di tutta la famiglia. «Perché se hai preso solo la pastiglia cheti ho dato io stamattina, ti sta facendo un effetto un tantino strano, davvero.»

Anch’io avevo sperato di vederla da vicino, incrociare di nuovo i suoi occhi, decifrarne il colore, scoprire chi era, perché era venuta, perché ci guardava così.

(Traduzione di Roberta Bovaia)

Ballando nudi nel campo della mente, di Kary Mullins

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Sì, il DNA è davvero il «big one». Stanotte sto giocando con un fuoco che arderà luminoso come Antares che è scomparsa diverse ore fa dietro queste montagne profumate.

La chiave del problema si nasconde nei nucleotidi che il mio laboratorio alla Cetus produce facilmente. Analogamente al comando «trova» sul computer, una breve stringa di nucleotidi in una molecola sintetica può individuare una posizione in una molecola di DNA naturale, ben più lunga di una sintetica. La cosa fondamentale è trovare un punto da cui cominciare: il DNA naturale è una spirale indefinita, come il nastro di una cassetta srotolato e aggrovigliato per terra nel buio di un’automobile. Che genere di programma chimico sarebbe necessario per «trovare» una sequenza specifica sul DNA che contiene 3 miliardi di nucleotidi, e renderla visibile a un essere umano che è un miliardo di miliardi più grande del DNA? Invece di digitare e visualizzare su un computer una lista di comandi in Basic o FORTRAN, dovevo prevedere una serie di reazioni chimiche che avrebbero dovuto descrivere e mostrare la sequenza di un tratto di DNA. Le probabilità erano remote: come leggere la targa di una particolare automobile sulla Interstatale 5 in piena notte, facendo conto solo sulla luce della luna.

Conoscevo abbastanza l’informatica, e questo mi permetteva di comprendere il potere di una procedura matematica reiterativa: di quando cioè applichi una determinata procedura a un numero iniziale per ottenerne un altro, e poi lo ripeti sul nuovo numero, e così via. Se per esempio moltiplichi il numero iniziale per due, il risultato di diversi passaggi è la crescita esponenziale del valore del numero iniziale, 2 diventa 4, poi 8, 16, 32 e così via. Se avessi potuto far sì che un breve tratto di DNA sintetico trovasse una particolare sequenza, e poi avviare un processo di successiva riproduzione di questa sequenza, mi sarei avvicinato alla soluzione del mio problema.

Il ragionamento non era del tutto peregrino, perché in effetti una delle funzioni naturali delle molecole di DNA è quella di riprodursi; accade ogni volta che una cellula si divide in due.

(Traduzione di Paola Emilia Cicerone)

Viaggio al centro della terra, di Jules Verne

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Di domenica, il 24 maggio 1863, mio zio, il professor Lidenbrock, tornò a precipizio verso la sua piccola casa situata al numero 19 della Konigstrasse, una delle case più antiche di Amburgo. Alla nostra cuoca Marta dovette sembrare di essere in gran ritardo per il pranzo poiché le pentole cominciavano appena a cantare sui fornelli della cucina.

“Adesso” dissi tra me “se mio zio, che è l’uomo più impaziente del mondo, arriva affamato, farà sentire la sua voce riprensiva”.

– Già il signor Lidenbrock? – esclamò Marta stupefatta socchiudendo la porta della sala da pranzo.

– Sì, Marta: ma il pranzo ha diritto di non essere pronto, non sono ancora le due. Mezzogiorno e mezzo è suonato adesso a San Michele.

– E allora perché il signor Lidenbrock viene così presto?

– Lo sapremo presto da lui.

– Eccolo; io me ne vado, signor Axel: pensate voi a farlo ragionare.

Marta si rifugiò nel suo laboratorio culinario e restai solo. Per il mio carattere un po’ indeciso non sarei riuscito a far ragionare il più irascibile dei professori: mi preparavo dunque a tornarmene prudentemente nella mia cameretta, quando sentii la porta sulla strada stridere sui cardini; piedi pesanti fecero scricchiolare gli scalini di legno e il padrone di casa, attraversata la sala da pranzo, si precipitò nel suo studio. Durante il suo rapido passaggio aveva gettato in un canto il suo bastone dal manico a schiaccianoci, sul tavolo il suo lungo cappello dal pelo arruffato e a suo nipote queste parole echeggianti:

– Axel, vieni subito!

Prima che avessi il tempo di muovermi il professore gridava con impazienza:

– Ma che fai? Non arrivi ancora?

Mi precipitai nello studio del mio terribile maestro.

So benissimo che Otto Lidenbrock non era cattivo, ma a meno di cambiamenti poco probabili, era destinato a morire nei panni di un incorreggibile stravagante.

 

Fine, di Fernanda Torres

 

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Non mi è rimasto un amico vivo, Ribeiro era l’ultimo. Ero sicuro che mi avrebbe seppellito lui, andava a correre, nuotava, a quarant’anni aveva smesso di fumare e si rifiutava di fare cilecca. Secondo sua sorella è stata colpa del Viagra. Ribeiro si faceva un sacco di donne, era molto importante per lui.

Prima di lui era toccato a Sílvio. O era Ciro? No, Ciro è stato il primo, di cancro, prima ancora di Neto e della moglie. Neto non sopportava Célia, eppure è morto un anno dopo di lei. Va’ a capire. Célia è sempre stata insopportabile, ma da vecchia non ti dico, si era fatta amara, bisbetica, brutta. Neto non deve avere retto alla tranquillità. E pensare che Célia da fidanzata era stupenda. Sarebbe dovuta morire allora, quando era al suo apice. Se Neto avesse saputo come sarebbe diventata, non avrebbe pianto tanto sull’altare. L’uomo è proprio una creatura scema.

Sílvio se n’è andato in un fine febbraio di carnevale. Ha attaccato di venerdì e ha infilato dieci giorni senza dormire. La domenica della settimana successiva ha lasciato tre donnine in caldo a casa sua ed è uscito a comprare un po’ di coca, l’ha mescolata con qualsiasi cosa e il cuore non ce l’ha fatta. Lo hanno trovato riverso nel pieno della movida di Lapa, in avenida Mem de Sá, con in mano una bomboletta di cloruro di etile e in tasca cinque grammi di coca. Beveva, certo, ma da quando era entrato in menopausa – lo so che si dice andropausa ma andropausa non mi piace, è come ditalino, un nome ripugnante, molto meglio pugnetta, a prescindere dal genere – insomma quando Sílvio è entrato in menopausa ha dato di matto. Aveva conosciuto certe ragazzine giovani del sud, libidinose, intrallazzatrici, ed è diventato il loro schiavo. Abbiamo smesso di vederci per via di quelle, lo hanno trascinato fuori dal nostro giro. Due diavolesse frigide mandate da Dio per finirlo una volta per tutte. Per castigo. Che anno era? Va’ a sapere, ne sono passati tanti: di anni e di amici.

(Traduzione di Daniele Petruccioli)

Viandanti della storia, di Chinua Achebe

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“Qui stiamo perdendo tutti del tempo prezioso, signor ministro dell’Informazione. Ho detto che ad Abazon non ci vado. Punto e basta! Kabisa! Nient’altro?”

“Come desidera Sua Eccellenza. Ma…”

“Non c’è ma che tenga, signor Oriko! La faccenda è chiusa, ho detto. Per l’amor del cielo, si può sapere quante volte devo ripeterlo? È tanto difficile mandar giù i miei ordini? Qualunque ordine?”

“Mi dispiace, Sua Eccellenza. Ma non è affatto difficile mandar giù i suoi ordini, né digerirli”.

Per un minuto circa la furia dei suoi occhi aveva indugiato su di me. Per un breve istante i nostri occhi si erano incrociati, pronti all’attacco. Poi avevo abbassato i miei sul lucido ripiano del tavolo nel rito della capitolazione. Lungo silenzio. Ma lui non si era placato. Faceva piuttosto in modo che il silenzio crescesse rapidamente, che acquistasse tensione, come un duello a colpi di battiti di palpebre tra bambini. Anche questa volta gli ho concesso la vittoria. Senza alzare gli occhi, ho detto di nuovo: “Mi dispiace molto, Sua Eccellenza”. Un anno fa non lo avrei mai detto una seconda volta senza fare a me stesso una grave violenza. Questa volta l’ho detto per fargli piacere, niente di più. Non costituiva un problema per me – non mi costava proprio nulla – ma per lui era tutto.

Penso a tutto questo come a un gioco cominciato assai innocentemente e divenuto di colpo strano e velenoso. Ma forse sono troppo ottimista. E questo perché se così fosse, ripensando a questi ultimi due anni, sarebbe possibile indicare un evento specifico e decisivo e dire: è stato in quel momento o in quest’altro che tutto ha cominciato ad andar storto e che le regolo sono state soppresse. Ma, benché abbia cercato a lungo e con impegno, non sono riuscito a trovare né quel momento né quella causa. E così mi pare che nulla sia probabilmente mai stato un gioco, che il presente fosse lì da sempre, solo che io ero troppo cieco o troppo indaffarato per accorgermene. Ma la vera domanda che mi sono spesso rivolto è perché mai, ora che ho aperto gli occhi, continui come se niente fosse. Non lo so. Forse, solo per inerzia. O forse per pura e semplice curiosità: per vedere dove… sì, dove si andrà a finire.

(Traduzione di Franca Cavagnoli)

 

Notte dentro, di Léonora Miano

Nessuno poteva lasciare il villaggio. Erano andati a dirglielo la settimana prima. Non dovevano muoversi. Dovevano aspettare un loro segnale. E che non si sognassero di avere la minima esigenza o necessità che comportasse un qualunque spostamento. Se certe derrate venivano a mancare, pazienza: avrebbero fatto come i loro antenati, prendendo quel che offriva la natura. E poi si erano messi a ridere.

Tutto il paese circostante era occupato da un tempo che non erano in grado di determinare con esattezza. Non sapevano bene da dove venissero gli occupanti, ancor meno cosa volessero realmente. Ma erano stati raggiunti dalle voci che viaggiano nel vento. Parlavano di un tumulto che aspettava il momento opportuno per abbattersi su di loro. E dato che prima o poi sarebbe successo, loro aspettavano, obbedendo agli ordini per non attirarsi più drammi del dovuto. Dopo, si sarebbero contati, e la vita avrebbe ripreso il suo corso. O forse non avrebbero nemmeno avuto il bisogno di contarsi.

[…]

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Dal suo punto di vista, gli africani trascorrevano tutta la vita sfuggendo alla morte. Non sembravano nemmeno rendersi conto che ne erano circondati. Era nei corsi d’acqua in fondo ai quali brulicavano dei vermi portatori di ulcere che consumavano le carni dei bambini. Era nell’acqua da bere, nelle paludi che stagnavano vicino alle abitazioni inviando all’imbrunire nugoli di zanzare a oscurare il mondo. La morte era ovunque nella miseria insalubre dell’Africa. La morte era ovunque nell’ignoranza delle popolazioni. E la morte era nelle tradizioni. In quei comportamenti necrofili che spesso prevedevano la conservazione delle teste dei trapassati. Nelle pratiche di stregoneria, in cui si facevano delle pozioni con la polvere di ossa umane o con le viscere.

(Traduzione di Monica Martignoni)