Sulle ali del silenzio, Paloma Sánchez-Garnica

Traduzione di Sara Cavarero

I primi accordi di un pianoforte si librarono nel cortile buio, effimeri come scintille. Marta Ribas percepì la melodia e spalancò la finestra, rabbrividendo per il vento ghiacciato che le sferzò il volto. Le note si aggrappavano a quello spazio vuoto e disadorno che sembrava insinuarsi nelle viscere della terra e risalire fino al cielo. La Variazione 18 della Rapsodia su un tema di Paganini proveniva dalla finestra del salone di doña Fermina, probabilmente aperta da Juana per arieggiare la stanza.

Marta chiuse gli occhi e lasciò che la musica le riempisse l’anima, trasportata dai ricordi a quell’ultimo concerto cui aveva assistito in compagnia del marito, durante un viaggio preparato con mesi di anticipo per festeggiare il loro anniversario di nozze. Era il 7 novembre di ormai dodici anni prima, alla Lyric Opera House di Baltimora, quando Rachmaninov aveva eseguito per la prima volta al piano quella Variazione. Per qualche istante riuscì a far sì che la tristezza e il dolore rimanessero sullo sfondo, il suo spirito confortato dal mesto lirismo e dalla forza di quel brano, cullato da un senso di benessere paragonabile alla gioia che avrebbe provato se quel pezzo lo avesse eseguito lei stessa. D’istinto, e senza aprire gli occhi per non spezzare l’incantesimo, appoggiò delicatamente i polpastrelli sul davanzale gelato e seguì la melodia di quei suoni soavi che la estraniavano dal mondo. Per un attimo si sentì libera, immensa, serena e, dopo il crescendo di tutta l’orchestra, di nuovo si fece strada la dolce carezza del pianoforte, a sciogliere le tensioni e sprigionare un’estasi indicibile, se non la si è mai provata, finendo con un perdendosi che dissolse il suono nell’aria.

Un brivido la riportò alla realtà. Stava tremando per il freddo. Guardò verso il cortile vuoto e buio. Il gracchiare stridente e banale della radio di Venancia andò a sovrapporsi alla fragile potenza e all’armonia creata da Rachmaninov. Chiuse la finestra e tornò a sedersi sulla sedia in giunco, stringendo le mani intorno alla tazza ancora calda di caffè annacquato, e si immerse nel proprio silenzio, confortata dalla tregua che il presente le aveva appena regalato, pervasa dalla nostalgia di un passato migliore e dall’angoscia per un futuro senza speranza.

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Ragazze elettriche, di Naomi Alderman

Nottetempo

Traduzione di Silvia Bre

Mentre lo fanno, gli uomini chiudono Roxy nell’armadio. Ciò che non sanno è che lei è già stata chiusa in quell’armadio, prima d’allora. Quando fa la cattiva, sua madre la mette lì. Solo per pochi minuti. Finché non si calma. Un po’ alla volta, durante le ore passate lì dentro, ha allentato la serratura, girando le viti con un’unghia o con una graffetta. Avrebbe potuto staccare quella serratura in qualunque momento. Ma non l’ha fatto, perché magari poi la madre avrebbe applicato un chiavistello sul lato esterno. Le basta sapere, stando seduta al buio, che, se davvero volesse, potrebbe uscire. Quella certezza è bella come la libertà.

Ecco perché sono convinti di averla chiusa dentro, al riparo. Lei però salta fuori. È così che vede tutto.

Gli uomini sono arrivati alle nove e mezza. Quella sera Roxy sarebbe dovuta andare dalle cugine; era stato programmato da settimane, ma aveva risposto male alla madre che al Primark non le aveva comprato i collant giusti. Così la madre aveva detto: “Non ci vai, resti a casa”. Come se Roxy ci tenesse ad andare da quelle sfigate delle cugine.

Quando i tizi danno un calcio alla porta e la vedono lì, imbronciata sul divano di fianco a sua madre, uno di loro fa: “Cazzo, c’è la ragazzina”. Sono in due, uno più alto con la faccia da ratto, l’altro più basso, con la mandibola squadrata. Non li conosce.

Il valzer lento delle tartarughe, di Katherine Pancol

Bompiani

Tradotto da Roberta Corradini

“Devo ritirare un pacco”, dichiarò Joséphine Cortès avvicinandosi allo sportello dell’ufficio postale di rue de Longchamp, nel sedicesimo arrondissement di Parigi.

“Francia o estero?”

“Non lo so.”

“Nome?”

“Joséphine Cortès… C.O.R.T.È.S…”

“Ha l’avviso di giacenza?”

Joséphine Cortès porse la cartolina gialla che la avvertiva della mancata consegna del pacco.

“Un documento d’identità?” domandò stancamente l’impiegata, una bionda tinta con l’aria sbattuta che strizzava gli occhi nel vuoto.

Joséphine tirò fuori la carta d’identità e la posò sotto gli occhi dell’addetta allo sportello, che nel frattempo aveva intavolato una conversazione con un collega a proposito di una nuova dieta a base di cavolo rosso e rafano. L’impiegata prese il documento con un gesto brusco, sollevò prima una coscia poi l’altra, e scese dallo sgabello sfregandosi le reni.

Si avviò ciondolando verso un corridoio e sparì. La lancetta dei minuti avanzava sul quadrante bianco dell’orologio appeso al muro. Joséphine rivolse un sorriso imbarazzato alla fila che si allungava dietro di lei.

Non è colpa mia se hanno tenuto il mio pacco in deposito in un posto dove io non vivo più, sembrava dire a mo’ di scusa con la schiena curva. Non è colpa mia se è finito a Courbevoie prima di arrivare qui. E poi, chissà da dove viene? Forse Shirley, dall’Inghilterra? Shirley però sa il mio indirizzo nuovo. Sarebbe proprio da lei mandarmi quel tè lussurioso che compra da Fortnum & Mason, un pudding e dei calzini imbottiti per lavorare senza prendere freddo ai piedi. Shirley dice sempre che non esiste l’amore, esistono i dettagli d’amore. L’amore senza i dettagli secondo lei è come il mare senza il sale, le lumache senza la maionese, il mughetto senza i campanellini. Le mancava Shirley. Era andata a vivere a Londra con suo figlio Gary.

Pastorale americana, Philip Roth

Giulio Einaudi Editore

Traduzione di Vincenzo Mantovani

Lo svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov.

Lo svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori — in gran parte poco istruiti, molto carichi di preoccupazioni — veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L’aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, e priva dell’intento di nuocere agli ebrei, non era tradizionalmente una fonte di soddisfazione nella nostra comunità; i diplomi post-laurea sì. Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese: quasi come i gentili (come esse immaginavano i gentili), le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo, poterono dimenticare la guerra.

Scorre la Senna, di Fred Vargas

Einaudi

Traduzione di Margherita Botto

Appostato su una panchina, di fronte al commissariato del quinto arrondissement di Parigi, il vecchio Vasco sputava noccioli di oliva. Cinque punti se colpiva il basamento del lampione. Aspettava che comparisse un poliziotto biondo, alto, corporatura floscia, che ogni mattina usciva verso le nove e mezzo e, con aria imbronciata, lasciava una moneta sulla panchina. In quel momento il vecchio, di professione sarto, era davvero a secco. Come spiegava a chiunque lo stesse a sentire, la nostra epoca aveva suonato la campana a morto per i virtuosi dell’ago. La confezione su misura aveva i giorni contati.

Il nocciolo passò a due centimetri dal basamento di metallo. Vasco sospirò e bevve a canna qualche sorso di birra da una bottiglia da un litro. Il mese di luglio era caldo e già alle nove ti veniva sete, senza contare le olive.

Stando su quella panchina da più di tre settimane, ogni santo giorno fuorché la domenica, il vecchio Vasco aveva finito per identificare un bel po’ di facce, al commissariato. Era un buon passatempo, meglio del previsto. Allucinante quanto si sbattessero quei tizi. Per fare che, c’era da chiederselo. Fatto sta che si agitavano dalla mattina alla sera, ognuno a modo suo. Tranne il piccoletto bruno, il commissario, che si muoveva sempre molto lentamente, come se fosse sott’acqua. Usciva a fare due passi più volte al giorno. Il vecchio Vasco gli diceva due parole e lo guardava allontanarsi lungo la via, con un’andatura un po’ beccheggiante, le mani sprofondare nelle tasche dei pantaloni stropicciati. Quello era uno che non si stirava gli abiti.

Il poliziotto alto e biondo scese i gradini dell’ingresso verso le dieci, con un dito appoggiato alla fronte. Quella mattina era in ritardo, forse aveva mal di testa o sul commissariato era piombato un grosso caso. Poteva capitare, dopotutto, a furia di sbattersi a quel modo. Vasco lo chiamò con grandi cenni mostrando la sua sigaretta spenta. Ma a quanto pare il tenente Adrien Danglard non aveva fretta di attraversare per accendergliela. Guardava fisso un grande attaccapanni di legno, vicino alla panchina, con appena una giacca bisunta.

Carmen Mola, La fidanzata gitana

Traduzione di Serena Rossi

«¡Su-sa-na!, ¡Su-sa-na!, ¡Su-sa-na!»

Le amiche di Susana gridano, applaudono, ballano entusiaste, così come hanno fatto quelle delle altre quindici o venti fidanzate che hanno conosciuto oggi, venerdì, nel Very Bad Boys, in calle Orense. Neanche un uomo tra il pubblico, tutte donne, a festeggiare addii al nubilato o riunioni di amiche; alcune si sono messe ridicoli diademi con piselli sulla testa; altre delle fasce da miss sul petto con il nome della festeggiata; un gruppo indossa magliette con la foto della futura sposa…

Le amiche di Susana sono state discrete nei limiti del possibile: indossano solo dei tutù rosa da ballerina attorno alla vita.

«¡Su-sa-na!, ¡Su-sa-na!, ¡Su-sa-na!»

Susana ci mette un po’, temendo il momento in cui toccherà a lei stare al centro dell’attenzione, e quel momento arriva. Le hanno assegnato due ballerini, uno biondo dall’aria svedese, un vichingo; l’altro mulatto, sembra brasiliano. I due hanno cominciato travestiti da poliziotti, anche se adesso sono quasi nudi; i due sono molto attraenti, dal petto gonfio e le gambe robuste, muscolosi, con i capelli corti ai lati della testa e più lunghi sopra, depilati dappertutto e con la pelle luccicante per l’olio cui si devono essere unti prima di uscire a recitare… Addosso gli rimane solo un piccolo tanga, quello del mulatto rosso, e quello del vichingo bianco. Susana teme che le chiedano che glieli tolga con i denti, come hanno fatto diverse fidanzate che l’hanno preceduta sul palco. Se la vedesse suo padre… Per queste cose nutre tanta rabbia verso di lei.

«Non preoccuparti, non ti facciamo nulla» le sussurra il mulatto, rassicurante, in un buon castigliano.

Susana non ha indovinato, non è brasiliano, è cubano.

Sta sopra il piccolo palco, la musica è assordante e l’hanno fatta sedere su una sedia; i due ballerini si alternano sopra di lei, sfiorandola con i loro genitali, ballandole intorno, e passandole le mani su tutto il corpo.

 

Eugénie Grandet, di Balzac

Feltrinelli Editore

Traduzione di Frédéric Ieva

 

  In alcune città di provincia si trovano delle case la cui vista ispira una malinconia pari a quella che destano i chiostri più tetri, le lande più brulle e le rovine più tristi. Forse in queste case sono presenti allo stesso tempo il silenzio del chiostro, l’aridità delle lande e l’ossatura delle rovine: la vita e il movimento sono così placidi che uno straniero le potrebbe credere disabitate, se all’improvviso non incontrasse lo sguardo spento e freddo di una persona immobile la cui figura per metà monastica si affacci dal davanzale della finestra, al rumore di un passo sconosciuto. Questi principi di malinconia sono presenti nella fisionomia di una casa situata a Saumur, all’estremità della strada ripida che, passando per la città alta, conduce al castello. Questa via, ora poco frequentata, calda d’estate, fredda d’inverno, buia in alcuni tratti, è notevole per la sonorità del suo piccolo selciato sassoso, sempre pulito e secco, per l’angustia del suo tracciato tortuoso, per la pace delle sue case che fanno parte della città vecchia, e che dominano i bastioni. Abitazioni di trecento anni sono ancora solide, benché costruite in legno, e i loro differenti aspetti contribuiscono all’originalità che rende caratteristica questa parte di Saumur e che richiama l’attenzione di archeologi e artisti. È difficile passare davanti a queste case, senza ammirarne le enormi travi dalle estremità intagliate con figure bizzarre che incoronano di un bassorilievo nero il pianterreno della maggior parte di esse.

Sherlock Holmes: uno studio in rosso, di Conan Doyle

Newton Compton editori

Traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto

 

     Nell’anno 1878, conseguita la laurea in medicina alla London University, mi recai a Netley per seguire il corso di specializzazione come chirurgo militare. Completati i miei studi, fui regolarmente distaccato presso il Quinto Corpo Fucilieri del Northumberland in qualità di assistente chirurgo. All’epoca, il reggimento era di stanza in India e, prima che io potessi raggiungerlo, era scoppiato il secondo conflitto afghano. Sbarcando a Bombay, venni a sapere che il mio reparto aveva già attraversato il passo ed era ormai all’interno del territorio nemico. Molti altri ufficiali si trovavano, comunque, nella mia stessa situazione. Seguimmo quindi il reparto e riuscii a raggiungere sano e salo Candahar, dove mi ricongiunsi al mio reggimento assumendo subito le mie nuove funzioni.

A molti la campagna afghana portò onori e promozioni; ma a me non portò che sfortune e calamità. Venni trasferito dalla mia brigata e assegnato a quella dei Berkshire, con i quali presi parte alla disastrosa battaglia di Mainwand; fui ferito alla spalla da un proiettile Jezail che mi fracassò l’osso procurandomi una lesione superficiale all’arteria succlavia. Sarei caduto nelle mani dei sanguinari Ghazi se non fosse stato per la devozione e il coraggio del mio attendente Murray il quale mi caricò in groppa a un cavallo da soma e riuscì a portami in salvo fino nelle retrovie inglesi.

Spossato dal dolore e indebolito dagli stenti così a lungo sopportati, venni trasportato con un lungo convoglio di feriti alla base ospedaliera di Peshawar. Mi ero ripreso, ed ero già in condizioni di aggirarmi per le corsie e perfino di riprendere un po’ il sole nella veranda, quando fui colpito da quella febbre enterica che è la maledizione dei nostri possedimenti indiani. Per mesi, rimasi in condizioni disperate e quando finalmente fui dichiarato fuori pericolo ed entrai in convalescenza, ero talmente debole ed emaciato che una commissione medica decise per il mio immediato rientro in Inghilterra.

Laura Gallego, L’imperatrice degli eterei

Traduzione di Serena Rossi

1898228_1488386825-kE8B-U005161621zeIOZN69-1024x576@LaStampa.itSi racconta che, oltre i Monti del Gelo, oltre la Città di Cristallo, in un brillante palazzo abita l’Imperatrice, un palazzo così grande che le due torri più alte sfiorano le nuvole, e così delicato che sembra creato con gocce di pioggia. Si dice che l’Imperatrice sia così bella che nessuno può guardarla in faccia senza perdere la ragione: si dice anche che sia immortale e che vive nel suo palazzo da migliaia di anni, nel Regno Etereo, un luogo di meraviglia e mistero che attende tutti coloro che sono così arditi da avventurarvisi. Lì, nel palazzo dell’Imperatrice, non esiste la sofferenza, non c’è freddo, e non è necessario mangiare, perché non si soffre mai la fame…

Quella fu la prima volta che Bipa sentì parlare del Regno Etereo e della sua Imperatrice. A quel tempo aveva sette anni. Quella notte, ignari della violenta tormenta di neve che scuoteva il focolare di Nuba, nove bambini ascoltavano il racconto con attenzione. Affascinati, contemplavano la donna con la bocca aperta e gli occhi luccicanti.

Tutti meno Bipa, che guardava da una parte e dall’altra, visibilmente a disagio. Nuba sospirò tra sé e sé. Era molto difficile catturare quella bambina nella rete che tesseva la magia delle parole.

«Che ti succede, Bipa?» le chiese con gentilezza. «Il racconto non ti piace?»

Bipa esitò un istante, ma alla fine confessò:

«Non molto», notò gli sguardi degli altri bambini, tra lo stupito e l’ostile. Ma ormai si era lanciata e non si fermò: «E’ un racconto assurdo. Non esiste questo palazzo dell’Imperatrice, sono tutte bugie». In quel momento Bipa doveva aver captato il bagliore di tristezza degli occhi di Nuba, doveva aver prestato attenzione ai mormorii degli altri bambini; ma continuò a parlare senza essere consapevole di quanto potessero essere crudeli le sue parole:

«Nessuno può vivere per sempre, neanche questa Imperatrice. E come fa la gente che la guarda a impazzire? Per quanto possa essere bella, nessuno impazzirebbe solo per aver guardato un’altra persona. E poi, se passi tanto tempo senza mangiare muori. Questo lo sanno tutti», concluse con un certo tono di rimprovero, come sbattendole in faccia il fatto che mentiva ai bambini, o che li considerasse tanto stupidi da credere a quelle assurdità.

 

Lonely Planet, Sicilia

Arte classica

Seducente e magnetica, in posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, la Sicilia esercita un fascino irresistibile sin dalla notte dei tempi. La terra dei Ciclopi è stata cantata da poeti come Omero e Virgilio e apprezzata da molte civiltà del mondo antico (Fenici, Cartaginesi, Romani e Greci), che hanno lasciato ovunque tracce del loro passaggio: nella perfezione classica del Tempio della Concordia ad Agrigento, nelle monumentali colonne di Selinunte o nell’incomparabile grazia della statua Il satiro danzante rinvenuta nelle acque di Mazara del Vallo.

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Sapori mediterranei

Pur essendo il risultato di una complessa stratificazione di influenze, la cucina siciliana si basa ancora su semplici ingredienti locali: frutti di mare e agrumi, verdure di stagione, tonno e pesce spada, pistacchi, mandorle e ricotta. Parlando con l’anziana cuoca di qualche ristorante catanese, scoprirete che la pasta alla Norma è preparata seguendo un’antica ricetta e che si tratta di un piatto che evoca l’Etna: i pomodori sono la lava incandescente, le melanzane la cenere, il basilico è la vegetazione, la ricotta la neve. Oggi gli chef inventano nuovi piatti, ma le specialità di questa terra, dal più semplice cannolo al più raffinato cuscus di pesce, continuano a essere presenti sulle tavole siciliane.

 

Mare scintillante, indomite montagne

Chi arriva per la prima volta in Sicilia rimane profondamente colpito dalla varietà del paesaggio. All’atterraggio a Catania si è accolti dalla sagoma fumante dell’Etna, a Palermo dal mare scintillante del Golfo di Castellammare circondato dai monti. La contrapposizione di paesaggi marini, vulcanici e montani che caratterizza questa terra crea uno scenario spettacolare in cui praticare attività all’aperto come nuoto, immersioni, passeggiate ed escursioni. Neanche gli appassionati di birdwatching rimarranno delusi, grazie alle numerose specie che migrano lungo la rotta tra Africa ed Europa.