Musso, Un appartamento a Parigi

Londra, un sabato mattina sul tardi

Ancora non lo sai, ma tra meno di tre minuti affronterai una delle prove più ardue della tua esistenza. Una prova che non avevi previsto, ma che ti segnerà con il dolore di un marchio a fuoco sulla pelle morbida.
Per ora cammini, tranquilla, nella galleria di negozi dall’aspetto di un antico atrio. Dopo dieci giorni di pioggia, il cielo ha ritrovato un bel color turchese. I raggi di sole che rendono cangiante la vetrata del centro commerciale ti hanno messo di buon umore.
Per festeggiare l’arrivo della primavera, ti sei persino concessa quel vestitino rosso a pois bianchi che ti faceva l’occhiolino da un paio di settimane. La tua giornata si preannuncia piacevole: prima, un pranzo con Jul’, la tua migliore amica, una seduta di manicure tra donne, probabilmente una mostra a Chelsea, poi stasera il concerto di PJ Harvey a Brixton. Una tranquilla navigazione tra le sinuose anse della tua vita.
Se non che all’improvviso, te ne accorgi.

***

È un bambino biondo vestito con una salopette di jeans e un montgomery blu oltremare. Due anni forse, o poco più. Grandi occhi chiari e vivaci che brillano dietro a occhiali colorati. Lineamenti delicati messi in risalto da un faccino tondo da bambolotto incorniciato da corti riccioli lucenti come il grano sotto il sole d’estate. Lo guardi da un po’, da lontano, ma più ti avvicini, più sei incantata dal suo viso. Un territorio vergine, radioso, che né il male né la paura hanno ancora avuto il tempo di contaminare.
Su quel musetto, non vedi altro che un ventaglio di possibilità. Gioia di vivere, felicità allo stato puro.
Adesso, anche lui ti sta guardando. Un sorriso complice e candido illumina il suo volto. Con orgoglio, ti mostra l’aeroplanino di metallo che fa volare sulla sua testa tra le dita paffute.
– Vroommm…

(Traduzione di Emanuela Costantini)

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Ildefonso Falcones, La regina scalza

Maledetto don José! Caridad se n’era presa cura durante la traversata. Dicevano che avesse la «peste delle navi». «Morirà», avevano dichiarato con convinzione. E infatti il male se l’era portato via dopo una lenta agonia, mentre il suo corpo si consumava poco a poco tra orrendi gonfiori, sfoghi cutanei ed emorragie. Per un mese padrone e schiava erano rimasti chiusi a poppa, in una piccola cabina dall’aria viziata con una sola amaca che don José, dopo aver pagato una bella somma, era riuscito a farsi costruire dal comandante con delle assi, sottraendo spazio a quella di uso comune destinata agli ufficiali.

«Elegguà, fa’ che la sua anima non riposi mai in pace, che vaghi per il mondo» gli aveva augurato Caridad percependo un quello spazio esiguo la potente presenza dell’Essere Supremo, il Dio che regge il destino degli uomini. E come se l’avesse sentita, il padrone le aveva chiesto pietà con i suoi impressionanti occhi itterici, allungando una mano in cerca del calore della vita che, lo sentiva, lo stava abbandonando. Sola con lui nella cabina, Caridad gli aveva negato quella consolazione. Lei non aveva forse teso la mano mentre la separavano dal suo piccolo Marcelo? E cos’aveva fatto il padrone? Aveva ordinato di portar via il bambino.

«E falla tacere!» aveva aggiunto nello spiazzo davanti alla casa grande, dove gli schiavi si erano riuniti per sapere chi sarebbe stato il loro nuovo padrone e quale destino li aspettasse. «Non sopporto…»

Don José si era zittito di colpo, vedendo le facce stupite degli schiavi. Con una reazione istintiva, Caridad aveva spintonato il sorvegliante e, liberatasi dalla sua stretta, stava per correre dal suo bambino, quando si era resa conto dell’imprudenza commessa, e si era fermata. Per qualche istante si erano sentiti solo gli strilli acuti e disperati di Marcelo.

«Volete che la frusti, don José?» aveva chiesto il sorvegliante mentre riacciuffava Caridad per un braccio.

«No», aveva concluso l’altro dopo averci riflettuto. «Non voglio portarla in Spagna tutta rovinata».

A un cenno deciso del sorvegliante, Cecilio, un nero enorme, aveva trascinato il bambino verso la capanna. Caridad era caduta in ginocchio e il suo pianto si era intrecciato a quello di suo figlio. Era stata l’ultima volta che l’aveva visto. Non le avevano nemmeno permesso di dirgli addio…

«Caridad, cosa fai lì impalata, ragazza?»

Sentendo il proprio nome, Caridad tornò con i piedi per terra e in quel baccano riconobbe la voce di don Damián, il vecchio cappellano della Reina, anche lui appena sbarcato.

(Traduzione di Roberta Bovaia e Silvia Sichel)

Gary Shteyngart, Mi chiamavano piccolo fallimento

Un anno dopo essermi laureato lavoravo downtown, all’ombra immensa del World Trade Center, e durante la mia scanzonata pausa pranzo quotidiana di quattro ore passavo davanti ai due giganti mangiando e bevendo e proseguivo su per Broadway, giù per Fulton Street, fino allo Strand Book Annex. Nel 1996 la gente leggeva ancora i libri e la città poteva permettersi una succursale extra del leggendario Strand nel Financial District, a dimostrazione che all’epoca ci si aspettava che agenti di cambio, segretarie, funzionari governativi… tutti avessero una qualche vita interiore.

Nel corso dell’anno precedente avevo tentato di fare l’assistente in uno studio legale che si occupava di diritti civili, ma non era andata bene. Lavorare in uno studio legale richiedeva grande attenzione ai dettagli, molta più attenzione di quanta ne potesse garantire un giovanotto nervoso con la coda di cavallo, un problemino di abuso di sostanze psicotrope e una spilla a forma di foglia di marijuana sulla cravatta con finto nodo. Più vicino di così a esaudire il sogno dei miei genitori di vedermi avvocato non sarei arrivato. Come la maggior parte degli ebrei sovietici, come quasi tutte le persone immigrate dai paesi comunisti, i miei genitori erano profondamente conservatori, e non avevano mai tenuto in grande considerazione i quattro anni che avevo passato alla mia università progressista, l’Oberlin College, a studiare marxismo e scrittura. Durante la sua prima visita a Oberlin, mio padre si piazzò sopra una gigantesca vagina dipinta in mezzo al cortile interno dall’organizzazione di lesbiche, gay e bisessuali del campus, e ignaro della crescente marea di fischi e della calca, mi sciorinò le differenze fra le stampanti laser e le stampanti a getto di inchiostro, e in particolare i prezzi al dettaglio delle cartucce. Se non sbaglio, era convinto di trovarsi sopra una pesca.

(Traduzione di Katia Bagnoli)

Cuore di ghiaccio, Almudena Grandes

Le donne non portavano calze. Le ginocchia grosse, sporgenti, carnose, sottolineate dall’elastico dei gambaletti, spuntavano a tratti da sotto l’orlo degli abiti, che non erano abiti ma piuttosto federe di tela leggera, senza forma né risvolti. Non saprei come definirle. Fu per questo che le notai, piantate come alberi tozzi sull’erba incolta del cimitero, senza calze, senza stivali, con le giacche di lana pesante che si stringevano al petto incrociando le braccia come unico cappotto.

Neanche gli uomini indossavano il cappotto, ma si erano chiusi le giacche, anch’esse a maglia e pesanti, più scure, per affondare le mani nelle tasche dei pantaloni. Si assomigliavano tra loro come le donne. Avevano tutti la camicia abbottonata fino al collo, la barba dura fatta da poco e i capelli cortissimi. Alcuni portavano un basco, altri no, ma la posa era la stessa, le gambe larghe, la testa ben dritta, i piedi incollati al terreno, alberi pure loro, bassi e robusti, capaci di resistere alle avversità, vecchissimi e allo stesso tempo assai forti.

Anche mio padre disdegnava il freddo e i freddolosi. Mi tornò in mente, in quell’istante, mentre il vento gelido di montagna – un filo d’aria, avrebbe detto lui – mi tagliava la faccia con una lama orizzontale, affilatissima. All’inizio di marzo il sole sa imbrogliare, fingersi più maturo, più caldo nelle ultime mattine invernali, quando il cielo pare una fotografia di se stesso, d’un blu così intenso che sembra ritoccato da un bambino con un pastello a cera, il cielo ideale, limpido, profondo, trasparente, le montagne sullo sfondo, le cime ancora ingioiellate di neve e qualche pallida nube che si sfilaccia lenta, per confermare con la propria indolenza la perfezione di un miraggio primaverile. Che bella giornata, avrebbe detto mio padre, ma io avevo freddo, il vento gelido mi tagliava la faccia e l’umidità del terreno trapassava la suola dei miei stivali, la lana dei calzettoni, la fragile barriera della pelle, per congelarmi le ossa delle dita, le piante dei piedi, le caviglie. Dovevate sentire in Russia, in Polonia, ci diceva lui quando eravamo piccoli e ci lamentavamo del freddo che faceva al suo paese in mattinate come quella, certe domeniche d’inverno in cui il cielo più bello del mondo sceglieva Madrid per mostrarsi all’alba.

(Traduzione di Roberta Bovaia)

Insieme e basta, di Anna Gavalda

Traduzione di Antonella Viale e Marcella Maffi, Sperling & Kupfer

Paulette Lestafier non era poi matta come dicevano. Certo che sapeva distinguere un giorno dall’altro, dato che ormai non aveva altro da fare. Contarli, aspettarli e dimenticarli. Sapeva benissimo che quel giorno era mercoledì. Infatti era pronta! Si era messa il cappotto, aveva preso la sporta e riordinato i buoni sconto. Aveva anche sentito la macchina dell’Yvonne da lontano… Ma ecco che il gatto si era messo davanti alla porta, aveva fame e lei era caduta proprio mentre si chinava per porgergli la ciotola, battendo la testa contro il primo gradino della scala.

Paulette Lestafier cadeva spesso, ma era un segreto. Non doveva parlarne, a nessuno.

«A nessuno, chiaro?» si minacciava in silenzio. «Né e Yvonne, né al medico, né, meno che mai, al tuo ragazzo…»

Ora doveva rialzarsi piano piano, aspettare che gli oggetti tornassero normali, spalmarsi un po’ di pomata e nascondere quei maledetti lividi.

I lividi di Paulette erano proprio lividi. Giallo livido, verde livido, o viola livido e le rimanevano sul corpo a lungo. Troppo a lungo. A volte anche per mesi… Era difficile nasconderli. Tutti le chiedevano perché si vestisse sempre come se fosse inverno, perché portasse calze spesse e non si togliesse mai il golfino.

Soprattutto il ragazzo la tormentava: «Che c’è, nonna? Che cos’è tutta ’sta roba? Levatela di dosso, sennò crepi di caldo!»

No, Paulette Lestafier non era affatto matta. Sapeva che quei lividi enormi che non andavano mai via, prima o poi le avrebbero portato guai…

Sapeva che cosa succede alle vecchie inutili come lei. Quelle che lasciano crescere la gramigna nell’orto e si aggrappano ai mobili per non cadere. Le vecchie che non riescono a fare entrare il filo nella cruna dell’ago e non si ricordano nemmeno più come si fa ad alzare il volume della tele. Quelle che schiacciano tutti i tasti del telecomando e finiscono per spegnere l’apparecchio piangendo di rabbia.

Piccole lacrime amare.

La testa tra le mani davanti a una tele morta.

 

 

 

Il cacciatore di aquiloni, di Khaled Hosseini

Traduzione di Isabella Ivaj, Edizioni Piemme

 

Dicembre 2001

Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

Nell’estate del 2001 mi telefonò dal Pakistan il mio amico Rahim Khan. Mi chiese di andarlo a trovare. In piedi in cucina, il ricevitore incollato all’orecchio, sapevo che in linea non c’era solo Rahim Khan. C’era anche il mio passato di peccati non espiati. Dopo la telefonata andai a fare una passeggiata intorno al lago Spreckels. Il sole scintillava sull’acqua dove dozzine di barche in miniatura navigavano sospinte da una brezza frizzante. In cielo due aquiloni rossi con lunghe code azzurre volavano sopra i mulini a vento, fianco a fianco, come occhi che osservassero dall’alto San Francisco, la mia città d’adozione. Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava: Per te qualsiasi cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni.

 

César Aira, Come diventai monaca

La mia storia, la storia di “come diventai monaca”, è cominciata molto presto nella mia vita; avevo appena compiuto sei anni. L’inizio è segnato da un vivido ricordo che posso ricostruire fin nei minimi particolari. Prima di quello non c’è niente; poi, tutto è proseguito formando un ricordo unico, vivido, continuo e ininterrotto, compresi i periodi di sonno, finché non ripresi l’abito.

Ci eravamo trasferiti a Rosario. I miei primi sei anni li avevo trascorsi con papà e mamma in un paese della provincia di Buenos Aires di cui non conservo alcun ricordo e dove non ho più fatto ritorno: Coronel Pringles. La grande città (così ci appariva Rosario, venendo da dove venivamo) ci impressionò moltissimo. Mio padre non attese nemmeno un paio di giorni per mantenere una promessa che mi aveva fatto: portarmi a mangiare un gelato. Sarebbe stato il primo per me, dato che a Pringles non esistevano. Lui, che in gioventù aveva conosciuto molte città, mi aveva fatto più di una volta l’elogio di quella leccornia, che ricordava deliziosa e tipica dei giorni di festa anche se non riusciva a spiegarne la bontà a parole. Me lo aveva descritto, molto correttamente, come qualcosa di inimmaginabile per il non iniziato, e tanto era bastato perché il gelato mettesse radici nella mia mente infantile e vi crescesse fino ad assumere le dimensioni di un mito.

A piedi raggiungemmo una gelateria che avevamo individuato il giorno prima. Entrammo. Lui ne chiese uno da cinquanta centesimi, al pistacchio, crema americana e chinotto al whisky, e per me uno da dieci alla fragola. Il colore rosa mi affascinò. Ero già ben predisposta. Adoravo il mio papà. Veneravo tutto quello che poteva venirmi da lui. Ci sedemmo su una panchina sul marciapiede, sotto gli alberi che c’erano allora nel centro di Rosario: banani. Osservai come faceva papà, che in pochi secondi aveva finito la pallina di crema verde. Riempii il cucchiaino con la massima cautela e me lo portai alla bocca.

(Traduzione di Raul Schenardi)

Chesil Beach, di Ian McEwan

Traduzione di Susanna Basso, Einaudi

Erano giovani, freschi di studi, e tutti e due ancora vergini in quella loro prima notte di nozze, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile. Anche se facile non lo è mai.  Si erano appena seduti a cena nella saletta minuscola al primo piano di una locanda in stile georgiano. Dalla stanza accanto, attraverso la porta aperta, si scorgeva un letto a baldacchino, piuttosto stretto, dalla sopraccoperta candida e tesa con una perfezione pressoché innaturale. Edward tenne per sé il fatto di non avere mai dormito in un albergo, mentre Florence, dopo tutti quei viaggi col padre da piccola, era una veterana. A livello superficiale, erano di ottimo umore. Il matrimonio, nella chiesa di St Mary a Oxford, era andato bene: una cerimonia decorosa, un rinfresco gradevole, i saluti dei compagni di scuola e del college commossi e incoraggianti. I genitori di lei non avevano assunto atteggiamenti paternalistici con quelli di lui, come si era temuto, e la madre di Edward si era comportata dignitosamente, evitando si scordare il motivo dei festeggiamenti. Gli sposi si erano allontanati a bordo di un’utilitaria di proprietà della madre di Florence e, sul fare della sera, erano arrivati nel loro albergo sulla costa del Dorset, con un clima magari non ideale per metà luglio o per la circostanza, ma assolutamente accettabile: non pioveva infatti, anche se non faceva nemmeno abbastanza caldo, secondo Florence, per cenare fuori in giardino come avevano sperato.

Edward era di un altro avviso. Tuttavia, cortese fino all’eccesso, non si era nemmeno sognato di contraddirla proprio quella sera.

 

Il giro del mondo in 80 giorni, di Jules Verne

Traduzione di S. Valenti, editore Feltrinelli

Nell’anno 1872, la casa segnata con il numero 7 di Saville Row, Burlington Gardens – nella quale morì Sheridan nel 1814 – era abitata da Phileas Fogg, uno dei membri più originali e più in vista del Reform Club di Londra, nonostante il suo apparente proposito di non far nulla che potesse attirare l’attenzione altrui.

A uno dei più grandi oratori che onorano l’Inghilterra, succedeva dunque quel Phileas Fogg, personaggio enigmatico, del quale non si sapeva nulla, tranne ch’era un gran galantuomo e uno dei più gentlemen dell’alta società inglese.

Si diceva che somigliasse a Byron – per la sua testa, perché, quanto ai piedi, non aveva il minimo difetto – ma un Byron con baffi e favoriti, un Byron impassibile, che avrebbe potuto vivere mille anni senza invecchiare.

Phileas Fogg, inglese certamente, non era, forse, londinese.

Non era mai stato visto né alla Borsa, né alla Banca, né in alcuno degli uffici commerciali della città. E nemmeno i bacini, né i dock di Londra avevano mai accolto una nave che avesse per armatore Phileas Fogg. Quel gentleman non figurava in nessun Consiglio d’Amministrazione; il suo nome non si era mai udito pronunziare in un collegio d’avvocati, né al Tempio, né a Lincoln’s Inn, né a Gray’s Inn. Mai egli arringò alla Corte del Cancelliere, né al Banco della Regina, né allo Scacchiere, né in Corte ecclesiastica. Non era industriale, né commerciante, né mercante, né agricoltore. Non faceva parte né della Reale Istituzione della Gran Bretagna, né dell’Istituto di Londra, né dell’Istituzione degli Artigiani, né dell’Istituzione Russel, né dell’Istituzione letteraria dell’Ovest, né dell’Istituzione del Diritto, né di quella Istituzione delle Arti e delle Scienze riunite che è posta sotto il diretto patronato di Sua Graziosa Maestà. Non apparteneva, insomma, ad alcuna delle numerose associazioni che pullulano nella capitale dell’Inghilterra, dalla Società dell’Armonica fino alla Società entomologica, fondata principalmente con lo scopo di distruggere gli insetti nocivi.

 

 

Isabel Allende, L’amante giapponese

Traduzione di Elena Liverani

Irina Bazili iniziò a lavorare a Lark House, alla periferia di Berkley, nel 2010, a ventitré anni compiuti e con poche illusioni, perché passava da un impiego all’altro, cambiando di continuo città da quando ne aveva quindici. Non poteva immaginare che in quella residenza per a terza età avrebbe trovato una nicchia perfetta e che nei tre anni successivi sarebbe tornata a essere felice come durante l’infanzia, quando ancora il destino non le si era scompigliato. Lark House, fondata a metà del Novecento per ospitare dignitosamente anziani non abbienti, aveva attratto fin dall’inizio, per ragioni sconosciute, intellettuali progressisti, alternativi convinti e artisti di scarso successo. Con il tempo, per diversi aspetti cambiò, pur continuando a riscuotere rette proporzionate al reddito di ogni residente allo scopo di favorire, in teoria, una qualche diversità economica e razziale. In pratica, erano tutti bianchi appartenenti alla classe media e la diversità si manifestava in sottili differenze tra liberi pensatori, persone in cerca di un cammino spirituale, attivisti sociali ed ecologisti, nichilisti e qualcuno dei pochi hippie rimasti nell’area della Baia di San Francisco.

Nel corso del primo colloquio, il direttore di quella comunità, Hans Voigt, fece capire a Irina che era troppo giovane per un ruolo di così grande responsabilità; tuttavia, siccome dovevano coprire con urgenza quel posto rimasto vacante, lei poteva fungere da tappabuchi mentre cercavano la persona giusta. Irina pensò che si poteva dire la stessa cosa di lui: sembrava un ragazzino dalle guance paffute già affetto da calvizie per il quale dirigere quella struttura era sicuramente un compito superiore alle sue capacità. Con il tempo la ragazza avrebbe constatato che a una certa distanza e non in piena luce l’aspetto di Voigt ingannava, perché in realtà aveva compiuto cinquantaquattro anni e si era dimostrato un eccellente amministratore. Irina gli garantì che la sua mancanza di titoli di studio sarebbe stata compensata dall’esperienza nell’accudimento degli anziani maturata in Moldavia, il suo paese natale.

Il timido sorriso della candidata intenerì il direttore che, dimenticandosi di chiederle una lettera di raccomandazione, passò a enumerare gli obblighi relativi al suo incarico, riassumibili in poche parole: semplificare la vita degli ospiti del secondo e del terzo livello. Quelli del primo livello non erano di sua competenza perché vivevano in modo indipendente, come inquilini in un condominio, e nemmeno quelli del quarto livello, chiamato in modo appropriato Paradiso perché, in attesa di trasferirsi al cielo, trascorrevano sonnecchiando la maggior parte del tempo e richiedevano un altro tipo di servizi.