Intervista al traduttore Marco Amerighi: tradurre è procedere per tentativi alla ricerca della perfezione

Ciao Marco, grazie di aver accettato l’intervista. Iniziamo con una domanda relativa ai tuoi esordi: quando hai capito di voler fare il traduttore editoriale? E come hai iniziato?

Ho sempre pensato che avrei fatto il ricercatore o il docente universitario ma, dopo il dottorato, ho sentito il bisogno di cercare nuovi stimoli, ho cambiato città e sono approdato all’editoria. All’inizio ho lavorato come consulente esterno per la letteratura straniera, finché un giorno un editor di Feltrinelli, conoscendo la mia formazione accademica, mi ha proposto una prova di traduzione. Andò bene e tradussi il mio primo libro, un noir di una scrittrice catalana. È stato allora che mi sono reso conto che tradurre era la naturale prosecuzione dei miei studi, un modo per mettere a frutto le mie esperienze passate; in un ambiente che mi rispecchiava più dell’università.

Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano nella traduzione di testi di narrativa?

La narrativa richiede una grande capacità di mimesi con il testo da tradurre. Il traduttore ha l’obbligo di calarsi nella storia e restituirla, nella maniera più invisibile possibile, non soltanto nel significato e nella sintassi, ma anche nello stile. Molti testi di narrativa chiedono al lettore di manipolare la lingua per restituire giochi di parole o termini tecnici che nella lingua di arrivo mancano, o di scavarla per tirar fuori parole dimenticate e cadute in disuso. Se a queste difficoltà si somma il pensiero costante che una buona traduzione deve anche essere in grado di restituire la voce di un romanziere, la faccenda si complica ulteriormente. Per questo, anche quando avrà consegnato una bella traduzione, il traduttore avrà sempre il dubbio che una parola, una frase o un periodo avrebbe potuto essere sciolto “in un modo migliore”… Forse è proprio questa la difficoltà maggiore nel tradurre narrativa: riconoscere che non siamo davanti a un’equazione e che non troveremo mai una soluzione definitiva, ma che continueremo a procedere per tentativi e approssimazioni, risolvendo dubbi e confutando le nostre stesse decisioni, alla ricerca della traduzione “perfetta”.

Come procedi nel lavoro di traduzione? Leggi prima tutto il testo originale? Parti direttamente con la traduzione? Produci una bozza iniziale e poi la rivedi più volte o crei un testo tradotto già abbastanza pronto?

Magari potessi sempre leggere tutto il testo. I tempi delle traduzioni editoriali sono spietati, perciò certe volte mi devo accontentare di una lettura dei primi capitoli, accompagnata da uno studio dei materiali informativi (schede di presentazione di agenti o case editrici, recensioni on-line…) Conclusa questa fase, produco una prima traduzione completa. Quindi la stampo e inizio il confronto con il testo originale, parola per parola, frase per frase. La terza fase è una rilettura improntata esclusivamente alla scorrevolezza dell’italiano; anche se questo non significa che non possa capitare di avere un’illuminazione su un termine e di apportare delle modifiche in extremis.

Quali sono gli attributi che un buon traduttore editoriale deve avere, secondo te?

Per prima cosa un’ottima conoscenza dell’italiano, che si raggiunge solo in un modo: leggendo e studiando. La lingua cambia e il traduttore deve stare al passo coi tempi. Accanto al bagaglio tecnico, ci sono poi la pazienza, la perseveranza e la capacità di restare concentrati a lungo su una stessa problematica. Ah, e una certa propensione alla solitudine: un testo da tradurre va prima di tutto ascoltato attentamente e il silenzio aiuta a non farsi sfuggire nulla.

È il tuo unico lavoro o lo devi affiancare ad altro?

Per anni l’ho affiancato a molti altri lavori, dall’editing al copywriting. Da un paio di anni è, di fatto, diventato il mio unico lavoro.

Quali consigli daresti a chi vuole intraprendere questa carriera?

Non pensare che esistano soltanto i “Grandi Romanzi”. Tradurre qualunque cosa, un racconto erotico su una rivista on-line, un manuale di self-help, una guida per prodotti macrobiotici… la letteratura è una montagna a cui bisogna arrivare con molti chilometri nelle gambe.

Hai delle collaborazioni fisse o cambi spesso committente? Come sei entrato in contatto con i tuoi committenti attuali?

Ho alcune case editrici con cui lavoro da anni, ma cerco sempre di propormi a nuovi datori di lavoro. Ogni casa editrice ha un modo diverso di lavorare e un catalogo diverso, e per il traduttore è bene esplorare il più possibile. Il modo con cui si inizia è sempre lo stesso: prove di traduzione. Si bussa alla porta, ci si propone, si consegna il lavoro di prova e si attende. Da una delle case editrici con cui oggi lavoro di più, ho dovuto aspettare un anno prima che mi consegnassero il primo testo da tradurre. Bisogna avere pazienza… l’avevo già detto?

Che rapporto hai avuto negli anni con i tuoi revisori?

Purtroppo non mi è capitato spesso di lavorare con i revisori. Le rare volte in cui è successo, mi sono trovato di fronte persone preparatissime, con grande esperienza e conoscenza della lingua. Come ho già detto, i tempi editoriali sono rapidi (troppo) e spesso impediscono un dialogo tra tutti i meccanismi dell’ingranaggio.

L’opera e l’autore con cui ti sei sentito più in sintonia?

Doppio Fondo di Elsa Osorio, pubblicato quest’anno da Guanda. Un romanzo sui desaparecidos argentini, un testo unico per coraggio e stile. La sintonia è nata all’improvviso. Un giorno l’autrice mi scrive e mi dice che deve assolutamente modificare alcuni paragrafi: “Non mi piacciono, non ho idea del perché li ho scritti”, dice. La data di consegna si avvicinava e io ero terrorizzato all’idea di dover tornare a tradurre al volo chissà quante nuove pagine non previste. Quando ho letto la versione definitiva, è stato uno shock: il romanzo, che già ritenevo splendido, era migliorato; era perfetto. In quel momento ho capito che avevo davanti una scrittrice dal talento sconfinato.

Su cosa stai lavorando oggi?

Ho appena consegnato un auto-fiction di una scrittrice e critica d’arte argentina, María Gainza, che uscirà in autunno per Neri Pozza. Il libro unisce aneddoti famigliari crudi e commoventi a una lettura personalissima di alcuni capolavori dell’arte, dal Mar in burrasca di Courbet agli autoritratti di Fujita, passando per la letteratura di Truman Capote e di Henry James. Un testo originalissimo, dalla scrittura splendida, che sono convinto piacerà molto.

 

Carmen Martín Gaite, Nuvolosità variabile

Il locale era quasi vuoto, c’erano solo tre ragazzi al banco, ma non ci guardavano. Mi asciugai le lacrime con la mano libera.

«Tino!» chiamò uno di loro, «mi fai un altro cubalibre?»

Tino si alzò in piedi e mi diede un colpetto amichevole sul ginocchio.

«Ti lascio, così pensi alle tue cose. Ma niente fisse, ok? Davvero non vuoi un altro caffè?»

«Davvero, e poi me ne vado via subito».

«Resta quanto vuoi. Stai lì tranquilla. E dammi retta, niente fisse, non ne vale la pena».

«Grazie, hai ragione».

Rimasi lì, protetta da quella gente sconosciuta: mi sentivo sempre meglio. Sì, era come la scena di un film in bianco e nero. Di tanto in tanto, Tino mi guardava da dietro il bancone e io gli sorridevo. Quando mi alzai per pagare, non volle i soldi, disse che il vomito era gratis. Strappai un rametto di lillà e glielo allungai. Mi guardava fisso mentre lo prendeva, e, senza smettere di guardarmi, si protese attraverso il bancone.

«Senti, non è che sei uscita in televisione tipo una settimana fa, a parlare dei tossici?»

Gli altri lo avevano sentito e mi guardarono anche loro.

«Alla tele? No, non ero io, sarà stata un’altra».

«Be’, comunque ti assomigliava un casino», disse uno che indossava un giubbotto di jeans con una tigre stampata sulla schiena.

«Lei è molto più bella» disse Tino. «Una tipa da sballo. Vero che cucchi anche di spalle?»

«Sì, e poi quei lillà sono proprio una figata!» disse quello della tigre.

Mi accomiatai in netta ripresa e con la promessa che sarei ritornata un altro giorno. Come si sta bene a volte nei bar di Madrid nel tardo pomeriggio!

(Traduzione di Michela Finassi Parolo)

Guillaume Musso, Un appartamento a Parigi: la traduzione di thriller

Londra, un sabato mattina sul tardi

Ancora non lo sai, ma tra meno di tre minuti affronterai una delle prove più ardue della tua esistenza. Una prova che non avevi previsto, ma che ti segnerà con il dolore di un marchio a fuoco sulla pelle morbida.
Per ora cammini, tranquilla, nella galleria di negozi dall’aspetto di un antico atrio. Dopo dieci giorni di pioggia, il cielo ha ritrovato un bel color turchese. I raggi di sole che rendono cangiante la vetrata del centro commerciale ti hanno messo di buon umore.
Per festeggiare l’arrivo della primavera, ti sei persino concessa quel vestitino rosso a pois bianchi che ti faceva l’occhiolino da un paio di settimane. La tua giornata si preannuncia piacevole: prima, un pranzo con Jul’, la tua migliore amica, una seduta di manicure tra donne, probabilmente una mostra a Chelsea, poi stasera il concerto di PJ Harvey a Brixton. Una tranquilla navigazione tra le sinuose anse della tua vita.
Se non che all’improvviso, te ne accorgi.

È un bambino biondo vestito con una salopette di jeans e un montgomery blu oltremare. Due anni forse, o poco più. Grandi occhi chiari e vivaci che brillano dietro a occhiali colorati. Lineamenti delicati messi in risalto da un faccino tondo da bambolotto incorniciato da corti riccioli lucenti come il grano sotto il sole d’estate. Lo guardi da un po’, da lontano, ma più ti avvicini, più sei incantata dal suo viso. Un territorio vergine, radioso, che né il male né la paura hanno ancora avuto il tempo di contaminare.
Su quel musetto, non vedi altro che un ventaglio di possibilità. Gioia di vivere, felicità allo stato puro.
Adesso, anche lui ti sta guardando. Un sorriso complice e candido illumina il suo volto. Con orgoglio, ti mostra l’aeroplanino di metallo che fa volare sulla sua testa tra le dita paffute.
– Vroommm…

(Traduzione di Emanuela Costantini)

Irlanda, Lonely Planet

Le prime tracce di insediamenti urbani nella zona in cui sorge l’odierna Dublino risalgono al 500 a.C., quando un gruppo di celti si stabilì nei pressi di un guado del Liffey, dal quale deriva l’impronunciabile nome gaelico della città, Baile Átha Cliath (Città del Guado dei Graticci). I celti vissero in questa zona per circa un millennio, ma Dublino divenne un vero centro urbano solo con l’arrivo dei vichinghi. Nel corso del IX secolo Dublino fu devastata da numerose incursioni di popoli provenienti dal nord, alcuni dei quali alla fine decisero di stabilirsi in queste terre, invece di limitarsi a saccheggiarle e a ripartire. I nuovi venuti si mescolarono con la popolazione locale e costruirono un fiorente porto commerciale nel punto in cui il River Poddle confluiva nel Liffey, formando un dubh linn (laghetto nero). Oggi non è rimasto molto del River Poddle, che è stato incanalato nel sottosuolo e scorre sotto la St Patrick’s Cathedral, per ricongiungersi con il Liffey in prossimità del Capel St Bridge, conosciuto anche con il nome di Grattan Bridge.

I secoli successivi videro l’arrivo dei normanni, verificatosi nel corso del XII secolo, e il lento processo di sottomissione dell’Irlanda al dominio anglo-normanno (poi britannico), un periodo nel quale Dublino rivestì un ruolo di primo piano. In questo periodo le autorità avviarono un processo di sviluppo di Dublino e si impegnarono a trasformare quella che di fatto era una città arretrata e per molti aspetti quasi medievale in una moderna metropoli anglo-irlandese. Le strade vennero ampliate, si progettarono splendide piazze e furono costruite nuove townhouse in uno stile proto-palladiano, che nel giro di pochi anni assunse il nome di stile georgiano, con riferimento ai sovrani di nome Giorgio che si succedettero sul trono inglese. Per molti anni Dublino fu la seconda città dell’impero britannico, una condizione che però non migliorò l’esistenza degli strati più poveri della popolazione – soprattutto di fede cattolica – che vivevano ammassati nei sempre più vasti bassifondi della capitale.

Lo sviluppo georgiano della città subì una brusca battuta d’arresto con l’Act of Union (1801), che sancì l’unione formale dell’Irlanda alla Gran Bretagna e portò alla chiusura del parlamento irlandese. Dublino scivolò rapidamente in un grave stato di instabilità economica e sociale.

 

Entra nella mia vita, di Clara Sánchez

3838850_251582Veronica

Sull’ultimo ripiano dell’armadio dei miei genitori, avvolta in una coperta, c’era una cartella di pelle di coccodrillo che nessuno usava mai. Per prenderla dovevo tirare fuori la scala di alluminio dalla lavanderia e salire fino al gradino più alto. Prima, però, dovevo cercare la piccola chiave che apriva la cartella tra gli orecchini, i bracciali e gli anelli del portagioie di mia madre.

Non le avevo mai dato troppa importanza. Persino mio fratello Ángel, che aveva otto anni, era al corrente dell’esistenza della cartella, e se non avevamo la tentazione di frugarci dentro, era perché sapevamo che non conteneva niente di interessante: l’atto di proprietà della casa, i libretti delle vaccinazioni, i documenti della previdenza sociale, la licenza del taxi, le ricevute della banca, le fatture e i diplomi dei miei genitori; quando fossi andata al liceo, sarebbero finite lì dentro anche le mie pagelle. A volte mio padre spostava la fruttiera dal tavolo della sala da pranzo e vi appoggiava la cartella, che si apriva in tre parti ed era troppo grande per ogni altro ripiano della casa, a parte il tavolo della cucina, se si eliminavano tutte le suppellettili che normalmente lo ingombravano.

Mio padre mi aveva chiesto di svegliarlo dal sonnellino pomeridiano alle cinque. Non si era fatto la barba: era il segno che erano iniziate le vacanze. Si alzò stordito e, dopo essersi stiracchiato e aver sbadigliato, aprì l’armadio e prese la cartella: a quanto pareva ne avrebbe approfittato per mettere un po’ d’ordine tra i documenti. Lo seguii in corridoio. Seguii le sue gambe pelose e il costume a strisce che gli arrivava a metà coscia. La barba era lunga vari millimetri: assomigliava agli altri padri sonnambuli che uscivano dalle villette a schiera del nostro quartiere durante il fine settimana, montavano qualche scaffale nel garage e lavavano la macchina mezzi addormentati, con grande flemma. Lui lavava il taxi. Quasi tutti i padri del circondario risultavano più affascinanti quando andavano e tornavano dal lavoro rispetto a quando erano a casa, con la differenza che il mio doveva essere più bello della media, perché quando veniva a prendermi a scuola le insegnanti, le madri degli altri bambini e persino i miei compagni mi chiedevano: «Quello è tuo padre?». Se volevo attirare l’attenzione in qualche posto, dovevo solo chiedergli di accompagnarmici. Accanto a lui acquisivo un certo fascino. Mio padre, però, non aveva alcun senso estetico e pensava di non essere niente di speciale. Non aveva coscienza di essere uno che piace agli altri: so preoccupava soltanto del lavoro.

(Traduzione di Enrica Budetta)

Marie Ndiaye, Tre donne forti

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 E colui che l’accolse o che apparve come per caso sulla soglia della sua grande casa di cemento in un’intensità di luce all’improvviso così forte che sembrava fosse il suo stesso corpo vestito di chiaro a generarla e diffonderla da sé, quell’uomo che se ne stava lì, piccolo, appesantito, emanante un bagliore bianco come una lampada al neon, quell’uomo comparso sulla soglia della sua casa smisurata non aveva più niente, si disse subito Norah, della fierezza, della statura, della giovinezza di un tempo che tanto a lungo e misteriosamente si era mantenuta costante da sembrare imperitura.

Teneva le mani incrociate sul ventre e la testa inclinata di lato, e quella testa era grigia e quel ventre prominente e molle sotto la camicia bianca, al di sopra della cintura dei pantaloni color crema.

Era lì, aureolato di fredda brillantezza, caduto probabilmente sulla soglia della sua casa arrogante dal ramo di uno degli alberi corallo del giardino, poiché, si disse Norah, lei si era avvicinata alla casa tenendo gli occhi fissi sulla porta d’ingresso attraverso il cancello e non l’aveva vista aprirsi per lasciar passare suo padre – ed ecco che, tuttavia, lui era apparso nel crepuscolo, quell’uomo rilucente e decaduto cui una micidiale bastonata sul cranio sembrava aver compresso le proporzioni armoniose che Norah ricordava fino a ridurle a quelle di un uomo grosso e senza collo, dalle gambe corte e massicce.

Immobile la guardava avvicinarsi e niente nel suo sguardo esitante, un po’ perso, lasciava pensare che aspettasse la sua venuta né che l’avesse chiesto, l’avesse insistentemente pregata (per quanto, pensava lei, un simile uomo potesse essere capace di implorare un qualsivoglia soccorso) di fargli visita.

Era semplicemente lì, forse dopo aver lasciato con un unico battito d’ali il grosso ramo dell’albero corallo che ombreggiava di giallo la casa, per atterrare pesantemente sulla soglia di cemento crettato, ed era come se soltanto il caso avesse portato in quel momento i passi di Norah verso il cancello.

(Traduzione di Antonella Conti)

Leila Ahmed, Attraverso il confine: dal Cairo all’America

Peder-Mork-Monsted-In-the-outskirts-of-CairoEgitto: le origini

Era come se la vita stessa avesse una qualità musicale a quei tempi, nell’epoca della mia gioventù, e in quel luogo, la remota periferia del Cairo.

Lì la città si esauriva in una manciata di ville che davano su tranquille distese di campagna. Dall’altro lato di casa nostra, la quiete profonda e insuperabile del deserto.

C’era sempre, per iniziare, il rumore – a volte nient’altro che un mero respiro – del vento tra gli alberi, e ogni specie di albero aveva la propria musica, il suo modo di conversare. Li consideravo tutti amici (quando partivamo per Alessandria d’estate, l’ultimo giorno, facevo il giro del giardino per salutare gli alberi), anche se non tutti in maniera così intima come gli alberi sui due lati della camera ad angolo che condividevo con Nanny.

Da un lato c’era il respiro serico e appena percettibile della mimosa che, quando il vento si alzava, grattava leggero con le sue spine sulle persiane della finestra che dava sulla parte anteriore della casa, guardando verso il giardino. Dall’altro lato, lo strascico secco, quasi ansimante, di un eucalipto a foglie lunghe che si trovava vicino alla finestra che dava sulla strada. Nelle calde notti, il lampione stradale proiettava le ombre delle esili e arricciate foglie di eucalipto sulle pareti di camera mia, il mio cinema segreto personale. Mi addormentavo guardando quelle ombre danzanti immaginandomi di vederci una casa e delle persone che vi conducevano la propria vita. Comparivano alla porta o alle finestre della loro casa d’ombra e parlavano e uscivano e facevano cose sul balcone. Andavo a letto non vedendo l’ora di scoprire cosa fosse successo nel frattempo nelle loro vite.

(Traduzione di Rossella Monaco)

Jorge Díaz, La collezionista di lettere

81j-CFZ5cHL«Il giorno del matrimonio sarà anche il più bello della vita, ma ti assicuro che quello prima non lo è affatto.»

È dal mattino presto che i colpi risuonano nel palazzo dei marchesi di Alerces. I falegnami stanno costruendo il palco da cui l’orchestra dell’Hotel Ritz allieterà il banchetto che i marchesi offriranno il giorno dopo per le nozze della figlia Blanca.

«Guarda il cielo. Più di un mese senza pioggia e adesso è da ieri che diluvia.»

«Sono passata dalle Clarisse prima di venire.»

Per scongiurare il maltempo, l’usanza vuole che si portino due dozzine di uova alle Clarisse del Paseo de Recoletos e le si lasci nella ruota del convento, insieme a un biglietto con i nomi degli sposi, il luogo e la data delle nozze. Il compito è spettato a Elisa Fuentes, la migliore amica di Blanca. La stessa ora che ride della sua agitazione.

«Non ti sposare mai, Elisa, c’è da impazzire.»

«Ma se sta facendo tutto tua madre… Tu devi pensare soltanto al grande passo.»

«Mia madre mi innervosisce più di tutti. Ci scommetti che fra meno di un minuto darà qui? E le martellate? Stamattina mi hanno svegliata che non erano neanche le otto. Non ce la faccio più. Quando mai ho deciso di sposarmi!»

Elisa si affaccia alla finestra che dà sul giardino. Una dozzina di operai sono al lavoro. Presto i colpi per ricostruire il palco finiranno, ma a quel punto toccherà agli operai che monteranno i tavoli. In cucina hanno iniziato a predisporre il menu e le cameriere, assunte per aiutare nei preparativi e dare manforte ai domestici di casa, da tre giorni puliscono gli argenti e passano la cera sul pavimento del salone da ballo, nel caso il cielo non permettesse di celebrare le nozze all’aperto.

(Traduzione di Roberta Marasco)

 

Il bluff, di Jules Verne

260px-Hudson_river_from_bear_mountain_bridgeUn uomo di media statura, con una testa enorme, ornato da due cespugli ardenti di baffi rossi, vestito con un lungo redingote a doppio collo, con un cappello da gaucho a tesa larga, arrivò a corto di fiato sulla banchina, quando il ponte mobile era appena stato ritirato. Gesticolava, si dimenava, gridava, senza preoccuparsi delle risate dalla folla raccolta attorno a lui.

“Ehi! Voi del Kentucky! … Per mille diavoli! Ho prenotato il posto, mi sono registrato, ho pagato, e mi lasciate a terra! … Per mille diavoli! Capitano, vi riterrò responsabile davanti al Gran Giurì e ai suoi funzionari”.

“Mi dispiace per i ritardatari!” esclamò il capitano cavalcando uno dei tamburi. “Dobbiamo arrivare a una determinata ora, e la marea comincia a perdere”.

“Per mille diavoli!” urlò ancora l’uomo, “Otterrò centinaia di migliaia di dollari di risarcimento! … Boby”, esclamò, rivolgendosi a uno dei due neri che lo accompagnavano, “occupati dei bagagli e corri all’hotel, mentre Dacopa rimedia una scialuppa per raggiungere quel dannato Kentucky”.

“È inutile”, gridò il capitano e ordinò di mollare l’ultimo ormeggio.

“Forza! Dacopa!” fece l’uomo, incoraggiando il suo negro.

Quello si impadronì del cavo nel momento in cui il piroscafo lo stava ritirando e con energia ne avvolse l’estremità su uno degli argani del molo. Nel mentre, l’ostinato viaggiatore si buttò in una barca tra gli applausi della folla e, con qualche colpo di remo, raggiunse le scale del Kentucky. Si lanciò sul ponte, corse dal capitano e l’interpellò risoluto, facendo da solo più scalpore di dieci uomini e parlando con la volubilità di venti comari.

Il capitano non fu in grado di piazzare un singolo pretesto e vedendo comunque che il viaggiatore aveva fatto atto di possesso, decise di non preoccuparsi. Riprese il suo megafono e si diresse verso la macchina.

(Traduzione di Rossella Monaco)

 

Le nostre anime di notte, di Kent Haruf

84b0cd8aabE poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.

Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della strada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case a due piani. Era stata una giornata tiepida, ma di sera aveva rinfrescato. Dopo aver camminato sotto gli alberi, la donna svoltò all’altezza della casa di Louis.

Quando Louis le aprì la porta, lei disse, Posso entrare a parlarti di una cosa?

Sedettero in salotto. Vuoi qualcosa da bere? Un tè?

No, grazie. Non so se mi fermerò abbastanza per berlo. Si guardò intorno. È graziosa la tua casa.

Diane l’ha sempre tenuta bene. Un po’ ci provo anch’io.

È ancora graziosa, disse lei. Erano anni che non ci venivo.

Guardò fuori dalla finestra verso il cortile laterale, la notte si stava accomodando fuori e dentro la cucina, una luce illuminava il lavandino e il bancone. Tutto sembrava pulito e ordinato. Lui la stava guardando. Era una donna attraente, l’aveva sempre pensato. Quando era più giovane aveva i capelli scuri, ma ormai erano bianchi e li portava corti. Era ancora in forma, solo un po’ appesantita in vita e sui fianchi.

(Traduzione di Fabio Cremonesi)