Carmen Martín Gaite, Nuvolosità variabile

Il locale era quasi vuoto, c’erano solo tre ragazzi al banco, ma non ci guardavano. Mi asciugai le lacrime con la mano libera.

«Tino!» chiamò uno di loro, «mi fai un altro cubalibre?»

Tino si alzò in piedi e mi diede un colpetto amichevole sul ginocchio.

«Ti lascio, così pensi alle tue cose. Ma niente fisse, ok? Davvero non vuoi un altro caffè?»

«Davvero, e poi me ne vado via subito».

«Resta quanto vuoi. Stai lì tranquilla. E dammi retta, niente fisse, non ne vale la pena».

«Grazie, hai ragione».

Rimasi lì, protetta da quella gente sconosciuta: mi sentivo sempre meglio. Sì, era come la scena di un film in bianco e nero. Di tanto in tanto, Tino mi guardava da dietro il bancone e io gli sorridevo. Quando mi alzai per pagare, non volle i soldi, disse che il vomito era gratis. Strappai un rametto di lillà e glielo allungai. Mi guardava fisso mentre lo prendeva, e, senza smettere di guardarmi, si protese attraverso il bancone.

«Senti, non è che sei uscita in televisione tipo una settimana fa, a parlare dei tossici?»

Gli altri lo avevano sentito e mi guardarono anche loro.

«Alla tele? No, non ero io, sarà stata un’altra».

«Be’, comunque ti assomigliava un casino», disse uno che indossava un giubbotto di jeans con una tigre stampata sulla schiena.

«Lei è molto più bella» disse Tino. «Una tipa da sballo. Vero che cucchi anche di spalle?»

«Sì, e poi quei lillà sono proprio una figata!» disse quello della tigre.

Mi accomiatai in netta ripresa e con la promessa che sarei ritornata un altro giorno. Come si sta bene a volte nei bar di Madrid nel tardo pomeriggio!

(Traduzione di Michela Finassi Parolo)

Guillaume Musso, Un appartamento a Parigi: la traduzione di thriller

Londra, un sabato mattina sul tardi

Ancora non lo sai, ma tra meno di tre minuti affronterai una delle prove più ardue della tua esistenza. Una prova che non avevi previsto, ma che ti segnerà con il dolore di un marchio a fuoco sulla pelle morbida.
Per ora cammini, tranquilla, nella galleria di negozi dall’aspetto di un antico atrio. Dopo dieci giorni di pioggia, il cielo ha ritrovato un bel color turchese. I raggi di sole che rendono cangiante la vetrata del centro commerciale ti hanno messo di buon umore.
Per festeggiare l’arrivo della primavera, ti sei persino concessa quel vestitino rosso a pois bianchi che ti faceva l’occhiolino da un paio di settimane. La tua giornata si preannuncia piacevole: prima, un pranzo con Jul’, la tua migliore amica, una seduta di manicure tra donne, probabilmente una mostra a Chelsea, poi stasera il concerto di PJ Harvey a Brixton. Una tranquilla navigazione tra le sinuose anse della tua vita.
Se non che all’improvviso, te ne accorgi.

È un bambino biondo vestito con una salopette di jeans e un montgomery blu oltremare. Due anni forse, o poco più. Grandi occhi chiari e vivaci che brillano dietro a occhiali colorati. Lineamenti delicati messi in risalto da un faccino tondo da bambolotto incorniciato da corti riccioli lucenti come il grano sotto il sole d’estate. Lo guardi da un po’, da lontano, ma più ti avvicini, più sei incantata dal suo viso. Un territorio vergine, radioso, che né il male né la paura hanno ancora avuto il tempo di contaminare.
Su quel musetto, non vedi altro che un ventaglio di possibilità. Gioia di vivere, felicità allo stato puro.
Adesso, anche lui ti sta guardando. Un sorriso complice e candido illumina il suo volto. Con orgoglio, ti mostra l’aeroplanino di metallo che fa volare sulla sua testa tra le dita paffute.
– Vroommm…

(Traduzione di Emanuela Costantini)

Irlanda, Lonely Planet

Le prime tracce di insediamenti urbani nella zona in cui sorge l’odierna Dublino risalgono al 500 a.C., quando un gruppo di celti si stabilì nei pressi di un guado del Liffey, dal quale deriva l’impronunciabile nome gaelico della città, Baile Átha Cliath (Città del Guado dei Graticci). I celti vissero in questa zona per circa un millennio, ma Dublino divenne un vero centro urbano solo con l’arrivo dei vichinghi. Nel corso del IX secolo Dublino fu devastata da numerose incursioni di popoli provenienti dal nord, alcuni dei quali alla fine decisero di stabilirsi in queste terre, invece di limitarsi a saccheggiarle e a ripartire. I nuovi venuti si mescolarono con la popolazione locale e costruirono un fiorente porto commerciale nel punto in cui il River Poddle confluiva nel Liffey, formando un dubh linn (laghetto nero). Oggi non è rimasto molto del River Poddle, che è stato incanalato nel sottosuolo e scorre sotto la St Patrick’s Cathedral, per ricongiungersi con il Liffey in prossimità del Capel St Bridge, conosciuto anche con il nome di Grattan Bridge.

I secoli successivi videro l’arrivo dei normanni, verificatosi nel corso del XII secolo, e il lento processo di sottomissione dell’Irlanda al dominio anglo-normanno (poi britannico), un periodo nel quale Dublino rivestì un ruolo di primo piano. In questo periodo le autorità avviarono un processo di sviluppo di Dublino e si impegnarono a trasformare quella che di fatto era una città arretrata e per molti aspetti quasi medievale in una moderna metropoli anglo-irlandese. Le strade vennero ampliate, si progettarono splendide piazze e furono costruite nuove townhouse in uno stile proto-palladiano, che nel giro di pochi anni assunse il nome di stile georgiano, con riferimento ai sovrani di nome Giorgio che si succedettero sul trono inglese. Per molti anni Dublino fu la seconda città dell’impero britannico, una condizione che però non migliorò l’esistenza degli strati più poveri della popolazione – soprattutto di fede cattolica – che vivevano ammassati nei sempre più vasti bassifondi della capitale.

Lo sviluppo georgiano della città subì una brusca battuta d’arresto con l’Act of Union (1801), che sancì l’unione formale dell’Irlanda alla Gran Bretagna e portò alla chiusura del parlamento irlandese. Dublino scivolò rapidamente in un grave stato di instabilità economica e sociale.

 

Entra nella mia vita, di Clara Sánchez

3838850_251582Veronica

Sull’ultimo ripiano dell’armadio dei miei genitori, avvolta in una coperta, c’era una cartella di pelle di coccodrillo che nessuno usava mai. Per prenderla dovevo tirare fuori la scala di alluminio dalla lavanderia e salire fino al gradino più alto. Prima, però, dovevo cercare la piccola chiave che apriva la cartella tra gli orecchini, i bracciali e gli anelli del portagioie di mia madre.

Non le avevo mai dato troppa importanza. Persino mio fratello Ángel, che aveva otto anni, era al corrente dell’esistenza della cartella, e se non avevamo la tentazione di frugarci dentro, era perché sapevamo che non conteneva niente di interessante: l’atto di proprietà della casa, i libretti delle vaccinazioni, i documenti della previdenza sociale, la licenza del taxi, le ricevute della banca, le fatture e i diplomi dei miei genitori; quando fossi andata al liceo, sarebbero finite lì dentro anche le mie pagelle. A volte mio padre spostava la fruttiera dal tavolo della sala da pranzo e vi appoggiava la cartella, che si apriva in tre parti ed era troppo grande per ogni altro ripiano della casa, a parte il tavolo della cucina, se si eliminavano tutte le suppellettili che normalmente lo ingombravano.

Mio padre mi aveva chiesto di svegliarlo dal sonnellino pomeridiano alle cinque. Non si era fatto la barba: era il segno che erano iniziate le vacanze. Si alzò stordito e, dopo essersi stiracchiato e aver sbadigliato, aprì l’armadio e prese la cartella: a quanto pareva ne avrebbe approfittato per mettere un po’ d’ordine tra i documenti. Lo seguii in corridoio. Seguii le sue gambe pelose e il costume a strisce che gli arrivava a metà coscia. La barba era lunga vari millimetri: assomigliava agli altri padri sonnambuli che uscivano dalle villette a schiera del nostro quartiere durante il fine settimana, montavano qualche scaffale nel garage e lavavano la macchina mezzi addormentati, con grande flemma. Lui lavava il taxi. Quasi tutti i padri del circondario risultavano più affascinanti quando andavano e tornavano dal lavoro rispetto a quando erano a casa, con la differenza che il mio doveva essere più bello della media, perché quando veniva a prendermi a scuola le insegnanti, le madri degli altri bambini e persino i miei compagni mi chiedevano: «Quello è tuo padre?». Se volevo attirare l’attenzione in qualche posto, dovevo solo chiedergli di accompagnarmici. Accanto a lui acquisivo un certo fascino. Mio padre, però, non aveva alcun senso estetico e pensava di non essere niente di speciale. Non aveva coscienza di essere uno che piace agli altri: so preoccupava soltanto del lavoro.

(Traduzione di Enrica Budetta)

Marie Ndiaye, Tre donne forti

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 E colui che l’accolse o che apparve come per caso sulla soglia della sua grande casa di cemento in un’intensità di luce all’improvviso così forte che sembrava fosse il suo stesso corpo vestito di chiaro a generarla e diffonderla da sé, quell’uomo che se ne stava lì, piccolo, appesantito, emanante un bagliore bianco come una lampada al neon, quell’uomo comparso sulla soglia della sua casa smisurata non aveva più niente, si disse subito Norah, della fierezza, della statura, della giovinezza di un tempo che tanto a lungo e misteriosamente si era mantenuta costante da sembrare imperitura.

Teneva le mani incrociate sul ventre e la testa inclinata di lato, e quella testa era grigia e quel ventre prominente e molle sotto la camicia bianca, al di sopra della cintura dei pantaloni color crema.

Era lì, aureolato di fredda brillantezza, caduto probabilmente sulla soglia della sua casa arrogante dal ramo di uno degli alberi corallo del giardino, poiché, si disse Norah, lei si era avvicinata alla casa tenendo gli occhi fissi sulla porta d’ingresso attraverso il cancello e non l’aveva vista aprirsi per lasciar passare suo padre – ed ecco che, tuttavia, lui era apparso nel crepuscolo, quell’uomo rilucente e decaduto cui una micidiale bastonata sul cranio sembrava aver compresso le proporzioni armoniose che Norah ricordava fino a ridurle a quelle di un uomo grosso e senza collo, dalle gambe corte e massicce.

Immobile la guardava avvicinarsi e niente nel suo sguardo esitante, un po’ perso, lasciava pensare che aspettasse la sua venuta né che l’avesse chiesto, l’avesse insistentemente pregata (per quanto, pensava lei, un simile uomo potesse essere capace di implorare un qualsivoglia soccorso) di fargli visita.

Era semplicemente lì, forse dopo aver lasciato con un unico battito d’ali il grosso ramo dell’albero corallo che ombreggiava di giallo la casa, per atterrare pesantemente sulla soglia di cemento crettato, ed era come se soltanto il caso avesse portato in quel momento i passi di Norah verso il cancello.

(Traduzione di Antonella Conti)

Leila Ahmed, Attraverso il confine: dal Cairo all’America

Peder-Mork-Monsted-In-the-outskirts-of-CairoEgitto: le origini

Era come se la vita stessa avesse una qualità musicale a quei tempi, nell’epoca della mia gioventù, e in quel luogo, la remota periferia del Cairo.

Lì la città si esauriva in una manciata di ville che davano su tranquille distese di campagna. Dall’altro lato di casa nostra, la quiete profonda e insuperabile del deserto.

C’era sempre, per iniziare, il rumore – a volte nient’altro che un mero respiro – del vento tra gli alberi, e ogni specie di albero aveva la propria musica, il suo modo di conversare. Li consideravo tutti amici (quando partivamo per Alessandria d’estate, l’ultimo giorno, facevo il giro del giardino per salutare gli alberi), anche se non tutti in maniera così intima come gli alberi sui due lati della camera ad angolo che condividevo con Nanny.

Da un lato c’era il respiro serico e appena percettibile della mimosa che, quando il vento si alzava, grattava leggero con le sue spine sulle persiane della finestra che dava sulla parte anteriore della casa, guardando verso il giardino. Dall’altro lato, lo strascico secco, quasi ansimante, di un eucalipto a foglie lunghe che si trovava vicino alla finestra che dava sulla strada. Nelle calde notti, il lampione stradale proiettava le ombre delle esili e arricciate foglie di eucalipto sulle pareti di camera mia, il mio cinema segreto personale. Mi addormentavo guardando quelle ombre danzanti immaginandomi di vederci una casa e delle persone che vi conducevano la propria vita. Comparivano alla porta o alle finestre della loro casa d’ombra e parlavano e uscivano e facevano cose sul balcone. Andavo a letto non vedendo l’ora di scoprire cosa fosse successo nel frattempo nelle loro vite.

(Traduzione di Rossella Monaco)

Jorge Díaz, La collezionista di lettere

81j-CFZ5cHL«Il giorno del matrimonio sarà anche il più bello della vita, ma ti assicuro che quello prima non lo è affatto.»

È dal mattino presto che i colpi risuonano nel palazzo dei marchesi di Alerces. I falegnami stanno costruendo il palco da cui l’orchestra dell’Hotel Ritz allieterà il banchetto che i marchesi offriranno il giorno dopo per le nozze della figlia Blanca.

«Guarda il cielo. Più di un mese senza pioggia e adesso è da ieri che diluvia.»

«Sono passata dalle Clarisse prima di venire.»

Per scongiurare il maltempo, l’usanza vuole che si portino due dozzine di uova alle Clarisse del Paseo de Recoletos e le si lasci nella ruota del convento, insieme a un biglietto con i nomi degli sposi, il luogo e la data delle nozze. Il compito è spettato a Elisa Fuentes, la migliore amica di Blanca. La stessa ora che ride della sua agitazione.

«Non ti sposare mai, Elisa, c’è da impazzire.»

«Ma se sta facendo tutto tua madre… Tu devi pensare soltanto al grande passo.»

«Mia madre mi innervosisce più di tutti. Ci scommetti che fra meno di un minuto darà qui? E le martellate? Stamattina mi hanno svegliata che non erano neanche le otto. Non ce la faccio più. Quando mai ho deciso di sposarmi!»

Elisa si affaccia alla finestra che dà sul giardino. Una dozzina di operai sono al lavoro. Presto i colpi per ricostruire il palco finiranno, ma a quel punto toccherà agli operai che monteranno i tavoli. In cucina hanno iniziato a predisporre il menu e le cameriere, assunte per aiutare nei preparativi e dare manforte ai domestici di casa, da tre giorni puliscono gli argenti e passano la cera sul pavimento del salone da ballo, nel caso il cielo non permettesse di celebrare le nozze all’aperto.

(Traduzione di Roberta Marasco)

 

Il bluff, di Jules Verne

260px-Hudson_river_from_bear_mountain_bridgeUn uomo di media statura, con una testa enorme, ornato da due cespugli ardenti di baffi rossi, vestito con un lungo redingote a doppio collo, con un cappello da gaucho a tesa larga, arrivò a corto di fiato sulla banchina, quando il ponte mobile era appena stato ritirato. Gesticolava, si dimenava, gridava, senza preoccuparsi delle risate dalla folla raccolta attorno a lui.

“Ehi! Voi del Kentucky! … Per mille diavoli! Ho prenotato il posto, mi sono registrato, ho pagato, e mi lasciate a terra! … Per mille diavoli! Capitano, vi riterrò responsabile davanti al Gran Giurì e ai suoi funzionari”.

“Mi dispiace per i ritardatari!” esclamò il capitano cavalcando uno dei tamburi. “Dobbiamo arrivare a una determinata ora, e la marea comincia a perdere”.

“Per mille diavoli!” urlò ancora l’uomo, “Otterrò centinaia di migliaia di dollari di risarcimento! … Boby”, esclamò, rivolgendosi a uno dei due neri che lo accompagnavano, “occupati dei bagagli e corri all’hotel, mentre Dacopa rimedia una scialuppa per raggiungere quel dannato Kentucky”.

“È inutile”, gridò il capitano e ordinò di mollare l’ultimo ormeggio.

“Forza! Dacopa!” fece l’uomo, incoraggiando il suo negro.

Quello si impadronì del cavo nel momento in cui il piroscafo lo stava ritirando e con energia ne avvolse l’estremità su uno degli argani del molo. Nel mentre, l’ostinato viaggiatore si buttò in una barca tra gli applausi della folla e, con qualche colpo di remo, raggiunse le scale del Kentucky. Si lanciò sul ponte, corse dal capitano e l’interpellò risoluto, facendo da solo più scalpore di dieci uomini e parlando con la volubilità di venti comari.

Il capitano non fu in grado di piazzare un singolo pretesto e vedendo comunque che il viaggiatore aveva fatto atto di possesso, decise di non preoccuparsi. Riprese il suo megafono e si diresse verso la macchina.

(Traduzione di Rossella Monaco)

 

Le nostre anime di notte, di Kent Haruf

84b0cd8aabE poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.

Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della strada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case a due piani. Era stata una giornata tiepida, ma di sera aveva rinfrescato. Dopo aver camminato sotto gli alberi, la donna svoltò all’altezza della casa di Louis.

Quando Louis le aprì la porta, lei disse, Posso entrare a parlarti di una cosa?

Sedettero in salotto. Vuoi qualcosa da bere? Un tè?

No, grazie. Non so se mi fermerò abbastanza per berlo. Si guardò intorno. È graziosa la tua casa.

Diane l’ha sempre tenuta bene. Un po’ ci provo anch’io.

È ancora graziosa, disse lei. Erano anni che non ci venivo.

Guardò fuori dalla finestra verso il cortile laterale, la notte si stava accomodando fuori e dentro la cucina, una luce illuminava il lavandino e il bancone. Tutto sembrava pulito e ordinato. Lui la stava guardando. Era una donna attraente, l’aveva sempre pensato. Quando era più giovane aveva i capelli scuri, ma ormai erano bianchi e li portava corti. Era ancora in forma, solo un po’ appesantita in vita e sui fianchi.

(Traduzione di Fabio Cremonesi)

David Trueba, Quattro amici

Narra-una-leggendaD’estate, perfino i paesi disabitati mettono in ghingheri le loro vie, spendono una barca di soldi nel budget per le lampadine colorate e friggono salsicce in onore della Madonna della Paloma o del santo patrono. Di solito le sagre estive sono un miscuglio tutt’altro che raffinato di devozione cattolica e inclinazione alcolica, traboccanti di spirito festaiolo, folclore della terra, processioni mariane e furori taurini. Claudio ci aveva raccontato mille volte di quell’estate che aveva passato a girare di sagra in sagra per i paesi dormendo di giorno e bevendo di notte a spese dei festeggiamenti del comune.

I genitori di Elena vollero trascinarci a tutti i costi ad ascoltare la Salve Regina e la messa nella chiesa che minacciava di cadere a pezzi: dal soffitto si staccava una pioggerella fine di polvere bianca e di sassolini che ogni tanto cascavano sulla testa di qualche fedele sonnacchioso. Le donne nella parte anteriore della chiesa, gli uomini in fondo. Capimmo l’ostinazione dei genitori di Elena quando il parroco, un uomo rozzo e sgradevole con una palese demenza senile (aveva dimenticato l’ordine della liturgia e aveva distribuito la comunione subito dopo il Credo), sottolineò il nome del benefattore che aveva donato i soldi per restaurare il campanile. Il padre di Elena accolse l’applauso dei compaesani con un’espressione di falsa modestia. La funzione culminò con l’infervorata Salve Regina in onore della Madonna del Perpetuo martirio. (…).

Erano stati riaperti i granai abbandonati, i magazzini, i pagliai affinché i ragazzi vi allestissero circoli ricreativi: degli scapoli, degli ammogliati, delle donne o dei giovani suddivisi a seconda dei gusti musicali o calcistici. Davanti al padre di Elena si spalancavano le porte di tutti i circoli, così fummo obbligati ad accettare le offerte di bicchieri di vino, boccali di birra, sangria, tramezzini al formaggio, frittatine, salsicce, salami, pesciolini fritti. Raúl spingeva il passeggino dietro di noi. Ogni tanto si portava una mano alle reni e alle spalle indolenzite. Con la schiena curva sopportava la gente, quasi tutti parenti, prossimi o lontani, di Elena, che si chinavano sui gemelli tentando di scoprire le somiglianze, con la schiacciante maggioranza di chi sosteneva che erano proprio identici al nonno materno.

(Traduzione di Michela Finassi Parolo)